Pagine

venerdì 8 giugno 2012

“Alice non è più nel paese delle meraviglie” (Youcanprint) di Marianna Lunardoni


Il lavoro di Marianna Lunardoni dal titolo emblematico “Alice non è più nel paese delle meraviglie”, è un’opera interessante e degna di considerazione per alcuni motivi. Primo fra tutti il ritmo e il respiro della scrittura, incalzante, che tiene desta l’attenzione per tutte le 188 pagine del libro. Secondo aspetto non meno importante è una certa padronanza nei “trucchi” del mestiere circa la proposta scritturale e  narrativa, che rende l’autrice non semplicemente una “penna di mestiere”, ma anzi autrice che si rivela come una discreta e felice sorpresa. Visi, azioni, vite presenti nelle pagine di questo libro coinvolgono emozionalmente in maniera così forte il lettore, da far rivivere sulla propria pelle tutto come se fosse vera la finzione narrativa. Terzo aspetto e che  può sorprendere il lettore che si imbatte nella lettura di “Alice non è più nel paese delle meraviglie”, è una fresca dote propria della Lunardoni di raccontare testi e contesti storici con una capacità di sintesi propria del giornalismo d’inchiesta e un’abilità di strutturare un plot di questo tipo che va al di là di un normale esordio.  Il contesto geografico in cui si muovono i protagonisti (da Annika a Corina, da Ray a Grethe sino ad Adrian) è l’Africa, e per la precisione  Johannesburg, la più grande città del Sud Africa, una delle 50 maggiori aree metropolitane del mondo, e la fonte in assoluto di un grande commercio di diamanti e oro, grazie alla sua posizione sul ricco giacimento di minerali presente sotto le colline di Witwatersrand. Scendendo ancor più nello specifico, si parla di Johannesburg  e di Soweto, “città separata” dalla fine del 1970 fino al 1990, acronimo di "Comuni Sud-Occidentali ", la banlieu di Johannesburg, ovvero un insieme di insediamenti alla periferia. Lunardoni lavora di fino a mettere nero su bianco, attraverso gli occhi di Annika la protagonista,  tutte le aberrazioni di un regime di controllo di massa fondato sulla supremazia della razza, la bianca sulla nera. Supremazia dettata dalla paura ancestrale dei bianchi, di venire schiacciati dalla volontà di lotta dei neri, per la giustizia e l’eguaglianza sociale in Johannesburg. Lunardoni parla direttamente alla coscienza del lettore, alla coscienza di chi sa quanto quella porzione di storia del genere umano, che passa sotto il nome terribile di apartheid, sia stata forse  determinata da oscuri giochi di potere economico, di grande e incosciente spregiudicatezza da parte dei paesi infausti colonizzatori, appartenenti al Commonwealth. La forza di un’operazione narrativa di questo genere deve essere ravvisata anche  nello scandaglio socio-antropologico che l’autrice porta avanti, ed individuabile nella lotta silenziosa al razzismo portata avanti – nel contesto delle vicende narrate – da parte di bianchi illuminati, che rischiano la propria libertà, la propria incolumità pur di far trionfare il diritto all’uguaglianza che appartiene a tutte le popolazioni del mondo e prerogativa indispensabile di tutte le democrazie che si definiscono tali. Ma anche nella descrizione della forza e della dignità solidarizzante della cultura zulu, forza antagonista per eccellenza. Interessante anche l’analisi in punta di penna dei movimenti di sinistra forti oppositori del regime razzista di Johannesburg e l’intelligente richiamo ai padri putativi della lotta antirazzista a Johannesburg da Nelson Mandela a Steve Biko.

Nessun commento:

Posta un commento