venerdì 30 novembre 2012

"Cambiare con creatività", Autori Vari (Phasar Edizioni)



Le esperienze professionali e accademiche di diversi autori, che fanno parte della community di www.psicolab.net, hanno dato il via a un progetto sulla Formazione come strumento di cambiamento. Si tratta di punti di vista diversi su un campo, quello della Formazione Outdoor, ancora poco compreso e conosciuto. Uno sguardo creativo e al contempo rigoroso di formatori, coach, professori e giornalisti sul mondo della Formazione Esperienziale. Una Formazione vitale che si rinnova nei contenuti e nelle modalità, una Formazione sempre più necessaria sia in campo aziendale che personale, una Formazione che è percorso e stile di vita.

La decontestualizzazione dall’ambiente abituale, per effettuare attività insolite e maggiormente creative, è una delle chiavi per ottenere cambiamenti duraturi. Questo permette infatti di abbattere le diffidenze e porre tutti i partecipanti allo stesso livello di partenza: su un campo da rugby, su un palcoscenico o in un rifugio di montagna poco importa il mio ruolo aziendale o sociale. Tutti devono mettersi in gioco per contribuire al raggiungimento del risultato finale. In tali contesti diventa importante collaborare per svolgere compiti elementari o difficili. Così i partecipanti possono acquisire nuove capacità di relazionarsi, abbattere precedenti schemi e diffidenze, scoprire aspetti nuovi nei propri compagni e in se stessi.

Le organizzazioni si trovano continuamente a dover fronteggiare cambiamenti di ogni tipo, adattando i propri obiettivi, la propria struttura ed il modo in cui si pongono sul mercato. Per questo chiedono uno sforzo costante di adattamento e di miglioramento ai propri membri. E le nozioni teoriche e specialistiche, per quanto importanti nello svolgimento di qualsiasi professione, non sono sufficienti perché le persone, in una qualsiasi realtà, hanno bisogno di comunicare e di imparare continuamente per raggiungere il duplice e fondamentale obiettivo che garantisce il successo: essere soddisfatti soddisfando a nostra volta le aspettative dell’organizzazione.

Autori del libro: Fabio Croci, Laura Cioni, Giovanna Coppini, Paolo Svegli, Silvia Corridoni, Valentina Ristori, Angela Cardi, Stefania Ciani.
Curatore: Lapo Baglini.

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"Cambiare con creatività", Autori Vari (Phasar Edizioni), 2008, €12, ISBN: 978-88-6358-013-6, pp. 120

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Educazione e contesti sociali di Frederic M. Thrasher. A cura di Maurizio Merico (Kurumuny)



Il volume raccoglie tre saggi di Frederic M. Thrasher pubblicati nel «Journal of Educational Sociology» tra il 1927 e il 1934. Nel tentativo di coniugare la proposta teorica e metodologica elaborata dalla Scuola di Chicago con l’approccio normativo proprio della sociologia educativa statunitense, Thrasher individua nell’analisi sociologica dei contesti sociali uno strumento decisivo per la comprensione delle istituzioni educative e dello studente, la risoluzione dei problemi scolastici e lo studio dei processi di educazione informale. Attorno a questo elemento, che costituisce il suo contributo più significativo alla sociologia educativa, nei saggi qui tradotti per la prima volta in italiano Thrasher sviluppa un’analisi che attraversa i temi lungo i quali si è articolata la sua opera: le bande giovanili, il rapporto tra educazione e prevenzione della delinquenza, i caratteri dell’educazione informale, gli effetti del cinema sul comportamento dei giovani e il coordinamento dei servizi comunitari. L’attenzione a questioni che continuano ad attraversare il dibattito sociologico contemporaneo unitamente al carattere innovativo di un approccio capace di coniugare, nello studio dei processi educativi, analisi etnografica, ecologica e statistica, da un lato, e la necessità di individuare le possibili applicazioni dei risultati di ricerca ai problemi educativi, dall’altro, segnano gli estremi all’interno dei quali riconoscere la contraddittoria ricchezza di un percorso che si è costantemente mantenuto sul crinale tra «l’educazione come arte e la sociologia come scienza».

La congiura degli opposti di Maria Benedetta Cerro. Recensione di Alessandra Peluso su La congiura degli opposti, di Maria Benedetta Cerro, LietoColle 2012.



La congiura degli opposti: un accordo segreto delle contraddizioni. Meraviglioso, finalmente, sembrano aver raggiunto un equilibrio le contraddizioni dell’anima nella poesia di Maria Benedetta Cerro. «Poi dalla congiura degli opposti / guarì il poeta». (p. 25) È un tacito accordo, una compresenza dove a volte prevale la vita, la passione, l’amore; altre volte la morte, la sofferenza, l’abbandono. Così come un viandante - percorre l’anima bramosa di Cerro - l’intera silloge. «Chi anche solo in una certa misura è giunto alla libertà della ragione, non può poi sentirsi sulla terra nient’altro che un viandante - per quanto non un viaggiatore diretto a una meta finale: perchè questa non esiste». (F. Nietszche, Umano troppo umano).
«Sospesi avanti al suo respiro / intenerite sfide. / - Portami oltre». (p. 41). E: «Non questo cielo / -  non oggi - Il presente mi è estraneo / e forse / non esiste» (p. 100). Sono profondi i versi di Maria Benedetta Cerro, svettano alti come le sue “torri”: «Una torre così fiera, che guarda il cielo e ugualmente la volgarità del suo abisso, che vuole assolutamente erigersi, disperatamente sventolare il palio delle sue trombe». (p. 86). Eh già, perchè salire la torre comporta il suo opposto scendere negli inferi, nell’abisso di un’anima che si perde rapita da una passione e non può concordarsi ora che l’amore l’ha travolta: «L’amore ha il cuore duro / spranga / sferza. / A volte sul tamburo del sangue / richiama la dispersa mente. / L’amore spacca l’interezza. / Dura / persino la tenerezza». (p. 67). Non si può non lasciarsi rapire dalla Congiura degli opposti, «le parole sono come calamite / che tolgono agli occhi la ragione del divergere» e si resta affascinati dallo stile di Maria Benedetta Cerro che scrive il suo silenzio e lo fa ascoltare chiaramente ad ogni orecchio attento che vuol percepire la poesia, sentire il profumo di libertà dei “fiori di peonia” e assaporare l’esistenza con i suoi opposti.
Si legge: «Hai messo al mio grido / un recinto di spinose corde. / Cosa vuole da me / la tua dannata morte. / Che io canti la sua allegria / senza lacci ai piedi / portandomi al braccio la sua cappa bruna. (...) Per udirmi cantare / hai voluto il mio grido segregare / e un silenzio allestire grave come la fine». (p. 69) Ed ancora:  «Le coppe delle magnolie corrotte. / Era questo l’odore della vita? Ma ancora / insubordinata e lieta / senza di me / in altri da te / canta le sue vittorie». (p. 96) Ė un idillio che lascia il segno, nutre l’anima del lettore, inquietandola - e non può essere altrimenti - come un Dioniso che danza incessantemente, avvertendo il bisogno impellente di condividere il genio folle di Cerro. Tuttavia, i versi raccolti nel libro La congiura degli opposti fanno approdare la mia mente nell’incantevole mondo baudelaireiano. «Avrei con ardore baciato il tuo nobile corpo e / passato il tesoro di profonde carezze dai tuoi freschi / piedi alle tue trecce nere, / se qualche sera, o regina crudele, con un pianto / ottenuto senza sforzo tu potessi solamente / offuscare lo splendore delle tue fredde pupille». (C. Baudelaire, Spleen e ideale) Anche Baudelaire contrappone nelle sue poesie il bene e il male, la vita e la morte, l’amore, la bellezza, l’angoscia di vivere privilegiando sensiblità, irrazionalità, malinconia. Si rifugia nella poesia, prediligendo l’onirico e la propria solitudine. Così si legge: «Di sera le angosce si chiamavano per nome / sulle soglie guardavano moltiplicarsi l’assenza della luna. / Erano alti i cancelli / non si vedeva l’estremità di niente / ma l’indice fissava nella verticalità una dimora prossima all’altezza. (...) - La nenia in un angolo si cantilenava - / Gabriele dell’Addolorata contò le sette spade / ripose il teschio / poi partì per trent’anni». (p. 111). È chiara l’originalità della poesia di Benedetta Cerro, come è evidente la capacità di rivelare le sue emozioni utilizzando un linguaggio aulico, «è colei che se l’ignori sguaina lo strale». Non si può né si deve ignorare. La sua poetica colpisce come frecce che lasciano il segno e si sente, lo si ascolta, lo si riconosce come un pianoforte quando suona le sinfonie di Liszt. Così come si vive anche l’impronta filosofica sempre in bilico tra poesia e prosa, rifuggendo da ogni classificazione di genere e lo si comprende nel riferimento che la poetessa fa nell’incipit della sua opera a Edmond Jabès. La conclusione pertanto appare provvisoria, non si può mettere fine a riflessioni riguardo l’esistenza, la filosofia cantata in versi e in prosa nell’opera poetica La congiura degli opposti in siffatta maniera: «Gli uccelli cantavano / nei pentagrammi. Gli alberi / si cercavano nella geografia dei tarli. / L’infanzia si calò il silenzio / sugli occhi. E si distese. / Piansi in terza persona. / Non avevo lacrime mie. / Ma si recitavano / attraverso la mia voce / tutte le poesie (...)». (p. 119). E come far morire il viandante di Nietszche, lo Zarathustra - è impossibile - poichè è eterno il suo cammino nell’eterno ritorno.
 
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giovedì 29 novembre 2012

La "magnitudine" delle Palafitte di Anna Bergna (Palafitte, di Anna Bergna, LietoColle 2012). Intervento di Alessandra Peluso


L’originalità del poetare di Anna Bergna si nota immediatamente nei primi versi «incontro un profumo di fiori gialli, / ma è inverno, indugio nelle mani del cielo / cariche di questo incanto»(p. 16) e nel comporre il dipinto Palafitte in due differenti cornici quali La terra, il cielo ed il cognome e Sfamavo avannotti in Engadina.
Il genio poetico è insito nei versi di Anna Bergna. Si lascia ispirare dalla natura, dalla bellezza della città di Como, dai suoi paesaggi: le montagne, il lago, i pesci, l’airone: «Un airone stava sul legno ad ali chiuse, statua dal collo / cipressino, sazia di vanagloria» (p. 39) e gli stati d’animo emergono su «Palafitte che non sanno dove tenere i piedi quando la magnitudine si innalza» (p. 59).
La magnitudine dell’autrice è chiara come «quel ramo del lago di Como, che volge a Mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli» (Alessandro Manzoni). E si legge e si ascolta la musicalità e la bellezza nelle lunghe descrizioni dei versi: «Sul porfido disabitato del mattino, trascinavano pagine e / nervature decalcificate; nuotavano mute a infrangersi contro il destino grigio di una diga. / Eppure i cigni arcuando il bel collo beccavano il pane, i / gabbiani scoccavano frecce di luce, i bambini correvano su / impossibili scale, le polacche affiancavano anziani dispersi / dietro al bronzo di Mafalda». (p. 23). La quotidianità è raccontata nelle poesie di Anna Bergna con particolare cura e predilezione nel catturare immagini come il diaframma di una macchina fotografica per fermarle e ricordarle in eterno.
Si legge: «Notte: le luci della funicolare ormeggiano la città alla boa / lunare. / Il Gabbiano ha già lasciato il porto, nel suo ventre trasparente / teste reclinate stanno a pelo d’acqua. (...). La luna talvolta si specchia e talvolta annegando ritrova le ossa». (p. 31). E ancora: «all’alba, / dietro le quinte viola, / si distendono schiene innevate / e tu contro le onde arranchi, / risalendo deserti pontili (...)». (p. 32). Il lettore non può non rimanerne ammirato e attratto dai versi dell’opera poetica Palafitte.
Inoltre, è evidente l’amore per la libertà. Un’esigenza quasi che si manifesta nella presenza libera e leggiadra dei gabbiani. Questi uccelli dolcissimi che ricorrono spesso nelle poesie di Bergna. L’autrice ama la libertà, vogliosa di superare i confini segnati dalle montagne - la libertà, la leggerezza - in contraddizione con la finitezza del lago o l’imponenza che costringe alla finitudine delle montagne e appare desiderosa di volare via, come un gabbiano, libera contro ogni ristrettezza del pensiero umano, libera da ogni giudizio e pregiudizio.  
Come Umberto Saba, l’autrice adopera le parole dell’uso quotidiano e i temi, nei quali ritrae gli aspetti della vita quotidiana, anche i più umili e dimessi: luoghi, persone come il pescatore, paesaggi, animali, anzichè Trieste - la città di Saba - troviamo Como con le sue strade, le montagne. Non a caso la raccolta poetica Palafitte contiene una poesia di Umberto Saba. Lo stile di Anna Bergna però non è semplice, come quello del poeta, ma ricercato, complesso a tratti, indice di una personalità forte, sensibile, introversa.
Così si legge: «Tutto è gradazione di vuoto, / edificato nel luogo di uno spostamento. / Onda che sale, si appiana, / sale, si appiana / e correndo si illude / di aver lasciato il mare. / Brividi coscienziosi dell’inanimato». (p. 68). E i versi nei quali identifica non solo se stessa nella bellezza della sera, rassicurante e tenebrosa nello stesso tempo, ma vede anche gli altri, nella generosità di condividere la sua gioia, l’unicità, l’individualità con gli altri, con l’“ognuno”: « (...). Tra tutti i nuotatori della sera, / l’universo guardava me ed io lo fissavo dritta, dimentica di / tutto, ubriaca di grandezza. Folate ininterrotte di riverberi / (...). Ora mi commuove sapere che la sera regala ad ognuno una / strada ugualmente dorata, ad ognuno la stessa maestosa / illusione d’essere Custode del Segreto». E questo segreto che non si dipana nemmeno nell’ultima poesia, al contrario la generosità: «Generoso, e più in alto, dentro le radiazioni azzurre di luce / rinfranta, e ancora più in alto, nel nero intergalattico, rivedrei / tutti i ricordi nostri e segreti e unici. / Ma tu non sei mortale, non nella mia esistenza, ed io posso / piegare il collo sui tuoi passi». (p. 76).
L’autrice si congeda con questi versi mistici, leopardiani, e un segreto che trascina con sé e che tenta di condividere con i lettori amanti e amati, il segreto per un amore perduto, per l’abbandono di una persona cara, per la sofferenza e l’amore per la sua terra che desidera condividere generosamente con ognuno di noi.

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Cittadini a 5 stelle. La partecipazione in rete che vince sui partiti di Matteo Incerti con Federico Pizzarotti (Aliberti). La consapevolezza del futuro. L'intervista sul 1984 con Ferdinando Adornato di Enrico Berlinguer (Aliberti). Gli indipendenti di sinistra. Una storia italiana dal Sessantotto a Tangentopoli di Giambattista Scirè (Ediesse ). Intervento di Nunzio Festa



Con enorme interesse e favore abbiamo accolto e letto il libro-intervista di Matteo Incerti al "nuovo" sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, "Cittadini a 5 stelle". Innanzitutto, evidentemente per l'adesione all'attualità della pubblicazione; non recentissima, tra l'altro, se si considerano i tempi dell'editoria 'moderna', ma - certamente - (almeno) recente. In seconda istanza in quanto il "fenomeno Grillo" e, soprattutto, le azioni e la vita del MoVimento 5 stelle ha sempre sortito in noi interesse: di segno positivo come di segno negativo, d'altronde. In ultimo perché avevamo davvero la voglia d'ascoltare la voce d'un primo cittadino che si concede in risposte d'ampio respiro. Allora, a lavoro fatto, possiam dire una serie di cose. Intanto che Incerti non lavora da giornalista puro, in questo caso. In quanto in primis avrebbe dovuto dimostrare che l'intervista era finalizzata a esternare solamente il lato, per così dire migliore, di Pizzarotti e degli 'stellati', dei fan più accaniti di Beppe Grillo. Il libretto, dunque, appare utile. Più che utile, anzi. Praticamente essenziale. Ma per dimostrarci, e ne avevamo un po' bisogno, quanto e come un neo-amministratore del MoVimento risponde alla prova dei tempi classi della politica. Dopo aver vinto elezioni garantite, in un certo qual modo, dalla politica intesa in senso davvero classico. A nostro modesto avviso, Pizzarotti cade. Più volte. La sua "prosa" è almeno ripetitiva. Gli stessi concetti sono rimestati, allargati e rimpiccioli alla bisogna. Senza dar giudizi politici, perché intanto siamo difronte alla grande novità della partecipazione reale, provata, concreta e fattiva del "cittadino", molte incognite sul futuro, già di Parma, ci rimangono. Detto ciò, messa a confronto l'intervista d'Incerti a Pizzarotti con quella d'Adornato al capo del Pci Enrico Berlinguer sul 1984, riproposta sempre da Aliberti, col titolo "La consapevolezza del futuro", quest'ultima c'appare un oggetto da studiare nelle università. Ché Ferdinando Adornato come prima cosa si pone il problema di presentarsi. Poi senza timori porta il segretario del Partito Comunista a ragionare su temi imprescindibili, per rispondere a domande che mai sfiorano il terreno della banalità. L'intervista originaria, va ricordato, uscì su uno speciale che l'Unità aveva dedicato all'arrivo del 1984 (in connessione ideologica col romanzo d'Orwell - speciale al quale aderino con loro testi decine d'intellettuali e artisti internazionali). Il dialogo è intenso. L'attenzione di chi legge non può venir meno. Enrico Berlinguer tra le altre cose, pe dire dei contenuti, "rilegge" George Orwell e spiega che non si dovrebbe aver remore nell'accettare l'innovazione tecnologica. Il pensiero di Berlinquer si potrebbe sintetizzare anche con questa parole: nuovi mezzi a disposizione potranno far avanzare l'umanità. Una certa affinità, forse, tra gli argomenti proposti da Berlinguer nel'83 e a duemilaedieci inoltrato dagli stellati c'è. Epperò Berlinguer non aveva dubbi sulla necessità d'uscire dal dominio del localismo. Al contrario, tecnicamente, degli stellati. Magari persino per questa semplice ragione Enrico Berlinguer è rimasto nella storia. Alla stregua d'altre personalità che fecero parte d'un segmento parlamentare, diciamo pur sapendo di semplificar troppo, che ruotava dalla parti sempre del Pci. L'aiuto, questa volta, c'arriva dal saggio firmato dallo storico Giambattista Scirè, "Gli indipendenti di sinistra". Scirè, attraverso materiali e analisi, descrive cosa fu proprio questo gruppo parlamentare che, fra gli altri, vide l'adesione di uomini che si chiamarono Carlo Levi e Altiero Spinelli, passando per persone che ancora si muovono come Stefano Rodotà e Adriano Ossicini (nonostante quest'ulimo sia tra i più anziani reduci di quell'esperienza). Lo studio di Scirè, strutturato in maniera inattaccabile e felice nello svolgimento, ha il grande merito di ragionare sulle correlazioni del lavoro di Parri e altri con i fatti più importanti del secondo Novecento italiota. Se Pizzarotti e altri dicono di venir dalla Resistenza, intendendo l'adesione a quei valori morali, buona parte degli Indipendenti di Sinistra lottarano direttamente contro il fascismo. E da sinistra rivendicavano: "come valori irrinunciabili la libertà, la democrazia, il pluralismo, la laicità, rifiutando sia l'ideologismo e il centralismo democratico del movimento operaio, sia la stretta dipendenza dalla gerarchia ecclesiastica e l'interclassismo democristiano". Cattolici e laici, erano. Senza compromessi di sorta agivano.

C’era una donna … di Monica Negri (Phasar Edizioni)



Un racconto autobiografico, una denuncia morale sull'arroganza e l'indifferenza dei piccoli poteri. "Questa storia nasce dalla necessità di esorcizzare quanto accaduto durante pochi anni che hanno cambiato la nostra vita. Quando abbiamo assistito al disgregamento fisico e morale di una persona a noi molto vicina e alla fine di un periodo sostanzialmente sereno, quando abbiamo scoperto quanto si può essere soli in mezzo agli altri e a quali livelli di meschinità possa giungere l'animo umano. Una storia che non nasce come una denuncia, anche se moralmente deve essere considerata tale, ed è solo questa la ragione per cui non vengono volutamente fatti nomi. Una storia vera, una storia come mille altre che si consumano nel quotidiano senza che quasi nessuno ne parli" (Monica Negri)
C’era una donna … di Monica Negri (Phasar Edizioni), 2000, 7,23 euro,  ISBN: 88-87911-02-9, pp. 112
Scarica l’anteprima in pdf: 

mercoledì 28 novembre 2012

A Liberrima a Lecce l'attesissimo romanzo di Giuseppe Calogiuri dal titolo "TRAMONTANA" (Lupo Editore)



Appuntamento imperdibile. Prima presentazione dell'attesissimo romanzo di Giuseppe Calogiuri dal titolo "TRAMONTANA" edito da Lupo editore, nella magnifica cornice della Libreria Liberrima. Modera l'incontro Augusta Epifani.

Una inquietante sequenza di oscure morti e sparizioni agita le acque di una tranquilla cittadina del sud coinvolgendo indistintamente rampolli di buona famiglia, onesti professionisti e modesti lavoratori. L’apparente gratuita casualità dei fatti mette in allerta il fiuto di Michelangelo Romani, giornalista del Messaggero Quotidiano, e di Sandro Gennari, direttore di TeleCittàUno, che decidono di investigare nonostante la servile prudenza dei rispettivi editori quando l’indagine sembra infastidire le poltrone di politicanti affaristi o turbare antiche coscienze. Affiancati dalla fedele Carla, i due amici si mettono ostinatamente in cerca di polverosi “scheletri” negli armadi più insospettabili, seguendo l’esile filo di una traccia che appare sempre più sfuggente, in attesa del segnale anomalo rivelatore. Cosa sa il vecchio colono Antimo? E chi è il cinico giustiziere? Un giallo tutto salentino in cui lo studio delle atmosfere d’ambiente si sposa con la scrittura elegante e il gusto della suspense.

Giuseppe CALOGIURI classe 1978.  Nato a Lecce e qui vive e lavora come avvocato specializzato in diritto d’autore e degli artisti. Già cronista e reporter per quotidiani e riviste locali, all’avvocatura associa l’attività di chitarrista blues e jazz. Scrittore sin dall’età giovanile, ha esordito nella narrativa nel 2005 (premio “Corto Testo”). Scrive su ogni pezzo di carta gli capiti tra le mani. Tramontana è il primo romanzo della serie con protagonista il giornalista Michelangelo Romani.

"Bus de la Lum. Foiba infame e discussa" di Silvano Mosetti (Phasar Edizioni)



Sull’estremo confine del Friuli-Venezia Giulia, pochi metri al di qua del Veneto, si apre un inghiottitoio naturale profondo 180m: il Bus de la Lum. Esplorato la prima volta nel 1924 dalla Società Alpina delle Giulie, nel 1949 l’Autore portò il suo Gruppo a una riesplorazione, trovando sul fondo i resti di parecchi infoibati. Un anno dopo, su incarico del Ministero Difesa-Esercito, lo stesso Gruppo dei triestini riportò in superficie quanto restava di ventotto salme, sospendendo il recupero per la presenza di alcune bombe inesplose. La narrazione riesce a scavare nel dolore di una madre, emblema di tutti i parenti di infoibati, un sentimento di commossa rassegnazione e consente di sperare in una totale pacificazione etnica con gli Slavi, oggi auspicata ma non ancora pienamente realizzata.

Silvano Mosetti è nato nel 1924 a Trieste, dove muore l’8 marzo 2008.
Presidente del Gruppo Triestino Speleologi dal 1949 al 1957, vi è rimasto socio per ventisei anni. Dopo vari incarichi ecclesiali, assolti sia in ambito locale sia a livello nazionale, è stato presidente diocesano di Azione Cattolica nel capoluogo giuliano per due mandati triennali conclusi nella primavera 1983. In “Chi ha sete venga”, pubblicato dalla Elle Di Ci alla fine del 1995, ha curato una copiosa raccolta di schede per i “centri di ascolto” operanti in varie diocesi italiane.
Nel concorso letterario “L’Autore”, indetto nel 2002 per opere inedite da Firenze Libri, su 1466 partecipanti anche stranieri alle tre sezioni (narrativa, poesia, varia), è risultato tra i diciassette finalisti per la narrativa con “Noi degli abissi”, stessa opera qui presentata col titolo “Bus de la Lum”.
"Bus de la Lum. Foiba infame e discussa" di Silvano Mosetti (Phasar Edizioni), 2008, 12€, ISBN: 978-88-6358-001-3, pp. 184


martedì 27 novembre 2012

"A piedi nudi sulla sabbia" di Giovanni Galperti (Phasar Edizioni)



Doveva pensare a qualcosa il profeta Isaia quando diceva: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annunzia la pace che annunzia la salvezza». Poteva magari pensare al mio catechista Daniel, della missione di Gounou Gan al Ciad, nel bel mezzo dell’Africa. Io a Isaia e a queste sue parole pensavo ogni volta che vedevo Daniel togliersi le scarpe – se scarpe potevano essere – e venire davanti all’altare, sempre all’ombra di un albero, per commentare il Vangelo. Non ho capito né Isaia né il Vangelo. E neppure il gesto di Daniel. Daniel sorriderebbe, se leggesse, sorpreso di ritrovare qualcosa di se stesso in queste pagine scritte – a piedi nudi – dopo e prima averlo conosciuto. Qualcosa cui non aveva mai pensato.

"A piedi nudi sulla sabbia" di Giovanni Galperti (Phasar Edizioni) , Phasar Edizioni, 8,00€, 978-88-63580-63-1, pp. 112, 2010



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UNA VITA DA... OVVERO: "LE PROCELLARIE DI ANDREA" DI GIANCARLO CARIOTI (ABEL BOOKS)



IL LIBRO - Che vita è stata quella di Andrea? Ditelo, voi lettori, magari con un sostantivo o con un aggettivo. Nato da povere cose, Andrea ce l’avrebbe la forza ed i talenti, per riformare fino in fondo il suo paese. Ma chi sta ad ascoltarlo? E soprattutto: che può un uomo di fronte ad una massa di uomini, di fronte ad un intero paese che tenta di procedere verso la civilizzazione? Così, dopo una prima parte, in cui Andrea si misura con una serie di acuti fallimenti, sembrerebbe, dopo aver conosciuto Nicoletta, che la sua vita si trasformi. Egli si appropria di un certo potere, ma viene bruciato dal padre di lei, che lo scaraventa in politica. Qui Andrea conosce la disfatta, perché, egli si dice, questa Italia non sa e non vuole cambiare, perché la gente è in fondo colpevole e merita di vivere male. Egli si brucia e, da quel momento cade nella più acuta nevrosi, per cui insistentemente pensa al suicidio,

ESTRATTO - Chi sa perché non riusciva a seguire. Le immagini si succedevano in rapida sequenza, ma era come se gli sfuggisse il significato recondito di quelle banalità, che pure si sforzava di voler intendere; ed il film, dai!, non era mica male, solo che… era il mezzo, quel piccolo schermo che lo ottundeva, in fondo, la sua autogestione, come tutte le cose “private” che ti compri, per farne un piccolo feticcio, il tuo tesoro autogestito, in cui non passava, chi sa perché mai l’oggetto, ma una sua pantomimica retrospezione, dove tutto si faceva... ecco... piccolo, troppo, troppo piccolo e limitato, senza una sua dignitosa autonomia. Così l’oggetto perdeva lena e sequenza, diventando accatto, paccottiglia senza determinatezza. Ed il bello era che tutto ti scivolava sulla pelle, diventando, appunto, incomprensibile, maculato di un uso improprio in cui mancava la tessitura di idee, che diventavano labili e confuse, insino allo smarrimento.

lunedì 26 novembre 2012

Giorgio Faletti esce per Einaudi con “Da quando a ora”. Imperdibile!



“E poi c’era la gente. Sono cresciuto sentendo raccontare aneddoti inverosimili, che erano impossibili da credere ma ai quali era un piacere prestare fiducia, non fosse altro per rispetto all’impegno e alla buona fede di chi li riportava. Il vero talento di un contaballe è quello di essere il primo a credere alle sue stesse fantasie: quelle erano innocue, non belligeranti, senza un secondo fine se non quello di passare qualche istante al centro dell’attenzione, l’unico lusso che in quei momenti era concesso concedersi. Ogni persona che ricordo era una voce, una storia, un soprannome, un abbigliamento, una piccola o grande sopportata povertà, una piccola o grande felice follia. Ognuno rappresenta oggi nel mio vissuto un esempio di ammirevole fatica per uscire dalla prima senza dimenticare la seconda. Nel campo sterminato del possibile, ognuno è una frase, ognuno è una canzone, ognuno è un romanzo. «Il libro di Faletti è una canzone d’amore alla vita, la sua e quella degli altri». (Antonio D’Orrico)


Tutto comincia ad Asti, al numero 33 di corso Torino: è lì che nasce, «bambino fatto in casa», Giorgio Faletti. Sono passati 62 anni, che lui ha impiegato facendo il comico, il musicista, l’attore, il pittore, e naturalmente lo scrittore. Scorrendo l’elenco delle sue imprese (e parliamo solo di quelle professionali) sembra che Giorgio Faletti abbia vissuto mille vite. Di sicuro, scopriamo leggendo il suo nuovo libro, ne ha vissute due: Quando e Ora sono le prime due sezioni che compongono questa autobiografia fatta di musica e parole. A fare da spartiacque una frase secca che mette i brividi: «Poi, senza preavviso, sono morto». Dell’ictus che lo ha colpito nel 2002 Faletti non ha mai raccontato molto. Lo fa adesso, a dieci anni di distanza, «perché consegnare a una pagina quella confidenza significherà liberarsene una volta per tutte, sarà come appendere una carta moschicida che invece di imprigionare gli insetti blocca i brutti ricordi». Dopo quella frase nel libro la scrittura cambia, dalla prima persona si passa alla terza e Faletti gioca a raccontarsi come fosse un personaggio dei suoi romanzi. Quello che non cambia è lo sguardo che tiene insieme passato e presente, e che sceglie di raccontare, senza imbarazzo né autocompiacimento, il rovescio della medaglia. Le difficoltà, le sfide perse, i fallimenti che si nascondono dietro una vita di successi. E che, paradossalmente, di questi successi sono il nutrimento: «La felicità la vivo, - ha detto Faletti a Silvia Nucini in un’intervista per Vanity Fair. – Sono le malinconie, l’amaro in bocca che mi ispira». E nelle pagine di Da quando a ora l’autore ci racconta com’è che funziona l’ispirazione, mettendo in parole quei momenti intimi, quegli attimi di vita da cui, nel tempo, sono nate le sue canzoni. Le stesse raccolte nei due Cd, incisi per l’occasione, in cui Faletti interpreta i suoi maggiori successi (Quando) e dodici pezzi inediti (Ora). Così, ad esempio, leggiamo la storia di una fotografia e di un amore finito, e scopriamo che da quella storia è nata una canzone, Nudi, e possiamo ascoltarla, quella canzone, magari leggendo il testo pubblicato nell’ultima sezione del libro…
«Quando si arriva alla fine di un progetto come questo, - scrive l’autore nei Ringraziamenti in coda al libro, - è arduo stabilire se è stata raccontata a parole della musica o se sono stati musicati momenti di vita». In un caso o nell’altro, Da quando a ora è di sicuro un viaggio nel tempo che fa sorridere e commuove.

domenica 25 novembre 2012

Francesco Cassanelli Stami … E adesso? (ARACNE EDITRICE)



“Cosa si prova a perdere un amore? Cosa succede quando scopriamo che in realtà nessuna persona ci appartiene veramente?” Questa è l'esperienza che i protagonisti di questo romanzo si troveranno a vivere incrociando le proprie esistenze. Francesco, giovane laureato in attesa di partire per il servizio di leva, trova una provvidenziale quanto temporanea occupazione nel supermercato sotto casa. Qui conosce Elisa e con lei inizia un gioco di reciproca seduzione fino a che, suo malgrado, non scoprirà di essere un semplice spettatore di questa loro commedia. Un libro che parla innanzitutto d'amore, quale motore primo di ogni nuova esperienza. Ma anche un libro che cerca, attraverso le vicissitudini dei suoi personaggi, di rappresentare l'irresistibile desiderio di amare e di essere amati, sforzandosi di dipingere le scoperte, a volte dolorose, che accompagnano i protagonisti nella loro vita.

Francesco Cassanelli Stami nasce a Bazzano, in provincia di Bologna, nel 1972. Vive e lavora nella provincia di Modena, dove esercita la professione di avvocato. Questo è il suo primo romanzo.





sabato 24 novembre 2012

Inni del Tempo Presente alla Città del Libro di Campi 2012



Interverranno Vito Antonio Conte, Giovanni Santese, Marcello Buttazzo, Gianluca Conte, Piera Spedicato, Elio Ria, Wilma Vedruccio, Elio Coriano, Francesco Pasca, Francesco Aprile, Stefano Cristante, Daniela Liviello, Irene Leo, Rosemily Paticchio, Nadina Foggetti

Modera Stefano Donno

La Fondazione della Città del Libro di Campi in collaborazione con Besa Editrice e Presidi del Libro , rinnovano come ogni anno il consueto appuntamento con la Poesia. Per il 25 novembre 2012 a partire dalle ore 20,00 nella Sala Pinocchio anche per il 2012 ci sarà il reading conclusivo della "XVIII Edizione della Città del Libro di Campi Salentina", dedicato alle voci della poesia e della scrittura che operano in Salento aderenti all’iniziativa. Quest'anno, in un moto corale di partecipazione poetica gli autori sono invitati a portare il loro contributo sul Qui e l’Ora della Poesia, e di fatto il titolo dell’appuntamento è emblematico: “Inni del Tempo Presente”. Non è più tempo di pensare alla crisi e alle sue problematiche, alle sue derive, la Poesia ora si concentri sul qui e ora da cui ripartire. Occorre raffinare dunque lo sguardo, modulare il canto e spendere quanta più gioia possibile nei versi, che si possa così costruire un corpo della poesia attiva e recitante che porti luce dove c’è oscurità

August di Christa Wolf, traduzione di Anita Raja (E/O). Intervento di Nunzio Festa



Il più bel regalo. "August", il racconto lungo che Christa Wolf ha lasciato al marito Gerhard, é il più bel regalo che una scrittrice potesse fare all'amore d'una vita intera, all'amore assoluto: "Senza di te sarei stata un'altra persona", dice infatti in dedica di chiusura C. Wolf al suo Gerhard. "Un piccolo grumo di memoria - é stato detto - che la scrittrice ha riplasmato nel luglio dell’anno scorso pochi mesi prima di morire. Con tocco quasi elegiaco, senza le tensioni ideologiche ed esistenziali di quell’opera autobiografica del 1976 (Trama d'infanzia, ndr) nella quale aveva ritratto se stessa e gli anni del crollo del nazismo attraverso il personaggio della giovane Jenny Jordan. Nelle ultime pagine del libro c’erano già con lei, in sanatorio, il piccolo August e Hannelore rapita dalla tisi a soli cinque anni. Figure marginali allora, sagome appena sbozzate in un’epoca di deliri e follie, che ora riemergono nelle pagine terse di quest’ultima prosa, icone di una lontana identità che la parola sa riannodare al presente". Ed è vero, anche, che i territori della letteratura affermano con forza quanto il 'il passato non é morto' - perché è storia e storie, insomma. Ecco, comunque, in sintesi il soggetto che si fa quasi pellicola in tono minore. Un uomo alle soglie della pensione, che tra le altre cose ha superato una malattia, cresciuto, si sposa con Trude ed è già vedovo da due anni. Fa l’autista, e mentre sta appunto riportando in pullman da Praga a Berlino una comitiva di turisti, mentre guidando costeggia l’Elba, si ferma a Dresda, lambisce lo Spreewald, il passato torna e si fa riscrivere in forma persino di memoria. Nonostante, dobbiamo quindi giustificare, s'usi un'ottima terza persona. Insomma August si vede (ricorda) bambino. E trova un orfanello lasciato nel sanatorio che fu Rocca dei tarli. Di maturazione in maturazione, verso la maturazione, August s'unirà a Trude. La certezza, l'amore. Felicità.

venerdì 23 novembre 2012

A LECCE LA FELTRINELLI POINT OSPITA IL ROMANZO “DI TUTTE LE RICCHEZZE” (Feltrinelli) di Stefano Benni




L’autore si renderà disponibile a firmare le copie del libro, accogliendo ben volentieri domande dai lettori convenuti.. L’appuntamento è previsto per domenica 25 novembre 2012 ore 11.00 alla Feltrinelli point di via Cavallotti 7/a a Lecce.  La libreria Feltrinelli non perde occasione di presentare ghiotte opere letterarie come il romanzo “Di tutte le ricchezze” - ai lettori leccesi e non - che non possono non accogliere quest’opportunità di arricchimento culturale accompagnato dalla simpatica e poliedrica figura di Stefano Benni, un autore acuto e frizzante, l’ideale insomma per una domenica mattina di novembre.  

Martin è un maturo professore e poeta che si è ritirato a vivere ai margini di un bosco: è una nuova stagione della vita, vissuta con consapevolezza e arricchita dai ricordi e dalle conversazioni che Martin intrattiene con il cane Ombra e con molti altri animali bizzarri e filosofi. In questa solitudine coltiva la sua passione di studioso per la poesia giocosa e per il Catena, un misterioso poeta locale morto in manicomio. Questa tranquillità, che nasconde però strani segreti, è turbata dall’arrivo di una coppia che viene a vivere in un casale vicino: un mercante d’arte in fuga dalla città e Michelle, la sua bellissima e biondissima compagna. L’apparizione di Michelle, simile a una donna conosciuta da Martin nel passato, gonfia di vento, pensieri e speranze i giorni del buon vecchio professore. Il ritmo del cuore e il ritmo della vita prendono una velocità imprevista. Una velocità che una sera, a una festa di paese, innesca il vortice di un fantastico giro di valzer. Leggende, sogni, canzoni, versi di un poeta che la tradizione vuole folle e suicida, telefonate attese, contattisti rock, cinghiali assassini, visite di colleghi inopportuni, comiche sorprese, goffi corteggiamenti e inattese tentazioni - tutto riempie di nuova linfa una stagione che si credeva conclusa, e che si riapre sul futuro come un’alba. Martin e tutti quelli che lo circondano sembrano chiusi in un bozzolo di misteri: si tratta di attendere la farfalla che ne uscirà.

Stefano Benni scrittore, giornalista, poeta, sceneggiatore, drammaturgo e umorista italiano. Ha collaborato con settimanali “l’Espresso” e “Panorama”, quotidiani come ”la Repubblica” e “Il manifesto”, autore televisivo. Ha scritto numerosi romanzi, autore di racconti e opere teatrali.

Info
Feltrinelli Point
via Cavallotti 7/a, 0832/331999

giovedì 22 novembre 2012

Antonio V. Gelormini presenta il suo Episcopius Troianus – il taccuino di Troia (Gelsorosso edizioni) alla Città del Libro di Campi Salentina



Sarà presentato venerdì 23 novembre 2012 alle ore 16,00 nella sala Manfred della Città del Libro 2012 di Campi Salentina da Stefano Donno, Antonella Vincenti e Don Alessandro D’Elia il lavoro di Antonio V. Gelormini edito da Gelsorosso dal titolo Episcopius Troianus – il taccuino di Troia   

«Kaspar Jr. Van Wittel era letteralmente catturato dall’imponenza affascinante delle Alpi, mentre ne sorvolava le cime innevate e mentre si apprestava a sfogliare le pagine nascoste di una storia senza fine».Il Gran Tour di Kaspar jr. si dipana sulle tracce accattivanti di linee architettoniche familiari e lungo i riverberi di sentimenti devozionali insistentemente tramandati. Un percorso tracciato negli anni della sua infanzia olandese dai racconti di una nonna “incantevole” che, come un filo d’Arianna, lo guideranno dalla Firenze di Raffaello alla Roma dei Papi, dalla Napoli carolingia alla familiare Reggia vanvitelliana di Caserta. Fino al cuore dell’entroterra dauno: Troia. Episcopius Troianus “racconta” il Palazzo Vescovile di Troia, nella percezione stessa di “soggetto episcopale”, attraverso le sue vicissitudini, quelle dei Vescovi che l’hanno abitato, quella di un’originale pala d’altare del Solimena, nonché della tribolata vicenda di preziosi volumi e codici emigrati “forzosamente” verso biblioteche più blasonate. È anche il racconto di una Diocesi e di una Città, Troia, che ha rappresentato un importante pezzo di storia di questo suggestivo angolo di Puglia.



Antonio V. Gelormini, nato a Troia (Fg) il 24 agosto 1956, vive a Bari, dove ha frequentato i corsi della Facoltà di Economia e Commercio degli Studi “A. Moro”. Ha diretto importanti strutture turistico-alberghiere di catene nazionali ed internazionali (Club Méditerranée, Accor Group e Cit Hotel). Dal 2006 è giornalista pubblicista. Editorialista del quotidiano telematico «Affari Italiani», è redattore-capo della sezione “Puglia”. È stato responsabile della pagina turismo del quotidiano «La Prealpina» di Varese, ed è corrispondente di numerose testate online. Collabora con i principali quotidiani pugliesi. È responsabile del progetto Daunia Vetus della Diocesi di Lucera-Troia, per la nascita di un Distretto Culturale (www.dauniavetus.it). Nel giugno 2009 ha ricevuto il “Premio Giornalistico Città di Riccione” assegnato ogni anno alle migliori firme del giornalismo italiano di viaggi e turismo.

Umberto Galimberti con il suo Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto (Feltrinelli) a Feltrinelli Point di Lecce



La libreria “Feltrinelli point” della città barocca- accoglie senza remore la filosofia e lo fa ospitando un grande esponente della storia della filosofia italiana, Umberto Galimberti con la sua opera che affronta il tema del sacro. Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto è un saggio che riaccende il dibattito sul significato che ha assunto la religione al giorno d'oggi ormai in crisi, incapace di comunicare un linguaggio nuovo, comprensibile e condivisibile con tutti. L’appuntamento è previsto per venerdì 23 novembre 2012 alle ore 17,00 dove l’autore incontrerà i suoi lettori.  

Già nel 2000, Umberto Galimberti con le “Orme del sacro” si poneva la domanda di cosa fosse rimasto di autenticamente religioso in un'epoca come la nostra che più di altre registra un boom di spiritualità. Al di là delle fulgide apparenze, il Dio invocato in plurime lingue, in molti riti e nelle forme più svariate della religiosità, sembra essersi infatti definitivamente congedato dal mondo per lasciare null'altro che un desiderio infinito di protezione, conforto, rassicurazione: è solo il resto esangue della storia e della tradizione del cristianesimo, troppo arretrato per governare un tempo scandito dall'incalzante succedersi delle scoperte tecnico-scientifiche. Oggi la riflessione di Galimberti si è estesa e approfondita. Ma forse si può dire anche che la consapevolezza dell'importanza di questi temi è cresciuta in modo costante nel pubblico e che la ricerca di risposte sulla crisi del sacro si è ormai molto affrancata dalla guida della chiesa cattolica. In Cristianesimo, il filosofo parla a questo nuovo pubblico, tracciando le ragioni dell'afasia del sacro nel nostro mondo riconducendole, con un'argomentazione che non mancherà di causare dibattito, proprio alla natura del cristianesimo, così come realizzatosi nella storia dell'Occidente.
Umberto Galimberti (nato a Monza nel 1942), è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ordinario all’università Ca Foscari di Venezia, titolare della cattedra di Filosofia della Storia. Dal 1985 è membro ordinario dell’International Association for Analytical Psychology. Autore di numerose opere filosofiche che come è noto sono incentrate sul tema della tecnica nella società occidentale contemporanea, del corpo e dell’anima.

Info
Feltrinelli Point Lecce
via Cavallotti 7/a, 0832/331999
www.lafeltrinelli.it

CICI CAFARO E RICCI I TUOI CAPELLI CON KURUMUNY AL FOLK BOOKS



Sabato 24 novembre 2012 ore 18,00 è previsto l’appuntamento con le voci, i suoni, i  ritmi della tradizione: ci sarà la presentazione dei libri/cd editi da Kurumuny dal titolo “Cici Cafaro, Io scrivo la realtà”, “Ricci i tuoi capelli. Arie e canti popolari di Cannole, Corimondo – La strina, suoni e canti di Corigliano d’Otranto”,  con Luigi Chiriatti, Sergio Torsello, Eugenio Imbriani. A seguire intervento musicale delle Cantatrici di Cannole e di Cici Cafaro.
CICI CAFARO - IO SCRIVO LA REALTA’ a cura di Eugenio Imbriani. Illustrazioni a cura di B22

Una testimonianza preziosa, un lungo racconto in cui il flusso dei ricordi sembra riannodare le fila del rapporto tra passato e presente, tra memoria e appartenenza. Un’autobiografia che ci rivela una personalità emblematica e rappresentativa della cultura dell’area grica del Salento. Cici Cafaro è un uomo che sembra aver vissuto dieci vite in una: contadino, ambulante, poi emigrante e soldato, sempre cantastorie instancabile che conosce, come gli antichi aedi, il segreto del ritmo delle parole per incantare.

RICCI I TUOI CAPELLI - ARIE E CANTI POPOLARI DI CANNOLE con le illustrazioni di Lucio Montinaro a cura di Luigi Chiriatti

Esiste un altro Salento, diverso da quello da cartolina. È il Salento più autentico e vero, quello della quotidianità, fatto di storie, di gente, di paesi arsi dal sole che vivono all’ombra delle chiese e delle masserie in pietra leccese. Dopo aver apprezzato la forma, la curiosità richiede, necessita che venga svelata anche la sostanza, l’anima, il cuore di questa terra. Lontane o solo lambite dai circuiti turistici sopravvivono, infatti, tante piccole realtà piene di fascino dove la memoria dell’antico resiste al lento scorrere del tempo e all’incessante galoppare della modernità. Incorniciati da teorie di ulivi che procedono senza soluzioni di continuità, i paesi del Salento nascondono e custodiscono piccoli grandi tesori, e tocca alla curiosità del turista o del ricercatore scoprirne la bellezza più profonda, quella che riannoda i fili del tempo. Uno di questi è senza dubbio Cannole, piccolo paese situato nella zona centro-orientale del Salento, noto ai più per la famosa sagra della Municeddha (lumaca), oltre che per lo splendido parco Torcito, che conserva una meravigliosa masseria fortificata del XVII secolo. Qualche altro, tra i cinefili, ricorderà certamente che la sua vecchia stazione fu una delle tappe dello splendido road movie ferroviario Italian Sud Est della Fluid Video Crew di Davide Barletti, ma in pochi rammentano che nel 1480, questa area accolse gli otrantini sopravvissuti al sanguinario sacco della loro città ad opera di Gedik Ahmed Pashà e soprattutto che fino agli inizi del XIX secolo questo paesino era uno dei decatría choría, ovvero i tredici paesi della Terra d’Otranto che conservavano la lingua e le tradizioni greche, oggi meglio noti come Grecìa salentina. E lo spirito musicale qui è ancora vivo, infatti questa piccola cittadina custodisce anche un altro piccolo grande patrimonio culturale rappresentato da Rosaria Campa, Vincenza Agrosì, Assuntina Tomasi, Gina Luperto, Eva Serra, Rosalba De Lorenzis, e Ada Nocita, sette donne fra i cinquanta e settanta anni, che quasi per caso si sono ritrovate a cantare insieme e da quel momento non hanno smesso di condividere questa comune passione. Nel corso degli ultimi anni la loro attività, fatta di piccole esibizioni, per lo più private, ha suscitato l’interesse di diversi musicisti e ricercatori salentini che si sono avvicendati per studiare e approfondire il loro repertorio, ma sono state poi loro a cercare Luigi Chiriatti, spinte dal desiderio di lasciare una traccia dei loro canti. Le donne di Cannole hanno cominciato a cantare insieme in diverse e svariate circostanze: quando andavano insieme sul pullman che le portava alle terme, in giro nelle scampagnate con gli amici. Cantare per loro significa incontrarsi, cucinare, mangiare, dialogare, spettegolare in un tempo che non è caratterizzato dal ricordo del passato, ma che è il presente, il loro modo di esserci e di vivere oggi la loro presenza. Il canto come categoria espressiva del bello che non serve, come in passato, a esorcizzare la morte, la durezza della vita e il destino di una non umanità, ma che rappresenta se stesse in relazione alla loro comunità. Canto come gioia, socializzazione, un modo di ironizzare su altri e su se stesse, alternativa ai luoghi comuni della televisione e della globalizzazione. Per loro cantare è stare insieme, giocare, ricavarsi uno spazio libero dalle trame tradizionali dei rapporti ufficiali sottomessi a regole di facciata, un luogo e un tempo della contemporaneità che sfugge a qualsiasi tipologia della ricerca e della documentazione classica. Per loro cantare è fare partecipi gli altri del loro benessere psicofisico: la loro memoria non è spezzata. Il loro repertorio è come un grande magazzino, un “granaio della memoria” senza categorie, dove i canti hanno uguale importanza e diventano belli ed emozionanti quando decidono di eseguirli siano essi di origine propriamente salentina o di altra derivazione. Le donne di Cannole quando cantano ci regalano emozioni che ci coinvolgono e ci fanno gioire del presente del loro incontro. La maggior parte del loro repertorio è rappresentato dai canti diffusi in tutta la Penisola: canti narrativi e romanze delle opere liriche diffuse dalle bande locali. Questo elemento conferma, ancora una volta, come la poesia popolare e la sua musica, che toccano corde del sentire comune, sono conosciute ovunque, appartengono a tutti e suscitano uguali sentimenti anche se il “modo” di esecuzione assume caratteristiche diverse e le fanno appartenere al luogo e al tempo in cui vengono eseguiti. Al centro dell’indagine che ha dato vita a questa pubblicazione è la voce che è corporeità, spessore, timbro, calore comunicativo, ma che significa anche riannodare i fili della memoria, narrare, testimoniare. Non è un dato casuale, considerata la preponderanza che la voce, vista nel suo profilo performativo, ha assunto nell’odierna analisi demo-etno-antropologica. E il Salento è terra di voci e di canti, benché lo si associ più spesso al battito del tamburello e alla danza. I canti a sole voci di questa raccolta possiedono una marcata valenza emozionale. Sono storie conosciute o meno, nel segno delle sfaccettature dell’amore, della fatica del lavoro, delle relazioni sociali, della quotidianità, dell’emigrazione, della lontananza. Canto giocoso e nudo, senza orpelli e senza palchi e riflettori, un cantare distante dai codici spettacolari. La proposta delle cantatrici di Cannole è il segno di quanto l’analisi della pluralità sonora salentina non possa darsi del tutto completata e riveli ancora tesori, al di là del mare, sole, mieru (vino) e pizzica, giustamente celebrati, ma più spesso spacciati e consumati con superficialità. Il volume è corredato da due Cd che contengono un’antologia di brani scelti, per un totale di 42 tracce. Nel repertorio delle donne di Cannole sono confluite arie, romanze e canti narrativi provenienti da tutta Italia: probabilmente ciò è dovuto al fatto che in questo gruppo ci sono donne che hanno vissuto all’estero per venticinque, trent’anni e che certamente hanno avuto rapporti con connazionali provenienti da altre zone della nostra penisola. Anche i canti salentini del loro repertorio provengono da zone diverse come il Capo o le aree di Martano e altre zone del Salento. Alcune di queste donne infatti non sono native di Cannole: una proviene da Martano, un’altra da Poggiardo, un’altra ancora è originaria di Galatina, trasferitesi poi a Cannole per ragioni di lavoro o piuttosto perché hanno sposato qualcuno del posto. Probabilmente da bambine hanno ascoltato i canti del loro luogo di origine e poi li hanno conservati come antichi ricordi di famiglia.

Il Cd “Ricci i tuoi capelli, arie e canti popolari di Cannole” è promosso con il sostegno di PUGLIA SOUNDS - PO FESR PUGLIA 2007/2013 ASSE IV” ed è patrocinato dalla Povinicia di Lecce, dall’Istituto Diego Carpitella e dal Comune di Cannole.




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