giovedì 30 giugno 2011

Il sogno di Damocle di Fatos Kongoli (Edizioni Controluce)












In una Tirana assediata da bande di delinquenti e dalla mafia, la storia privata di un giovane, un perdente nato, si intreccia con il tragico destino dell’Albania caduta nella débacle e nella follia alla vigilia della rivolta politica del marzo 1997. Nell’autunno di quell’anno, Ergys, uno studente, vittima di un padre autoritario, cerca di uscire dalla soffocante tutela paterna, trovando un lavoro al bar Pacifik, luogo d’incontro di ragazzi sbandati. Lì incontra Linda, una pittrice di famiglia comunista, della quale si innamora. Ostracizzato e cacciato di casa dal padre a causa di questo legame, comincia per Ergys una vera discesa agli inferi in cui si alternano momenti di delirio a momenti di lucidità e il presente e il passato si mescolano in modo inestricabile. Kongoli dimostra grande maestria nel descrivere il mondo in sfacelo di un uomo attanagliato dalla paranoia: Ergys, credendo di essere perseguitato dalla figura perturbante di Damocle (il suo doppelganger), si toglie la vita, lasciando al narratore la testimonianza degli eventi che lo hanno spinto a chiudere la partita con la vita.

Fatos Kongoli è nato nel 1944 a Elbasan, al centro dell’Albania. Matematico di formazione, è stato professore e in seguito responsabile delle pagine culturali del giornale “Rinascita democratica”. Attualmente vive a Tirana e si dedica interamente alla scrittura. Il sogno di Damocle è il quarto romanzo della tetralogia sull’Albania contemporanea che comprende Le Paumé, L’ombra dell’altro (Besa, 1999) e Il drago d’avorio (Besa, 2005).

mercoledì 29 giugno 2011

C'era una svolta: lettura di Francesco Mandelli - I soliti idioti

Francesco Mandelli de I Soliti Idioti legge la fiaba "Lucrezio Annibale persona amabile".



Su 10 Righe dai Libri potete leggere le prime 27 pagine del libro di
Martino Ferro, C'era una svolta, Edizioni Ambiente – VerdeNero,
da cui è tratta la fiaba.

L’anello di ferro di Ornella Albanese (Leggereditore)












Italia, 1135. Giselda attende il suo promesso, il valoroso Manlius. Da diversi anni la guerra lo tiene lontano dal feudo di Tarsia, dove potrebbe non far più ritorno. Giselda è giovane, impavida, intraprendente, e quando durante un torneo cavalleresco riceve un invito dal figlio del barone di Rosetum, antico avversario della sua famiglia, accetta senza esitare. L’appuntamento è nel bosco vicino, al tramonto. Purtroppo, però, il suo nome diverrà un’eco spenta, perché di lei non si troverà più traccia. Proprio adesso che Manlius è tornato… Risorge così l’ombra di intrighi e misfatti arginati per lungo tempo. Le due famiglie metteranno in campo tutte le loro armi per ridisegnare

i confini di un odio che non dà tregua. Ma forse solo il sorriso di una donna e la magia tutta femminile riposta in un anello di ferro riusciranno a riportare la pace laddove dimoravano rabbia e morte. Segreti, intrighi, colpi di scena e sensualità per un’autrice che ha già conquistato il favore delle lettrici italiane, e che a ogni sua prova si riconferma come una sicurezza, un solido punto di riferimento nel suo genere.

“Ventisei anni prima. Luglio 1109. Llyneth, della casata di Drengot, scostò la cortina bianca e la forte luminosità la colpì, facendole socchiudere gli occhi. Così contemplò tra le ciglia il paesaggio che la circondava. Il mare riempiva la sua visuale, azzurro e scintillante di calura, forti ondate che percuotevano la costa. L’odore acuto di alghe e di salsedine le invase i polmoni. Ma non erano gli unici odori che percepiva. Il caldo sembrava liberare fragranze sconosciute che superavano la leggera barriera delle cortine, riempiendo l’interno del carro su cui viaggiava. Quella terra impervia, rovente di sole, aveva colori e profumi violenti. Nel suo paese tutto appariva più tenue e sfumato, quasi rassicurante. E l’odore che prevaleva era quello della nebbia. Llyneth fece un piccolo sospiro. Il paesaggio intorno a lei era talmente vivido da far apparire la sua terra sbiadita, al confronto. Quasi rarefatta nella memoria, e davvero molto lontana. «Riuscirò ad abituarmi a questa luminosità accecante?» chiese a Caitlín che, seduta accanto a lei, gemeva a ogni scossone del carro sulla strada pietrosa, nonostante i numerosi cuscini che avrebbero dovuto attutire i colpi. Caitlín era la sua nutrice e le raccontava di essere stata la prima persona che Llyneth aveva visto quando aveva aperto i piccoli occhi, appena nata. Le aveva dato il suo latte, le aveva raccontato le antiche leggende della loro terra e le aveva insegnato come si deve comportare una fanciulla di nobili origini. Col tempo si era conquistata un posto vicino al suo cuore, più vicino di quello di sua madre. «Vi abituerete al caldo, al sole e alle diverse abitudini di questa gente. Lo farete per amore del vostro futuro sposo.» Llyneth sorrise. Il suo futuro sposo era il conte Timoteo di Tarsia, un valente guerriero che aveva enormi possedimenti e grandi ricchezze. Lei ne aveva sentito parlare la prima volta durante una permanenza a Capua, presso suo zio Riccardo, terzo principe della città. Ogni volta che nel castello si discorreva di rettitudine e di coraggio, qualcuno citava il nome del conte di Tarsia. Allora era quasi una bambina e non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe diventata la moglie di quel guerriero. «Chiudete la tenda o il sole vi brucerà» l’ammonì Caitlín. «Dovete preservare il candore della pelle per lo sguardo ammirato di vostro marito.» Llyneth si affrettò a ubbidire e una luminosa penombra invase il carro. «Sono impaziente di arrivare» sospirò. «Tarsia sembra ai confini del mondo.». «Non dovremmo essere troppo lontane, ormai. Almeno lo spero, per il sollievo delle mie povere ossa.» Caitlín inarcò la schiena e poi cercò di sistemare meglio i cuscini. «Adesso lasceremo la costa per proseguire verso l’interno.» Era stato un viaggio interminabile e più volte Llyneth aveva provato sgomento all’idea di andare a vivere in una terra così lontana. Ma aveva ubbidito ai voleri di suo padre e per tutto il tragitto aveva fantasticato su quell’uomo sconosciuto, cercando di ricostruire tutto ciò che aveva udito di lui per poterlo immaginare fisicamente. Un guerriero così forte e leale doveva essere anche di bell’aspetto e lei era davvero ansiosa di conoscerlo. Il lungo viaggio aveva esasperato la sua impazienza.”.

martedì 28 giugno 2011

Un cuore nelle tenebre di Roberta Ciuffi (Leggereditore)












Vivono tra la gente comune, conducono una vita apparentemente normale. Ma la notte è il loro regno, è di notte che si scatena la loro vera natura. Tutto intorno, l’Italia unita sta muovendo i primi passi, eppure, tra i vicoli di San Raffaele, in Friuli, sono i lykaon a reggere i fili del destino. Da secoli vivono in pace, a metà fra la ragione umana e l’istinto animale, ma ora qualcuno di loro ha lasciato che il sangue prenda il sopravvento, e che le pulsioni del lupo vengano alla luce, sconvolgendo un’armonia sottile. L’ombra dei boschi sta per dilagare, inesorabile, insidiosa, e solo uno di loro potrà ricucire il confine tra i due mondi. Starà a lui – accompagnato da una donna fragile e indifesa, che cela in sé la forza sconosciuta e dirompente di una regina delle tenebre –, trovare la chiave che risolverà l’enigma, per difendere il suo popolo dai piani di chi da tempo trama alle loro spalle.

Roberta Ciuffi è un’autrice che con pennellate decise e delicate dipinge un mondo oscuro e penetrante; una grande maestra del romance italiano che per la prima volta presenta un romanzo paranormal, destinato a entrare nell’immaginario delle lettrici.

“Friuli, 1885 - Lars Coulter si accorse della presenza dell’animale prima che il cavallo si fermasse di colpo, puntando gli zoccoli. Prima ancora che i cespugli a sinistra della strada si agitassero, per poi separarsi lacerati da un lampo nero. C’era stato un bagliore nella sua mente, la sensazione che tutto quanto lo circondava divenisse più intenso: gli odori più stordenti, i colori più accecanti, e gli alberi e gli arbusti che costeggiavano la strada di montagna si protendessero come per trattenerlo. Se ne accorse, ma non poté far nulla per evitarlo. Il cavallo si bloccò, nitrendo terrorizzato. S’impennò, scartò, scalciò con le zampe posteriori, e quindi si diede alla fuga, inseguito dall’ombra scura da cui emanava l’energia selvaggia che gli riempiva la mente. Non poté farci nulla, perché a quel punto era già precipitato faccia in giù sul fondo polveroso della strada, tra minuscole schegge di roccia frantumata e sassi. Il colpo gli svuotò i polmoni, e un dolore esplosivo lo paralizzò per un istante. Respirò, prima di rialzare la testa. Non c’era nessuno. Il sole che attraversava le chiome degli alberi gli disegnava addosso un merletto di luci e ombre. Il cavallo e la belva che lo inseguiva erano scomparsi alla vista. L’uomo puntò le mani al suolo per rimettersi in piedi. Una fitta gli incendiò la caviglia sinistra. «Maledizione» biascicò, sputando la polvere che gli ricopriva la faccia. Tentò di nuovo, facendo attenzione a poggiare prima la gamba destra e cercando di sostenersi con le mani. La fiammata stavolta gli arrivò al cervello, facendolo gridare. Riprese fiato, e poi, concentrandosi per controllare il dolore, ruotò col corpo per cercare di mettersi seduto. Sperava con tutte le forze che si trattasse solo di una distorsione. Non aveva nessuna voglia di passare la notte in montagna, con una gamba rotta. Un frullo d’ali annunciò l’atterraggio di una cornacchia grigia, a breve distanza da lui. Avanzò dondolando, muovendo la testa per studiarlo, il grosso becco nero proteso in avanti come una minaccia. Lars Coulter strinse la mano su un sasso. L’uccello si fermò, emise un verso gracchiante e volò via. L’uomo lo seguì con gli occhi, finché non lo vide scomparire tra un larice che sussultava e brontolava, formicolante di ali. Lentamente, si mise a ridere. Sperava che gli animali che popolavano la montagna si spaventassero con la stessa facilità di quella cornacchia, altrimenti si sarebbe trovato nei guai. Elena distolse lo sguardo dal finestrino, per trovarsi addosso gli occhi ansiosi della signora Persello. «Sta bene, signorina Arlati?» La frequenza con cui glielo chiedeva iniziava a irritarla. Il presupposto era che una giovane donna in viaggio da sola doveva soffrire della sua condizione, e manifestare con frequenti segnali di malessere la propria natura delicata. «Benissimo, la ringrazio» rispose, senza curarsi di sorridere. Se avesse continuato a farlo ogni volta che la moglie dell’avvocato si rivolgeva a lei, ormai avrebbe avuto la faccia paralizzata per i crampi. Tornò a girare la testa. La signora era come uno di quegli animali che si animano speranzosi quando intravedono dell’interesse nei loro confronti, ma che tendono a tornare al loro posto se li si ignora. L’avvocato Persello l’aveva addestrata bene, pensò, trattenendo un sorriso. I viaggiatori del postale diretto a San Raffaele tacevano, lasciandosi scuotere dall’ondeggiare della vettura senza opporre resistenza. Erano tutti stanchi, ma nessuno quanto Elena Arlati. E nessuno era spaventato quanto lei. Lars Coulter cominciava ad aver sonno. Da più di un’ora, ormai, sedeva con la schiena contro un leccio che le piogge avevano fatto crescere inclinato verso il centro della strada. Quella struttura obliqua era riuscita a richiamare la sua attenzione, strappandolo allo stordimento provocato dalla caduta, e la scomodità della posizione gli impediva di addormentarsi. Avvertiva contro la nuca la rugosità del tronco, e sulla faccia il calore del sole che attraversava il fitto fogliame, di un verde così scuro da sembrare nero. Aveva bisogno di quel calore più d’ogni altra cosa, anche del riposo o del sonno. Lo stomaco protestava per la fame. Aveva mangiato l’ultima volta più di un giorno prima, ma la sua mente era in grado di ignorare la tormentosa sensazione di bisogno, isolandola fino a dimenticarla. La caviglia si era gonfiata. Se la teneva immobile, non gli faceva male. Calcolava che ci fosse ancora un paio d’ore di luce per riuscire a trovare una soluzione. Dopodiché, gli si aprivano altre possibilità.”

lunedì 27 giugno 2011

Reckless - Lo specchio dei mondi di Cornelia Funke (Mondadori ). Intervento di Stefano Donno












Partiamo da una considerazione di dati di vendita. Il libro di cui mi occuperò in questa sede ha venduto più di un milione mezzo di copie nel mondo. E penso che si accinga a diventare un vero e proprio long seller. Si tratta di un opera sinistra dove la notte sembra avere la meglio sulla luce. Parlo nello specifico di “Lo specchio dei mondi” della bravissima Cornelia Funke edito da Mondadori. Due fratelli animano le pagine di questo “grimorio” Jacob e Will. La notte lo specchio dallo studio del padre, chiama Jacob, cerca di condurlo nel suo mondo non solo abitato da nani, unicorni e altre fantastiche creature … già perché i Goyl sono gli altri “signori” di quell’altra dimensione, esseri di corniola e ametista, fondamentalmente spietati guerrieri. Sarà Will, una volta divenuto adulto, a dover oltrepassare “la soglia” alla ricerca del suo amato fratello. Il libro si presenta con una ricca trama densa di grande letteratura, dove si respira a pieni polmoni un’atmosfera degna del miglior J.R.R. Tolkien. Appena terminato di leggere il lavoro della Funke il lettore sarà conscio di aver vissuto un’avventura ai limiti della fantasia, che insegna come a volte la forza delle tenebre nasconde insidie più forti addirittura del Male, talvolta mascherate da pura innocenza. Una storia gotica, affascinante e spaventosa assolutamente da leggere.

Cornelia Funke è nata nel 1958 nella città tedesca di Dorsten. Tra la fine degli anni '80 e gli anni '90 si impose in Germania con due serie per bambini, intitolate Gespensterjäger e Wilde Hühner. Ottenne grande successo con i libri Il cavaliere dei draghi (1996), ed Il Re dei Ladri (2000, tradotto in italiano nel 2004). Il romanzo che l'ha lanciata è stato però Cuore d'inchiostro, che ha vinto il premio BookSense Book of the Year Children's Literature nel 2003. Cuore d'inchiostro è la prima parte di una trilogia che continua con Veleno d'inchiostro (2005), anche questo vincitore dei premio BookSense Book of the Year Children's Literature. I suoi libri hanno ottenuto un tale successo che nel 2005 il Time l'ha inserita nella classifica dei "100 artisti più influenti del mondo", definendola "la J. K. Rowling tedesca".

domenica 26 giugno 2011

Natale a Saint Oyen" (Youcanprint) di Giuseppe Lascala












Saint-Oyen. Piccola comunità nella Valle del Gran San Bernardo in Val d’Aosta, ma ricca di una grande tradizione. Basti pensare che da Saint-Oyen, il grande Stendhal fa passare il protagonista della Vie de Henri Brulard. A un certo punto tra le pagine di questo lavoro riesci a sentire odori, suoni, colori, e sembra quasi che si sia vissuto proprio lì da chissà quanto tempo. Che quasi ne senti la mancanza di tutta quella pace e tranquillità. Ma di tutta la storia e le tradizioni, e il folclore che questo luogo, questa regione può contenere, non si può non ritenere che in realtà ci troviamo dinanzi ad una rappresentazione narrativa che configura un luogo geograficamente dato come puro e semplice pretesto utilizzato dall’autore per immergerci in una storia che gli appartiene. O meglio a immergerci di soppiatto all’interno di diversi tracciati biografici dei personaggi descritti nell’opera. Come un pretesto si deve sentire, la scelta di parlare di una gita aziendale a Parigi, e delle innumerevoli suggestioni che ricordi e sensazioni animano l’autore, che altro non sono poi che la chiave di volta grazie alla quale la storia tra queste pagine si anima di vita propria e racconta diverse esistenze. E ancora pretesti sono le tre vicende di cui si occupa Giuseppe Lascala in questa sua ultima produzione, ovvero le tre esperienze dei tre protagonisti a cui sembra maggiormente legato egli stesso: la struggente solitudine di Ferruccio, le lezioni di dignità e vita di Ciccino da quando scopre le gioie del piacere fisico sino agli scherzi del destino e ai buoni sentimenti che nonostante tutto lo animano, le riflessioni di Fabienne fedele ai suoi sani principi nonostante la vita ha in serbo per lei un amaro calice. Già … pretesti… che nel loro configurarsi come pura e semplice impalcatura scritturale, rivelano invece una densità emozionale non da poco. E che forse rimane un fattore da non trascurare assolutamente, anche se i contenuti valoriali esposti nero su bianco in queste pagine, sono così lontani dalla nostra quotidianità che sembrano provenire da altri mondi, altre latitudini. Già perché il messaggio cristiano si sente tutto: questi - in fondo li si può chiamare così - quadretti ci fanno conoscere da vicino un'umanità minuta che vive senza pretese eppure con impensabile generosità. Ci fanno apprezzare le loro ordinarie vicende di ogni giorno, di vite come tante, a volte fatte di lievi preghiere ma traboccanti di amore fraterno e speranza. Giuseppe Lascala in fondo parla al suo lettore d’amore, di morte, di tutto ciò che ci accompagna giorno dopo giorno sino alla fine. Ci parla e lo fa in maniera assolutamente non velata del recupero di certi momenti dello spirito: attraverso la bocca di ciascuno dei protagonisti, Lascala, ci parla fondamentalmente della difficoltà di oggi nel proporre un vero annuncio dei valori dell'evangelo che sono a servizio dell'umanizzazione dell'uomo, attraverso valori umani fondamentali che la testimonianza della fede deve a ogni costo proteggere e vivificare. E con questo obiettivo, ecco che l’autore riflette su quale direzione queste piccole gocce di scrittura potranno essere d’aiuto a ripensare la crisi della odierna società. La lingua utilizzata dall'autore è principalmente l'italiano, incontaminato rispetto a qualsiasi tentativi di “metissage” dialettali. Sono molto frequenti i dialoghi e i monologhi ed è frequente anche l'uso del discorso indiretto libero. Lascala, riesce a trovare un suo equilibrui narrativo a metà strada dunque tra narratore onnisciente e narratore che regredisce fino a diventare un tutt'uno con i personaggi. In più di qualche momento all’interno del libro sembra che i i personaggi e le vicende si presentino da sé, e chi legge ha l'impressione di essere messo in “presa diretta” con la realtà di cui si parla.

sabato 25 giugno 2011

L'inizio del buio di Walter Veltroni (Rizzoli)



L'11 giugno 1981, poco dopo le 13, l'Italia resta paralizzata davanti alla tv. Durante il Tg2, da un pozzo nella campagna di Vermicino, vicino a Frascati, proviene l'urlo di un bambino che chiama la mamma. "È il pianto di un bambino che si sveglia nella notte, nel cuore di un incubo mostruoso, senza sapere se quella che ha vissuto è realtà o cattiva fantasia. È il pianto di un bambino che viene deportato, che vede la mamma allontanarsi e poi sparire, dietro una curva. È il pianto di un bambino al quale un adulto ha fatto la più orrenda delle violenze. È tutti i pianti di tutti i bambini del mondo. Tutti in una volta. Tutti in un bambino solo."

on Youtube/Rizzoli Book trailer

venerdì 24 giugno 2011

Yellow Medicine di Anthony Neil Smith traduzione di Luca Conti (Meridiano Zero)












Minnesota: fra i campi di granturco coperti di neve e il vento che fischia fra gli alberi Billy Lafitte cerca un nuovo inizio sulle pianure ghiacciate. È stato nominato vicesceriffo nella contea di Yellow Medicine, ma per uno come lui quel posto è solo un purgatorio. Perché Billy viene dal Golfo del Mississippi, è un uomo del Sud, tutto temperamento e testosterone, e fatica a capire le leggi rurali che regolano i rapporti fra gli abitanti delle terre del Nord e i Sioux dei casinò. In un universo popolato da perdenti e ubriaconi, medici alcolizzati e guardie del corpo corrotte, Lafitte è una mina vagante. E quando Drew, la ragazzina che gli ha acceso il sangue, gli chiede di rintracciare il suo fidanzato, non se lo fa ripetere due volte. Troverà Ian quasi subito in un dormitorio studentesco ma il ragazzo, che è a letto con un’altra, è già finito in un mare di guai: marchiato con un ferro da mandriani, è ora sul libro nero di una gang che sta progettando di fare del Minnesota la nuova raffineria di metanfetamine degli States. Ma se è vero che ogni indagine ha un prezzo, ficcare il naso in questa costerà a Billy molto caro, perché Ian e la sua nuova fiamma scompaiono e quando lui torna al college trova ad aspettarlo una testa mozzata e un manipolo di scalcagnati terroristi che ha l’obiettivo di ucciderlo. Narrato in prima persona, intriso di humour nero e cinismo, Yellow Medicine è un formidabile pastiche di genere in cui la visione manichea e retrograda di un antieroe americano si fonde con le atmosfere dark della provincia più rurale e retriva. Ne emerge una storia che ha l’aroma ferroso del Thompson più crudele e l’onirica violenza di Fargo dei fratelli Coen.

“(oggi) - Quando l’agente Rome si decise a entrare nella stanza, erano due settimane che mi palleggiavano da una cella all’altra, tutte anonime e tutte uguali, da una saletta per interrogatori all’altra, tutte anonime e tutte uguali, da un federale all’altro, tutti anonimi e tutti uguali e tutti pronti a farmi banalissime domande sui miei “contatti all’interno del sottobosco criminale”. E io non avevo fatto che chiedermi quando sarebbe successo. Ero preoccupato per Drew e speravo fosse riuscita a mettersi in salvo. Pensavo a come l’avrebbero presa, dalle parti di casa (a Yellow Medicine, ma anche la sua famiglia giù al Sud), la notizia dell’assassinio di Graham, il mio ex cognato nonché capo. Chissà in quanti avrebbero dato la colpa a me. Magari Rome aveva le risposte. Mi avevano fornito un’ampia tuta blu e delle ciabatte di gomma. Tipico vestiario da detenuto. Nessuno si era degnato di dirmi cos’avessi fatto di male. Avevano continuato a farmi domande su domande, alle quali ero in grado di dare ben poche risposte. E di quelle risposte non si erano mai mostrati soddisfatti, continuando peraltro a ripropormi le stesse domande. Per come mi avevano mandato a puttane il sonno, mi ero reso conto di che giorno fosse solo quando un indolente federale si era portato dietro una copia ancora piegata di USA Today ed ero riuscito a coglierne il titolo, l’unica cosa alla mia portata: IL CONGRESSO PRENDE TEMPO. Be’, forse della nostra piccola avventura col terrorismo l’opinione pubblica non sapeva ancora niente. Tanto meglio. L’obiettivo dell’intera faccenda, tanto per cominciare, era stato proprio quello. Far sparire quei mentecatti. Poi, Rome. Federale al cento per cento: giacca e cravatta, tesserino d’identificazione che gli pendeva dal collo, computer portatile, grosso blocco per appunti e qualche penna. Era solo, anche se sulla soglia aveva perso qualche secondo per chiedere a uno dei suoi scagnozzi di portargli da mangiare. L’ora di pranzo, quindi. Mi aveva quasi fregato: ero convinto che fossero, che so, le due del mattino. Richiuse la porta e, da lì, mi sorrise. — Vice Lafitte, non mi sembra che se la passi un gran che bene, eh? Era il primo volto familiare che vedevo da chissà quanto. Alto, magro, nero, capello militaresco. — Mi dica che è venuto a farmi uscire. È solo un gigantesco equivoco, giusto? Ha saputo solo adesso che mi stanno trattenendo qui a forza, giusto? Si concesse un piccolo grugnito di compatimento e solo allora si accostò al tavolo, spostando la sedia con estrema lentezza e massimo rumore. Poi si sedette e aprì il portatile con le sue dita ossute. Passai in rassegna il resto del suo armamentario. Il blocco per appunti era intonso. Magari pensava di riuscire a convincermi a sottoscrivere una qualche dichiarazione. Non una confessione, no, non l’avrebbe mai definita così. Piuttosto la ‘dichiarazione’ di un testimone oculare, utile forse ad agganciare i pesci più grossi. Lanciai un’occhiata furtiva al suo orologio da polso. Le undici e trenta. Questo, più il pranzo in arrivo, bastavano a farmi tornare sulla terra.”

giovedì 23 giugno 2011

Quiz su Marshall McLuhan - Salone Internazionale del Libro di Torino

Chi è McLuhan? Quali libri ha scritto?
Divertente quiz creato da PolimediaTV su Marshall McLuhan: Polimedia Tv durante la fiera del libro di Torino 2011 blocca i visitatori e li intervista.

Sempre in occasione del centenario della nascita di McLuhan l'Armando Editore propone una serie di pubblicazioni a firma McLuhan:
- Aforismi e profezie in cui è stata inserita la postfazione di Derrick de Kerckhove. Il libro raccoglie da poco in libreria oltre 800 aforismi tratti dalle sue principali opere, ordinati per tema e distinti in quattro sezioni.
- Cofanetto Letteratura e metafora della realtà che raccoglie tre volumi il cui argomento ruota intorno al tema della Letteratura
- La galassia Gutemberg nuova edizione.

Christine Koschel, Nel Sogno in bilico (Mursia)





















È stato pubblicato in questi giorni il volume di Christine Koschel, Nel sogno in bilico, a cura di Amedeo Anelli, per i tipi di Mursia, nella collana Argani diretta da Guido Oldani. La nostra redattrice Christine Koschel è fra i maggiori poeti tedeschi del Secondo Novecento; nel risvolto di copertina Guido Oldani scrive: «Si vive con un dizionario di alcune decine di parole. Tutto al contrario per Christine Koschel; lei sa che il poeta è una piccola isola in un oceano di termini, da cui pescarne pochi, e ad uno ad uno, con la fatica della lenza, usando per esca il proprio animo, perché il cesto si colmi lentamente, apertis verbis, e solo quando occorra veramente. Una poetessa inestricabile dalla sua biografia, il cui lavoro poetico è quasi scambiabile vicendevolmente con la sua persona o personalità, così appartata e il cui parlarne richiede quasi già una certa violazione. L’infanzia della piccola Christine è segnata dalle drammatiche conseguenze della Seconda guerra mondiale. Giovane poetessa, emigrerà in controtendenza, verso sud, a Roma, dove l’amicizia con Ingeborg Bachmann e con Cristina Campo – unitamente alla sua vocazione intrinseca – la terranno al riparo dalla sterile agevolata salotteria e, fino ad oggi, dall’attenzione di troppa editoria. È un «poids égoûtté» la scrittura della Koschel, fra i più significativi poeti del nostro tempo, con anche momenti come di residualità tutta europea dell’esperienza, dove ogni parola in più appesantirebbe vanamente il bagaglio del pellegrinare della poesia. Se dovessi fare qualche eventuale riferimento italiano ai suoi versi, penserei a certi vociani o al riservatissimo Roberto Rebora, nipote del più noto Clemente.Ma si sa, la Koschel ha avuto anche a che fare con il fecondo Gruppo 47, in Germania. Viene a mente allora, per i suoi testi, la delicatezza di un cespuglio invernale; non ha senso ricercarvi una ricchezza floreale. Pure, una gelata improvvisa fa sbocciare, da quei segni di matita, una delicatissima galaverna. Ne viene un imprevedibile giardino di bianco, sia di concretezza che di avvolgente sognabilità».

A portare in italiano i suoi traduttori storici in un’opera corale che dà il senso del lavoro dialogico di ascolto e interrelazione fra culture che il tradurre stesso rappresenta. Le traduzioni intrecciano generazioni di germanisti: Maria Teresa Mandalari, Maura Del Serra, Anita Raja, Silvio Aman, Daniela Marcheschi, Enrico Piccinini, Paola Quadrelli; raccolgono accanto a nuove traduzioni i testi usciti nelle riviste «AC», «Kamen’», “«Poeti e Poesia» ed in altri luoghi.

Christine Koschel è nata a Breslavia, in Slesia, nel 1936. Finiti gli studi ha lavorato a Monaco come aiuto regista teatrale e cinematografico. Nel 1961 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Den Windschädel tragen. Trasferitasi a Roma nel 1965, ha collaborato ad antologie e riviste italiane e internazionali e ha curato con Inge von Weidenbaum l’opera di Ingeborg Bachmann in quattro volumi per la casa editrice Piper di Monaco. Tra le sue raccolte poetiche, Pfahlfuga (con una nota di Ilse Aichinger, 1966), Zeit von der Schaukel zu springen (1975), Das Ende der Taube (1992), Ein mikroskopisch feiner Riss (2002), L’urgenza della luce (a cura e con un saggio introduttivo di Amedeo Anelli, traduzione di Cristina Campo, 2004), Einen Lidschlag offen (2009).

Christine Koschel, Nel Sogno in bilico,

a cura Amedeo Anelli

MURSIA, pp. 66 - € 15,00

mercoledì 22 giugno 2011

Ziska. La strega delle piramidi di Marie Corelli (Castelvecchi)


Armand Gervase è uno che il successo lo ha avuto sempre a portata di mano: fama, successo, donne, denaro. Ma non solo.
Egli è un artista di fama internazionale, che espone i suoi lavori nelle più prestigiose “case d’arte” del mondo. L’opera più conosciuta è un suo ritratto di donna dell’Antico Egitto, con tanto di particolari talmente aderenti alla realtà di quell’epoca, che lo zampino del “supernatural” è palese. Come ha potuto dunque dipingere un simile ritratto? Stati alterati di coscienza dovuti alla sua vita depravata e decadente, o comunicazione con altri mondi e dimensioni?
Armand Gervase poi al Cairo, sarà sedotto da Ziska, donna di incredibile fascino in grado di ammaliare chi l’ascolta con vicende – come quella, triste, degli amanti Araxes e Charmazel – provenienti dal millenario regno dei faraoni. Piccolo particolare … Ziska è identica alla donna del suo celeberrimo quadro. Bellissimo romanzo a metà strada tra horror e gothic novel, rivela un mondo tutto da scopire, grazie alla splendida penna di Marie Corelli.
(stefano donno)

“La Grande Piramide si ergeva buia contro il cielo, e sulla sua punta era sospesa la luna. Come un relitto scagliato a riva da una tempesta titanica, la Sfinge, a riposo tra le onde sinuose della sabbia grigiastra che la circondava, per una volta sembrava in uno stato di dormiveglia. Il volto solenne che impassibile aveva visto gli anni andare e venire, gli imperi sorgere e tramontare e generazioni di uomini vivere e morire, parve abbandonare per un istante la sua tipica espressione di saggezza speculativa e di sdegno profondo, lo sguardo gelido sembrò abbassarsi, la bocca austera accennare un sorriso. L’aria era ferma e soffocante, e nessuna presenza umana disturbava il silenzio. Eppure, verso mezzanotte, si alzò all’improvviso una voce come di vento nel deserto che, gridando forte Arasse! Arasse! e poi gemendo, sembrò sprofondare con un’eco lancinante negli intimi recessi dell’immenso sepolcro egiziano. L’orario e il chiaro di luna tramavano il loro mistero: il mistero di un’ombra e di una forma che sfiatò come un sottile vapore dai portali dell’antico tempio della morte e, trascinandosi di poco in avanti, si definì nella bellezza visionaria di un profilo di donna – una donna i cui capelli scuri ricadevano pesanti come gli scampoli neri delle bende di un cadavere sepolto ormai da tempo; una donna i cui occhi brillarono d’un fuoco sacrilego quando alzò il viso alla luna bianca e segnò l’aria con le sue braccia spettrali. La voce dirompente sussultò nella quiete ancora una volta. «Arasse... Arasse! Sei qui e non mi sfuggi! Nella vita, fino alla morte; e dalla morte di nuovo alla vita! Ti trovo e ti seguo! Ti seguo! Arasse...». L’orario e il chiaro di luna tramavano un mistero; ma prima che la sbiadita aurora opalina animasse il cielo di sfumature rosee e ambrate, l’ombra era svanita. La voce non si sentì più. Lentamente il sole issò il bordo del suo stemma dorato sull’orizzonte e la grande Sfinge, destandosi dal suo breve e apparente torpore, posò il suo eloquente sguardo d’eterno disprezzo fra le distese di sabbia e i ciuffi di palme verso la scintillante cupola di El- Azhar, luogo di intensa devozione e insegnamento, dove ancora gli uomini s’inginocchiavano a pregare supplicando l’Ignoto di salvarli dall’Occulto. A tratti si sarebbe creduto che il mostro scolpito con l’enigmatico volto di donna e il corpo di leone rimuginasse qualcosa in quell’enorme testa di granito. Quando la gloria del mezzogiorno esplose sul deserto e illuminò le ampie fattezze della Sfinge col suo splendore rovente color zafferano, quelle labbra crudeli sorridevano ancora come se avessero smania di parlare e di formulare l’enigma tremendo del lontano passato: il mistero che uccise!”.

link per leggere le prime 32 pagine del libro
http://www.10righedailibri.it/prime-pagine/ziska-strega-delle-piramidi

Marie Corelli, Ziska. La strega delle piramidi, traduzione di Marco Bisanti, Castelvecchi Editore, 31 maggio 2011

martedì 21 giugno 2011

Loredana De Vitis: viene dal Salento uno dei più bei racconti del 2011













Loredana De Vitis, giovane autrice salentina nata nel 1978, è una delle vincitrici dell’edizione 2011 del concorso Subway Letteratura, dedicato ai racconti inediti. Il racconto della De Vitis, "rossella e andrea. e Rossella e Andrea" (con prefazione di Massimo Cacciapuoti e copertina di Margherita Morotti) insieme ad altri nove racconti vincitori (per un totale di oltre 5 milioni di copie), verrà pubblicato e distribuito gratuitamente presso le fermate della metropolitana delle maggiori città italiane. Subway Letteratura è il concorso che da dieci anni premia il meglio dei racconti italiani under 35. Il premio nasce dieci anni fa da un’idea di Davide Franzini e dell’editor per la narrativa di Garzanti editore, Oliviero Ponte di Pino. Le selezioni e votazioni dei racconti effettuate durante ‘il percorso’ dalla giuria insieme alla formula della pubblicazione e diffusione in tutte le maggiori città d'Italia, fanno di questo concorso un vero e proprio trampolino di lancio e vetrina per giovani autori. Per tutta la durata del concorso, giunto alla sua decima edizione, i racconti inviati vengono sottoposti a una giuria composta da personaggi di spicco e importanti professionalità del mondo della letteratura che, dopo diverse letture e votazioni, giungono alla designazione di una prima rosa di finalisti. È tra questi che verranno scelti i dieci autori, bravi e fortunati, degni di essere pubblicati in un volume di Subway Letteratura. Il tutto, durante il periodo che va da febbraio a giugno di ogni anno, può essere seguito direttamente sul blog di Subway Letteratura. Scrive nella prefazione al volume Massimo Cacciapuoti: “Mai come in questo racconto struttura, o meglio stile, e significato combaciano. In una prospettiva che non cede nulla alla sostanza. Tutto il superfluo si accentra in un gesto liberatorio. Nella precisazione del significato dei segni. Nella parola piena. Nel gesto. Nell’unico abbraccio universale che trasforma la parola scritta, il segno grafico, in vita. Pulsante. Piena. Reale. Loredana De Vitis sfrutta gli strumenti espressivi della forma-racconto per restituire al lettore uno spaccato autentico della realtà dei rapporti tra uomini e donne. L'autrice trasferisce nel racconto vincitore una continua ricerca stilistica, frutto di un’elaborazione già presente nel suo libro d’esordio “Storie d’amore inventato”, pubblicato sulla piattaforma IlMioLibro, disponibile su Feltrinelli.it. Il libro di racconti della De Vitis vanta tre edizioni in meno di otto mesi dalla sua pubblicazione ed è sicuramente uno dei frutti più interessanti, per quanto riguarda la recente narrativa di marca pugliese.

Info:

www.subway-letteratura.org (per leggere il racconto) "rossella e andrea. e Rossella e Andrea"

lunedì 20 giugno 2011

Zazoom ... anche per l'editoria











Appena nato il web è stato concepito come modo per prendere visione documenti ipertestuali statici, ma col passare del tempo esso è diventato qualcosa di mostruosamente grande ed interattivo. Nella più immediata contemporaneità con i blog chiunque può pubblicare i propri contenuti, dotandoli anche di una veste grafica accattivante e stuzzicante, senza possedere alcuna particolare preparazione tecnica. Se prima le comunità web erano in stragrande maggioranza costituite da esperti informatici, oggi la situazione è completamente ribaltata, radicalmente mutata. I principali produttori di blog sono scrittori, giornalisti, artisti le cui attività non presuppongono una conoscenza informatica approfondita. Il continuo aumentare di questa enorme mole di informazioni e contenuti, ha fatto nascere negli internauti il bisogno, la necessità e l'esigenza di costruire virtualmente una propria rete, più o meno estesa, fatta di contatti e siti web con cui scambiare informazioni... Zazoom punta esclusivamente a questo, diffondere informazione! E ritengo questo possa anche includere l'informazione editoriale! Provare per credere! (Stefano Donno)

Zazoom è qui ... provatelo!

domenica 19 giugno 2011

Ritorno al paese delle Aquile di Aldo Renato Terrusi (Besa editrice)





















Un percorso alla ricerca delle proprie origini e della propria storia. Ritorno al Paese delle Aquile racconta il viaggio di Aldo e dello zio Giacomo, che tornano in Albania dopo quarantaquattro anni. Aldo era ancora un bambino quando il regime di Enver Hoxha rinchiuse il padre nel terribile carcere di Burrel, dove morì senza poter dare l’ultimo saluto al figlio e alla moglie. Il desiderio di Aldo di riportare in Italia i resti del padre si scontra con il passato doloroso della famiglia Terrusi e di una nazione che ancora oggi porta impressi i segni laceranti della dittatura. Attraverso i ricordi di una famiglia, si ripercorrono le drammatiche vicende della pagina di storia più cupa del Paese delle Aquile.

ALDO RENATO TERRUSI è nato a Valona, in Albania, nel 1945, da genitori italiani. Dopo gli studi tecnico-scientifici, ha lavorato in enti di ricerca, collabora in qualità di consulente con alcune società e scrive su riviste specializzate. Ha la passione per l’archeologia, l’astronomia e la fotografia. Si diletta inoltre con la pittura e pratica il tiro con l’arco a livello agonistico.

sabato 18 giugno 2011

Il significato è per lo spirito quello che il cibo è per il corpo - Arnold Mindell (AnimaMundi edizioni)





















Marx e Lenin non potevano prevedere la depressione derivante dalle loro dottrine non psicologiche e anti-religiose. Misero l’accento sulla comunità, ma negarono il ‘campo del sogno’ in cui viviamo. Auspicavano una grande famiglia senza classi, ma proibirono la comunità di esseri umani e di spiriti in cui tutti siamo nati. Certo, avevano ragione: quando le persone sono deprivate, povere e abusate, il bisogno di denaro può renderle confuse e vendicative. Maggiore la distanza tra ricchezza e povertà nella società, maggiore è la rabbia e più profonda la disperazione dei poveri. Ma Marx e Lenin avevano anche torto: un rapporto con gli dèi è un potere che consente di trascendere la disperazione. I governi che cercano di proibire questo collegamento finiscono per reprimere il senso del significato, che è indipendente dall’epoca storica: il significato è importante e necessario quanto il cibo. Il comunismo è simile al capitalismo: entrambi sono occidentali, europei e materialisti, nel senso che promuovo la proprietà, di pochi o delle masse. Entrambi svalutano le esperienze estetiche e intellettuali che non sono legate all’economia. Entrambi negano l’ambiente. Entrambi ignorano le tradizioni spirituali e mistiche dei popoli nativi, la cui spiritualità è fondata sull’interconnessione con tutte le cose. L’attivista per i diritti dei Lakota Oglala, Russel Means, oppone al marxismo le credenze e le tradizioni spirituali dei nativi americani: Un’insistenza squilibrata degli uomini sugli uomini, l’arroganza europea di comportarsi come se fossero al di là della natura dell’interconnessione di tutte le cose, può produrre soltanto una totale disarmonia e un riassetto che riporta all’umiltà gli esseri umani arroganti, dando loro un assaggio di quella realtà che è oltre la loro portata e il loro controllo. Non occorre una teoria rivoluzionaria perché accada. È al di là del controllo degli uomini.

Il paradosso del processo di gruppo è questo: per essere utile, deve riguardare i problemi sociali e di rango di tutti. Deve affrontare il problema di chi detiene il denaro. Nello stesso tempo, una comunità muore se si focalizza soltanto su ciò che è giusto o sbagliato per entrambe le parti. Come dice Russell Means, la comunità è condannata se si concentra solo sugli esseri umani. La cosa definitiva è lo spirito della natura, il misterioso e infuocato processo che ci spinge dentro e al di là di tutti i molteplici aspetti di noi stessi e dei ruoli nella nostra comunità.

(tratto dal paragrafo "Chi detiene il denaro?" del libro Essere nel fuoco. Conflitto e diversità come strumenti di trasformazione sociale di Arnold Mindell, AnimaMundi edizioni, Otranto, 2010)

La pagina web del libro:

http://www.suonidalmondo.com/edizioni/143.html

venerdì 17 giugno 2011

Lettera d'amore a Bertrand Cantant, di Francesca Mazzucato (Giraldi). Intervento di Nunzio Festa





















Amore totale. E' quello che la scrittura di Francesca Mazzucato, della quale sappiamo molti libri, tanti dei quali, tra l'altro, lungamente amati - dall'”Anarchiste” all'ancora più datato “Web cam” passando per il più recente “Romanza di Zurigo” - , consegna all'anima e cantante dei Noir Désir: Bertrand Lucien Bruno Cantat. Cantante e cantautore, questa penna e uomo che Francesca Mazzucato legge e ascolta, quale “poeta” che segna nell'intimo più intimo, ha avuto e ha una vita, d'altronde che ispira. Oltre essere ispirata. Scorrevole come un romanzo, la “Lettera d'amore” dell'autrice bolognese (per origini, s'intende, visto che i giorni della scrittrice sono fra Bologna Liguria Francia...) è un vero e proprio parallelo: tra le parole di Cantat, e il suo corpo, ovviamente, e le parole di Francesca, e il suo corpo, è ovvio. Questo libro pulsante non poteva che essere scritto da questa autrice. Romanziera, traduttrice dal francese e curatrice di opere – vedi la riedizione del saggio di Serra su de Sade, l'impegno di Mazzucato è quello d'indagare le mutazioni del tempo, che passano per le carni, ma seguendo le indicazioni del passato che sono il classico allungato nell'imperidibile foga della Letteratura. I tanti rimandi contenuti in “Lettera d'amore a Bertrand Cantand”, infatti, conducono nei versi di Carifi e nel lirismo di Apollinaire. Perché, però, Francesca Mazzucato sceglie di fare questo romanzo interamente a fiore per Cantat? I testi di Cantat, non si può che rispondere, sono dolore e passione, ovvero il pegno che le anime viaggiatrici dei margini pagano a un'intonazione con il reale. Certamente, le cronache ricorderanno di quando il cantante dei Noir Désir fu imprigionato per aver ucciso sua moglie Marie Trintignant e quanto la sua ex moglie morì in casa dello stesso Cantat, più che certe volte la melodia di Le vents nuos portera, ma Francesca Mazzucato guarda oltre la cronaca del giornale che finisce nel cestino. Le note scritte di Francesca Mazzucato spiegano il mondo di Bertrand Cantat e la sua dedizione per gli emarginati, le sue irregolarità che sono il sapore del genio e l'amore totale, stragrande, che il cantante e autore aveva per Trintignant. Naturalmente, l'autrice ha composto quest'opera corale e non corale, corale perché piovuta ingenuamente e genuinamente dal cuore e non corale in quanto ragionata al di là delle competenze degli altri sguardi pur poggiati nella narrazione, iniettandole nel suo sangue tutte le posizioni di testo che potessero dare altro calore alle 'ambientazioni' sensoriali. Allora, infine, chiediamoci: è davvero una dichiarazione d'amore? All'interrogativo, evidentemente, diciamo di contro che siamo esattamente dove san Francesco portò il Cantico alle “creazioni”. Dall'Hotel Coma, Francesca Mazzucato ode le urla di piacere e i patimenti che poi scaraventa, modellandoli attraverso la sua solita lingua gemmata e più che barocca. Si fa, di nuovo, di centri commerciali desolanti e strade lucide, angoli sempre puzzolenti, coca che rinnova l'etere. Una terra, sappiamo, che pullula, è proprio il caso di dire, di “pugili, puttane, rockers, efebici ragazzi in vendita, casuali, passanti curiosi di corteggiare l'abisso, diseredati, donne che si sono vendute il cuore scisso senza anestesia per amore”. Luoghi nei quali, per dire, Bertrand Lucien Bruno Cantat s'è piantato. Che non basta il successo. Oppure manco quando il successo non c'è è tutto perfetto. E la missiva che abbiamo letto, condizionante all'impossibile, corteggia tanto altro ancora.

mercoledì 15 giugno 2011

"Dalla Montagna Nera, scrittori e poeti montenegrini contemporanei” (Besa editrice) a Bari












“Dalla Montagna Nera, scrittori e poeti montenegrini contemporanei” è l’antologia pubblicata dalla Besa Editrice che per la prima volta presenta al pubblico italiano uno spaccato dell’esperienza letteraria contemporanea del Montenegro.

“Dalla Montagna Nera, scrittori e poeti montenegrini contemporanei” è il primo testo organico, di questo spessore, a essere pubblicato in Italia, esso ha l’obiettivo di illustrare la particolarità dell’esperienza letteraria montenegrina, presentando i momenti di spicco della sua produzione letteraria; davanti al lettore si trovano testi finora non tradotti scritti da eremiti letterari sia balcanici che mediterranei. L'antologia rende nel migliore dei modi l'attuale mappa letteraria montenegrina, alquanto frastagliata, senza caratteri costanti, rappresentata dai trentacinque autori selezionati da Pavle Goranović.

Le opere di questa raccolta contribuiscono a plasmare un nuovo rapporto nei confronti dell’eredità universale, rapporto che diventerà il motore di nuove energie creative.

Il volume verrà presentato Giovedì 16 Giugno alle ore 11,15 presso la Libreria Feltrinelli di Bari dall’Assessore al Mediterraneo della Regione Puglia Silvia Godelli e dal Vice Ministro della Cultura del Montenegro Dragica Milica.

Alla presentazione, promossa unitamente al “CESFORIA Centro studi e formazione in relazioni interadriatiche” della Università di Bari, alla Fondazione Gramsci di Puglia, all’Assessorato al Mediterraneo, alla Regione Puglia e all’Editore Besa interverranno Franco Botta, Giovanna Scianatico e Nicolò Carmineo, docenti della Università di Bari, l’Editore, il curatore della antologia Pavle Goranović, il capo di gabinetto del Ministero della cultura del Montenegro Danica Bogojevic, il Console del Montenegro a Bari Luigi Morfini.

La Puglia e il Montenegro sono legati da antichi e profondi vincoli di amicizia e cooperazione, la pubblicazione di una antologia della letteratura montenegrina è una occasione per promuovere una maggiore conoscenza della realtà culturale di questo paese favorendo ulteriormente il dialogo e la comprensione reciproca.

La Besa editrice è partner integrante dunque di questo progetto editoriale con l’Assessorato al Mediterraneo, la Fondazione Gramsci di Puglia, con Cesforia e con la Regione Puglia al fine di permettere la conoscenza delle nuove esperienze letterarie dei paesi dei Balcani sud occidentali in Italia e di autori pugliesi nei paesi oltre Adriatico.

In occasione della presentazione sarà inoltre illustrato il progetto del Consolato del Montenegro a Bari di realizzazione di un fondo alimentato da contributi di imprenditori privati per incentivare la iscrizione nelle Università pugliesi di studenti montenegrini che potranno usufruire di borse di studio in particolare per la partecipazione a master e a corsi di specializzazione.

martedì 14 giugno 2011

Dovevamo saperlo che l’amore di Nelson Martinico (Lupo editore)













Nelson Martinico, di origini siciliane, è nato a Roma. Dopo una folgorante quanto effimera carriera da giovane promessa del pallone – interrotta a un passo dal professionismo in seguito a uno sfortunato incidente – ha fatto di tutto: camionista, barman, imbianchino, stuntman in una dozzina di spaghetti-western del periodo declinante, fatto parte di un quintetto folk sardo-siculo (alla fisarmonica). Infine ha insegnato Latino e Greco. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L’ultimo, un poema in terza rima dantesca, è stato adottato nelle scuole. Conduce laboratori itineranti di tecnica della poesia nei mercati rionali. Odia l’automobile. Chi volesse comunicare con lui può scrivere al suo migliore amico: pinoligotti@yahoo.it

Salvare una biografia per i posteri: questo garantisce la Polizza “Genial Biography” proposta da Nelson e sottoscritta da Pino con l’impegno di raccontare almeno quarant’anni della sua vita familiare. E si va per libera associazione di idee… dai nonni emigrati dalla Sicilia a Roma negli anni Trenta, ai traumi della guerra e alle incertezze della difficile ricostruzione, alle svolte epocali degli anni Sessanta e all’atmosfera di piombo di quelli successivi. La scrittura – unica terapia – ricostruisce esistenze, ripercorre infanzia e adolescenza nel chiassoso e a volte goliardico clima di una grande famiglia sicula di cuore generoso, nei quartieri romani della formazione; rivive i passaggi di una giovinezza tanto avida di sperimentare quanto bisognosa di nutrirsi di scoperte (la poesia, il cinema, la politica) per individuare la propria vocazione. Mentre la famiglia si allarga e la narrazione vive tra le estati siciliane, la Capitale e il Veneto, che si fa quasi patria d’adozione del protagonista, egli attinge alle donne che hanno provveduto alla sua educazione sentimentale, agli indimenticabili personaggi che con la loro stravaganza o semplicità gli hanno aperto la mente, alle proprie non sempre lineari tappe esistenziali, ai cult che hanno fatto da riferimento alla sua crescita. E la storia (le storie) si fa registro dell’evoluzione della società italiana di quegli anni: un vasto affresco di intense passioni collettive alternate ai momenti bui delle stragi e dei terremoti. Ogni evento esterno si traduce in “segnale” di vissuto, trova eco nel percorso privato incalzandolo, determina orientamenti e disorientamenti, suscita buona e cattiva coscienza nel contratto di sincerità stipulato dal narratore col suo puntiglioso alter-ego. Tra sorriso e “incazzatura” (alla De Andrè), col pudore delle pulsioni poetiche ma con il coraggio delle fragilità, l’autore intreccia il filo della propria storia nel tessuto collettivo e in anni che hanno visto la fondazione di un’Italia alla quale un’intera generazione guarda forse con nostalgia.

“STAMMI A SENTIRE, NELSON. Da qualche tempo mi perseguita un sogno. Sempre lo stesso, come nei peggiori romanzi, o come in certi film dell’orrore, sì, insomma quelle vaccate che ti fanno scendere un brivido lungo la schiena. E non so, credimi, se è un incubo, o un desiderio represso, o forse forse una censura. Sì, deve essere una censura, quella che poi scatena i conflitti, perché, vedi Nelson, certi bisogni affettivi lì stanno e lì restano, anche se li scacci. La vuoi sapere tutta? Insomma, nel sogno io mi sposo. Io, misogino conclamato, finisco con l’accettare l’idea del matrimonio, cioè dell’ordine innaturale delle cose. Perché così ho sempre ragionato, così ho sempre visto le cose, e credo nella giusta luce… Il matrimonio? una scommessa isterica, un negozio troppo virgolettato, una serenità in armi: e la colpa è di nessuno. La colpa, ho sempre pensato, è nel patto, nell’istituzione. E che mi succede in sogno? Porca troia, mi sposo. Io. E il sogno lo apri tu, Nelson, tu, da dietro questo diavolo di computer, con questo tuo ghigno da vecchio registratore, tu a preannunciarmi il disastro: «E bravo il mio scapolone! avevi voglia a dire io non mi sposo, non mi sposerò mai… Ti sposi ti sposi…». E io, il pentito, il dissociato, l’uomo dell’abiura, io a giustificarmi: «Che vuoi? la zavorra degli anni… le rughe stanno avanzando… e poi penso a lui, a mio padre, a mia madre, ai nonni, l’idea della trasmissione…» e qui si scatena la spirale, il vortice. Il sogno prende sostanza”.

domenica 12 giugno 2011

Una scommessa per amore di Jennifer Crusie (Leggereditore)












Un romanzo che mescola situazioni comiche al limite delle lacrime, un ex geloso, uno psicologo testardo, la teoria del caos, un gatto estremamente astuto, il tutto condito da una giusta dose di romanticismo. La Kirkus reviews l’ha definito “Irresistibile”. Minerva Dobbs è la nuova Bridget Jones, alle prese con una dolorosa ma necessaria rinuncia ai carboidrati, con l’uomo che aveva accuratamente selezionato per il matrimonio, che decide di mollarla a tre settimane dall’evento, e con una scommessa di cui si ritrova a essere il premio. Attraverso situazioni esilaranti e al limite dell’incredibile, la protagonista ricomporrà i pezzi del suo cuore, accettando la sfida più pericolosa: quella di guardare negli occhi il Vero amore.

“C’era una volta, pensò Minerva Dobbs mentre si trovava in piedi al centro di un chiassoso locale yuppie, un mondo pieno di uomini interessanti. Poi guardò il volto attraente dell’uomo che aveva scelto come accompagnatore per il matrimonio di sua sorella e pensò: Bei tempi andati. «Questa relazione non funziona» disse David. Potrei piantargli questo stuzzicadenti da cocktail nel cuore, pensò Min. Non l’avrebbe fatto, naturalmente. Lo stuzzicadenti era di plastica, e non abbastanza appuntito. Inoltre non è così che si comporta la brava gente nel sud dell’Ohio. Un fucile a canne mozze sarebbe stato più appropriato. «Il motivo lo conosciamo entrambi» proseguì David. Probabilmente non conosceva neanche i motivi della sua arrabbiatura. Magari credeva di comportarsi in modo pacato e maturo. Almeno io so di essere furiosa, pensò Min. Lasciò che la rabbia la pervadesse e le scaldasse il corpo, che era più di quanto David avesse mai ottenuto. Un suono squillante provenne dall’ampio bancone a forma di roulette, situato all’estremità opposta del locale. Un altro punto a sfavore di David: la stava scaricando in un locale a tema. L’Azzardo. Avrebbe dovuto intuirlo dal nome. «Mi dispiace, Min» disse David. Non era vero. Min incrociò le braccia sulla giacca a scacchi grigia, per impedirsi di dargli uno schiaffo. «Tutto questo solo perché ho deciso di non venire a casa tua stasera? È mercoledì. Domani devo lavorare. E anche tu. Il cocktail l’ho pagato io.» «Non si tratta di questo» rispose un offeso David, mostrando la nobile superiorità del bel tenebroso. «Non fai alcuno sforzo per far funzionare le cose, il che vuol dire...». Il che vuol dire che usciamo da due mesi e non sono ancora venuta a letto con te.”

Jennifer Crusie ha scritto 15 romanzi, tradotti in oltre 20 paesi. I suoi libri sono apparsi nelle classifiche di New York Times, USA Today, Publishers Weekly, Wall Street Journal, Bookscan, e Barnes & Noble. Le sue storie esplorano in profondità l’universo femminile, restituendoci una visione poliedrica e in movimento delle donne d’oggi e delle situazioni che affrontano. Con questo romanzo, Una scommessa per amore, esordisce finalmente anche in Italia.

sabato 4 giugno 2011

“I segreti dei Santi – Platea Sancti Petri” di William Larson (Cerebro Edizioni)












"Ricorda che ciò che ti viene narrato non è altro che il frutto di una confidenza poi stravolta e raccontata male. Non credere, quindi, alle fiabe che ti vengono dette e fa che le tue orecchie filtrino la verità." (William Larson)

La storia si sviluppa a partire da un episodio singolare oltre che sinistro. Un piccolo centro della Provenza diventa il palcoscenico di un orribile delitto. Non si tratta di uno dei tanti sciagurati casi di criminalità che riempiono le pagine dei quotidiani e i servizi dei media televisivi. In questa storia esiste qualcosa di strano e oscuro. Un uomo, evanescente come un’ombra, porta via qualcosa di prezioso, forse di un valore inestimabile, da Villa de Lacan e si lascia alle spalle due corpi senza vita. L'unico sopravvissuto è un bambino, il figlio della coppia, che crescerà con una domanda ricorrente e angosciante: Cosa conteneva quell'oggetto per scatenare un gesto così disumano? La regia di tutta la storia lascia scorgere ai lettori un gigantesco complotto all’umanità ad opera di organizzazioni non sempre legali e non sempre operanti alla luce del sole. Libro che consiglio caldamente

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/segreti-santi-larson-cerebro.html

venerdì 3 giugno 2011

A tempo di sesso di Simone Consorti (Besa editrice). Intervento di Stefano Donno












Bel lavoro quello di Simone Consorti per Besa editrice dal titolo “A tempo di sesso”. Che abbia ceduto alle lusinghe del pop questo è evidente, ma la capacità di sapersi produrre in una scrittura densa e a tratti immaginifica, gli deriva propriamente dall’aver frequentato la Poesia e i suoi universi, con tanto di devastazioni semantiche o divertissements formali e ritmici. Ora trovo questi libro piuttosto “disonesto” come lo potrebbero essere i sogni che ti solleticano, ti lusingano e poi ti abbandonano al peso della realtà e alla sua gravità. Già perché Simone Consorti , narratore romano del 1973, costruisce sulla storia di una ragazza scomparsa sfumature in bilico tra il noir e thriller, delinea psicologie intrise di contrasti, ombre e contraddizioni, definisce delirii per tre sezioni nel libro che hanno per titolazioni “Interrogatori”, “Stella”, e “Il corpo del reato”, ovvero una dialettica sulla destinalità dell’oggi. Ho letto “A tempo di sesso” in breve, perché ogni pagina scorre veloce e “prende”, e sebbene all’inizio mi apparisse una lettura ben costruita ma di solo e puro intrattenimento mi sono ricreduto una volta terminata la lettura. La storia parla dunque di una ragazza “svanita”nel nulla. Nella sua casa solo una traccia ematica e un diario con molte domande senza plausibili risposte. Si racconta dell’investigatore che si spende nelle ricerche di questa giovane donna, e di Stella… Ma il resto vale la pena leggerlo, perché “A tempo di sesso” di Simone Consorti non tradisce chi gli darà fiducia!

Simone Consorti è nato e vive a Roma, dove insegna in un istituto superiore. Ha pubblicato i romanzi L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’ (Baldini e Castoldi, 1999), Sterile come il tuo amore (Besa, 2008) e In fuga dalla scuola e verso il mondo (Hacca, 2009). Ha raccolto le sue poesie in Perché ho smesso di scriverti versi (Aletti, 2009).

giovedì 2 giugno 2011

Libertà di Jonathan Franzen (Einaudi). Intervento di Roberto Martalò












Dopo aver atteso per ben 5 anni, tanto era passato dall'ultimo lavoro di Jonathan Franzen, i lettori italiani vedono premiata la loro pazienza con l'uscita di “Libertà”, opera candidata a essere giudicata uno dei migliori libri dell'anno. La letteratura americana ritorna dunque prepotentemente sulla scena letteraria con uno dei suoi “Grandi Romanzi”, capaci non solo di raccontare una storia ma di fotografare perfettamente e in profondità la società americana e, più in generale, certi aspetti del mondo occidentale. Le vicende narrate dall'autore ruotano attorno alla famiglia Berglund, tipica espressione della crisi della classe media: Patty, madre esageratamente attenta nei confronti del figlio Joey e innamorata in gran segreto della rockstar Richard Katz, miglior amico del marito Walter. Quest'ultimo è il classico democratico intellettuale che si prodiga per la famiglia e i suoi ideali fino a che, trovatosi dinanzi alla disillusione della perfezione famigliare e deluso dal suo mondo, non dovrà fare i conti con le tentazioni del sesso e del denaro. Infine Joey, secondo figlio (ci sarebbe infatti anche Jessica ma ha un ruolo tutto sommato secondario nella storia), repubblicano per rivalità nei confronti del padre e amante dei soldi e della bella vita. Franzen è un maestro nel creare situazioni dall'alto potenziale emotivo, riuscendo a descriverle sia da un punto di vista interno che da un'angolatura, per così dire, oggettiva. Ad esempio, riesce con grande abilità a costruire un triangolo di tensione emotiva tra Walter, Patty e Richard dal quale emerge con chiarezza il dualismo tra gli uomini non solo in quanto personaggi ma anche come idealtipi: Walter da giovane incarna ciò che tutti dovremmo essere, ossia onesti, colti, rispettosi e impegnati; Richard invece rappresenta ciò che vorremmo essere, cioé liberi, indipendenti, leader e desiderati; una rivalità – amicizia che offre al lettore l'opportunità di una scelta e che alla fine lo spiazza indipendentemente dalla parte di chi si sceglie di stare... Molto interessante inoltre è l'intreccio del libro, con l'autobiografia di Patty che è al tempo stesso soggetto e oggetto della narrazione: un espediente che serve a calarci nell'ambiente del romanzo. Il contesto più in generale (periodo dell'inizio della guerra in Iraq) fa luce su un'America (e non solo) completamente divisa in due, alla ricerca di un'identità nuova dopo la paura dell'11 settembre, impaurita e depressa da un sistema che sembra fagocitare personalità e coscienze con estrema facilità (non a caso, quasi tutti i personaggi hanno dipendenze da qualcosa per rimediare a un'insoddisfazione di fondo che potrebbe essere considerata come strutturale del sistema stesso), ma comunque sempre pronta a riabilitare e a concedere un'altra occasione. Il romanzo dunque non è solo un trattato sulla libertà, come condizione che porta alla felicità, ma anche sulla necessità o meno di stabilire regole che a questa libertà diano un senso; è un romanzo anche sui rapporti tra le persone e sull'orgoglio occidentale: una foto autentica e a tratti spietata degli Stati Uniti del pre-Obama, ma comunque una grande dichiarazione d'amore dello scrittore nei confronti del suo paese.

mercoledì 1 giugno 2011

Sezione Crimini Violenti. Il primo caso dell'ispettrice Huss di Tursten Helene (Fanucci)














Una sera piovosa di novembre. Un colpo sordo sulla ghiaia bagnata. I passanti del centro di Göteborg si radunano sotto il balcone al quinto piano di un palazzo signorile. L’ispettrice Irene Huss, il commissario Andersson e un’affiatata squadra di colleghi iniziano a indagare su ciò che sembra a tutti gli effetti un suicidio. L’improvvisa scomparsa di Richard von Knecht, abile uomo d’affari dell’alta borghesia di Svezia, risveglia enorme interesse nella stampa, mentre si cerca di ricostruire la tela delle persone a lui vicine. Tra marmi e oggetti d’antiquariato, tappeti persiani e legni intagliati, si dovrà scoprire cosa si cela dietro al mistero. Irene Huss non demorde e, passando dall’analisi di vecchi ritagli di giornale a mosse di arti marziali, tiene a bada l’eccentrica signora von Knecht, il silenzioso figlio e l’affascinante nuora-modella, gli amici milionari e quelli amanti del vino. Infine i sospetti si moltiplicano e contemporaneamente si restringono, frantumando in mille pezzi l’immagine di partenza.

Helene Tursten scrive un giallo con dovizia di particolari e con una trama fitta di colpi di scena e imprevedibili sviluppi. La sua ispettrice Huss, alle prese con un caso di omicidio davvero insolito, si divide tra la vita di madre e moglie impegnata e quella di capo della Sezione Crimini Violenti in una società minacciata dal razzismo, dalla droga e da una nuova ondata di criminalità.

“Nessuno lo vide quando cadde nella fitta oscurità di novembre. Con un colpo sordo e pesante sbattè contro il porfido bagnato di pioggia. Sebbene fosse l’ora di punta, c’erano insolitamente poche persone per strada. I pedoni si proteggevano sotto gli ombrelli rovesciati dal vento e ritraevano il mento nei baveri sollevati, per cercare un po’ di riparo dalla pioggia che sferzava gelida. Tutti quelli che ne avevano la possibilità andavano in macchina o si ammucchiavano nel vapore caldo e umido di un autobus o di un tram. La persona più vicina era un’anziana signora, che trascinava al guinzaglio un bassotto disubbidiente e fradicio. L’ululato del cane e quello di lei annunciarono che era accaduto qualcosa di grave. I passanti affannati rallentarono il passo. La curiosità prese il sopravvento e vennero attratti sul luogo dell’incidente”.