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mercoledì 28 dicembre 2011

Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia (Mondadori) di Franco Arminio. Intervento di Nunzio Festa























Per chi non conoscesse ancora Franco Arminio, ma sono sempre di più le persone che lo conoscono, cominciamo col dire che il poeta e scrittore e meridionale, e quindi paesologo Arminio scrive sempre libri essenziali e fondamentali, libri summa, perché testi, siano loro di poesia o di prosa e dunque che facciano paesologia, che nascono da un viaggio sentimentale e reale attraverso luoghi e comunità. Basterebbe rivedere due volumetti apparentemente giocosi pubblicati nella Contromano di Laterza. Reportage dai margini. Fotografie della marginalità. Con desolazioni. E con piccole salvezze. Fatti di tante morti e possibilità, però, di rinascita. Per chi non conosce ancora il sottoscritto, invece, e sono tantissime le persone che non mi conoscono, posso spiegare innanzitutto che veramente di rado, per esempio non ricordo più quanto tempo fa, mi capita di recensire dei libri pubblicati dalla casa di Segrate (forse dobbiamo risalire alla lettura di “Guerra” di Franco Buffoni). E persino raramente ne leggo. O acquisto (in questo caso dobbiamo sicuramente risalire al primo giorno d'uscita di “Gomorra” di Roberto Saviano, grazie a un consiglio illustre che non possiam qui rivelare). Ma “Terracarne” rappresenta ovviamente un evento eccezionale, e grazie all'attenzione dell'ufficio stampa mondadoriano ho letto in file e poi in cartaceo il libro, prima d'incontrare, tra le altre cose, nella nostra Matera l'autore stesso. Ché, appunto, Franco Arminio ha un debole, bello, per la città dei Sassi. E per lui questo posto dovrebbe diventare la nuova “capitale del mondo contadino”, dopo esser stata davvero 'mondo contadino'. In quanto per Franco Arminio non si potrà che tornare alla terra. Tanto vale, allora, attrezzarsi. La suggestione è fascinosa. Peccato, però, sia sponsorizzata solamente da pochi radical-chic e qualche paesanologo, oltre che dal nostro paesologo. Dunque immergiamoci, a questo punto, nel volume. In un testo vivo e che respira. Affanni delle stanchezze dei suoi protagonisti a parte. La prima parte del testo, l'eponima, con quattro saggi dolenti e sferzanti allo stesso tempo fa da prefazione. Leggendo i nomi strani di certi paesi, tra l'altro alcuni persino non del Sud. Epperò facendoci ripensare a quello che con una sempre più fortuna formula Arminio chiama “autismo corale”. Perché i paesi hanno abitazioni chiuse e bar aperti. Vie evacuate dai suoi abitanti e ritrovi per bevitori affollati di chi è rimasto. Poi la sezione “Viaggio in Lucania”: dalla Basilicata tanto amata dal poeta. Dai pezzettini di lande che sono stati di Scotellaro e Levi. Mentre oggi sono dell'inquinamento della cementificazione e dell'abbandono in carne e ossa. Non sarà un caso, ovvero, se Arminio dirà “terracarne” per farci conoscere il peso dell'appartenenza. In un'epoca, invece, che ci vede praticamente tutti quanti figli d'una crisi d'identità. Postumi della crisi di civiltà. Quando, sappiamo bene, le città si sono presi le campagne e nelle campagne è entrata, a far saccheggio di valori e usanze, la città. Dopo l'intervallo di “Piccolo cinema convalescente” troviamo “Terremoto”: e sentiamo il Franco Arminio di “Viaggio nel cratere”. Dove al superamento di “Paesi invisibili”, tra i quali troviamo la Rocchetta già visitata per ricordare da De Sanctis, troviamo “I carpentieri del nulla” - condito da “Rileggendo Salvemini” - e “Geografie della Controra”. Fino ai “Paesi giganti” ecc. Eppure per entrare nel senso di base, diciamoci, s'ascolti queste frasi di “Il viaggiatore ripetente”: “Mi piacciono i vecchi, gli inattuali, i malcapitati della sorte, mi piace chi non smercia, chi butta un occhio alla vita e uno alla morte”. Sassi coi quali fare inciampare gli antimeridionali e i malpancisti di tutta la società, i lamentosi e gli ottusi. Chi non vuole sporcarsi le mani, come si dice, ma soprattutto chi non vuole rovinarsi le retini. “Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia” è scritto col mestiere del reporter, col fiato del poeta, con la preparazione e le descrizioni e il talento dello scrittore. Terracarne non va letto per queste ragioni, però. Terracarne è da leggere per le decine di proposte di riscatto che Franco Arminio, grazie persino a quest'opera letteraria che s'aggiunge ai documentari e alle invocazioni di “Oratorio Bizantino”, avanza. Siccome so benissimo quello che Franco Arminio sente e dice, visto che anch'io vivo questi luoghi e anch'io ho deciso di restare in questi luoghi sperduti, oltre a spingere a leggere queste pagine in barocco vitale vi chiedo di valutare parola per parola, proposta per proposta. Siamo noi i fili d'erba.  

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