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sabato 5 febbraio 2011

Persecuzione di Alessandro Piperno (Mondadori). Intervento di Elisabetta Liguori












La scrittura è un mestiere per pigri. Pigro chi legge, chi valuta, chi rilegge. Spesso anche chi scrive. Si potrebbe affermare che oggi si scrive per lo più soltanto ciò che è già stato letto. Emblematica a riguardo è l’ultima fatica di Alessandro Piperno, che ha da pochissimo pubblicato per Mondadori il suo “ Persecuzione”. Un romanzo diviso in due parti (il seguito potremo leggerlo fra un anno) senza pigrizia calligrafica, senza risparmio lessicale, ma che a mio parere obbedisce a regole, oramai condivise quanto vincolanti. Come nel romanzo d’esordio, infatti, ritorna in questo secondo la migliore borghesia romana, i congressi medici, la malattia intesa come fonte di lucro, il sesso, anzi la pedofilia, un pizzico di craxismo degli anni rampanti e dosi abbondanti di ebraismo. Il tutto innaffiato da fiumi sapienti di citazioni colte, noir, note hollywoodiane e conflitti generazionali (e di coppia). Sono i temi cari a Piperno. Quella sporca ossessione personale con la quale uno scrittore non può non confrontarsi. Così la lingua. Ancora sontuosa, senza alcuna traccia di indolenza, classica eppure ironica. La trama è semplice e per questo più aperta alle incessanti digressioni, al flash back spinto. Così, restando a metà tra Vladimir Propp e Leo Spitzer, Piperno si muove tra intreccio e pensiero con consumata perizia, dividendo i lettori in due opposte fazioni: gli irritati e i compiaciuti. Leo Pontecorvo è il suo personaggio chiave: affermato pediatra, d’improvviso schiacciato dalla vergogna. Uomo scarafaggio, creduto il corruttore della dodicenne fidanzata del figlio, si risveglia in incubo che non sa di aver costruito con le sue stesse mani. Vittima della puberale concupiscenza di una ninfetta crudele, resta sotto le macerie del suo successo famigliare, professionale e sociale, murandosi vivo nel suo lussuoso scantinato. Pontecorvo è un peccatore o un debole? Vittima o stupido carnefice in un contesto famigliare allargato, dai colori scintillanti? Nella acuta disamina dei questi meccanismi si esprime il miglior Piperno. La moglie di Pontecorvo, infatti, travolta dalla scandalo, precipita nel silenzio senza urlare il suo sospetto, la negazione, la supplica o la rabbia che ci si aspetterebbe da altri. I suoi due figli si attengano al dictat materno che cancella il padre, senza un cedimento. È l’imbarazzo, la mortificante rassegnazione all’orrore. È un portato logico culturale. In queste emozioni Piperno scava, trovando giustificazioni letterarie, tanto più preziose quanto più personali. Ma perché mai questa analisi dovrebbe aiutarci a comprendere il trend della letteratura contemporanea? Perché Piperno è Piperno e leggere i suoi libri ci aiuta a capire come si fa a restare Piperno nel tempo. Lui ci riesce. Non è Allen, non è Roth, ma è entrambi. Non è Kafka, ma Kafka è con lui. È questa l’infaticabile, dolcissima, pigrizia della cultura di massa. La sapida ripetizione di un’idea, di un modo di essere e apparire, come Morin, sin dagli anni sessanta, spiega nel suo “Lo spirito del tempo”, a proposito del nascere e resistere dei miti, anche quelli letterari.

Come per altre costruzioni editoriali l’unica via percorribile sembra essere la sintesi, o la follia, o la trama secca o l’impegno civile, per Piperno la spirale psichica dei personaggi resta una cifra obbligata; l’affollato contesto comodamente ebraico l’unica piattaforma possibile. La sua condanna. La nostra condanna.

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