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Evidenzia Libri - Libri e dintorni news

Notizie su Libri e Festival Letterari

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    domenica 9 marzo 2025

    Il sogno avvelenato: La violenza come evento fondativo di Giuseppe Spedicato (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

     Esce “Il sogno avvelenato – La violenza come evento fondativo” di Giuseppe Spedicato con la prefazione di Rita El Khayat e l’introduzione di Maurizio Nocera (i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno).

    Quando si inizia a leggere “Il sogno avvelenato”, ci si sente catapultati in un’epoca, la nostra, che credevamo di conoscere, ma che attraverso le parole di Giuseppe Spedicato assume una nuova, inquietante profondità. Rita El Khayat, testimone diretta di terribili anni bui, ci introduce con la sua prefazione a un mondo di sofferenza e ingiustizia, un monito potente contro la repressione e la violenza che ancora oggi minacciano la nostra società.

    Ma non è tutto. L’introduzione di Maurizio Nocera ci rammenta che la ferocia del potere è sempre in agguato, pronta a colpire chi si oppone. “Il sogno avvelenato” è un libro che scava nella memoria storica per illuminare il presente, un’opera che ci invita a non dimenticare, a non tacere, a non permettere che la storia si ripeta.Il presente lavoro, dunque, vuole essere un testo divulgativo, ha l’intento di invitare alla riflessione e soprattutto al dialogo sulle tematiche trattate. Dialogo inteso come condivisione nella ricerca della verità o almeno di frammenti di verità. Non tutte le opinioni riportate nel lavoro sono condivise dall’autore, le si ritiene però utili per comprendere il punto di vista altro, soprattutto quando il soggetto che racconta non subisce il condizionamento della comunità di appartenenza, quando è un saltatore di muri, come diceva il compianto Alexander Langer. (dalla premessa dell’autore)

    Giuseppe Spedicato è nato a Lecce nel 1961, giornalista pubblicista, laurea in economia e commercio, laurea in mediazione linguistica, master in educazione interculturale. Ha lavorato per molti anni nel settore immigrazione. Ha pubblicato diversi lavori, tra questi: La maledizione della violenza – Se vogliamo la pace dobbiamo osteggiare le condizioni che la impediscono. Youcanprint, Lecce, 2022. Ha partecipato a molte pubblicazioni, tra queste: Riflessioni sulla cooperazione euro-mediterranea: il Marocco. Pubblicato in: La Puglia nel Mediterraneo – Nuove prospettive per la cooperazione euro-mediterranea, Antonella Ricciardelli e Giulia Urso (a cura di), Introduzione di Fabio Pollice. Università del Salento – Coordinamento SIBA, 2013. Focus sul Marocco. Il Marocco: un Paese tra Europa, mondo arabo e Africa-Subsahariana. Pubblicato in Questioni geopolitiche mediterranee, Attilio Pisanò (a cura di), Edizioni Scientifiche Italiane Napoli-Roma, 2011: The third way: Maghreb, the South and islamic femminism. Pubblicato nella rivista Palaver (dell’Università del Salento) – numero speciale in memoria del Prof. Bernard J. Hickey – Maria R. Turano (a cura di), 2009. Cooperazione ed integrazione nel mondo arabo e tra Unione Europea e mondo arabo. Pubblicato in: Donne, civiltà e sistemi giuridici, Curtotti, Novi, Rizzelli (a cura di), Dott. A. Giuffré Editore, Milano, 2007.


    Rita Ghita El Khayat è nata a Rabat (Marocco), è psichiatra, antropologa e scrittrice. Ha studiato medicina e psichiatria in Marocco e ha completato i suoi studi in Francia. Ha prodotto più di 350 articoli e 30 opere letterarie tra romanzi e saggi tradotti in varie lingue. Tra le pubblicazioni in italiano più importanti: “Lo schiaffo”, “Il complesso di Medea”, “Cittadine del Mediterraneo. Il Marocco delle donne”, “Aïni, amore mio. La defigliazione”, “Le figlie di Sherazade”, “Il legame”. Le sue opere si concentrano in particolare sulla condizione delle donne nel Maghreb. Plurinominata a livello mondiale come candidata al Premio Nobel per la Pace nel 2008, ha ricevuto la cittadinanza onoraria italiana nel 2006. È membro del Consiglio di amministrazione del Festival internazionale del cinema di Marrakech (FIFM).

    Maurizio Nocera (1947), scrive da sempre. Suoi saggi su Joice Lussu, Nexhmije Hoxha, Nazim Hikmet, Antonietta De Pace, Antonio Verri, Salvatore Toma, Carmelo Bene, Pablo Neruda, Abraham Sergio Vuskovic Rojo, Yassir Arafat, Taofik Zaiad (sindaco di Nazaret). Socio ordinario (1981) della Società di Storia Patria per la Puglia, socio ordinario (1990) dell’Associazione internazionale di Bibliofilia presieduta da Umberto Eco (1932-2016), componente del Comitato “Salento per la Palestina”.ad aspettare di colpirti



    sabato 8 marzo 2025

    Esce il romanzo La Madre di Eva di Emilia Montevecchi (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

    Nuova pubblicazione per i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno. Esce il romanzo di Emilia Montevecchi dal titolo La Madre di Eva.

    Che rumore fanno i sogni che spezzano il silenzio …

    Eva ogni notte fa sogni carichi di vita e speranza: immagini che bruciano, radici che chiamano. La sua ricerca diventa un’esplosione silenziosa, travolge tutti, riapre cicatrici di trent’anni fa. Dolore, limiti e limitazioni, scelte irreversibili: c’è ancora speranza in cui credere? La Madre di Eva di Emilia Montevecchi, edito da I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, è un grido di rinascita, un Paradiso terrestre da riconquistare centimetro dopo centimetro. E tu, oseresti guardarti dentro?

    “Ed ora, tirata per un braccino, con la faccina assonnata e i capelli scompigliati, era stata messa in auto. Non le avevano nemmeno dato il tempo di un abbraccio, di affondare per l’ultima volta il nasino nell’incavo del collo dove lei sentiva il profumo di mamma. Come poteva pensare suo padre che lei sarebbe riuscita a fare a meno di quella donna?”

     

    Emilia Montevecchi è nata a Santarcangelo di Romagna, ma da più di trent’anni vive a Mantova. Ha due figli, Francesca e Andrea, ed è nonna di due adorati nipotini, Lorenzo e Leonardo. Fa la maestra elementare e ama il suo lavoro stimolante e creativo. Ha già pubblicato un romanzo ‘‘Maria’’. Ama la lettura e, nel tempo libero, viaggia in camper in cerca di posti tranquilli dove leggere e rilassarsi. Emilia Montevecchi con l’inedito “La madre di Eva” ha ricevuto i seguenti riconoscimenti: prima classificata, sezione narrativa, inedita al Premio internazionale di poesia e narrativa Europa in versi IX edizione (Como, 25 maggio 2024); “Premio Eccellenza” sezione narrativa, inedita. Premio letterario Sandomenichino (Marina di Massa, 7 settembre 2024); 4a classificata categoria inediti Switzerland Literary Prize (Lugano, 28 settembre 2024)

    Scopri di più: www.quadernidelbardoedizionilecce.it nella sezione blog del sito

     

     


    What Goes Bump in the Night || Book Trailer

    venerdì 7 marzo 2025

    La ragazza dei tarocchi di A. E. Pavani (Mondadori)

    Anna E. Pavani entra nel Giallo con un affascinante mistery a scatole cinesi, in cui la verità si cela sempre sotto uno strato ancora più nascosto.


    Verona si è agghindata per la festa del patrono quando in un vicolo del centro viene ritrovato il cadavere di Carlo Bonfati, imprenditore di recente salito agli onori della cronaca per aver salvato dalla bancarotta una storica azienda di dolciumi. Il caso finisce sulla scrivania di Giovanni Russo, e il commissario capisce in fretta di avere per le mani una patata bollente: gli indizi sulla scena del crimine sono pochi, ma in alto premono per una rapida soluzione del caso, perché Bonfati era amico intimo del Questore. Anche a casa la situazione non è semplice: la moglie Claire, fino a pochi anni prima mente brillante, è ostaggio di una strisciante depressione, e Giovanni, pur amandola sinceramente, la sente sempre più lontana. Per fortuna, il commissario ha una squadra di collaboratori fidati, grazie ai quali risale all’ultima persona ad aver visto viva la vittima: si tratta di Ambra, studentessa universitaria appassionata di lettura dei tarocchi. La ragazza ha avuto sicuramente l’occasione di uccidere, ma che dire del movente? E presto la situazione si complica, perché a Giovanni basta grattare la superficie della vita di Bonfati per accorgersi che tanti hanno guadagnato dalla sua morte…



    The Dark Secrets of Obsession and Betrayal - Book Trailer

    giovedì 6 marzo 2025

    Artaud soffre – Il saggio cubista di Donato Di Poce - Intervento di Marco Sbrana*

    In Eliogabalo di Antonin Artaud si trova l’espressione “fiumi di sperma”. Lo lessi per la prima volta in comunità psichiatrica: prestito del mio compagno di stanza. Trovo questi due elementi strettamente interconnessi, e credo rispecchino la poetica di Artaud. Donato Di Poce, nel suo libro del 2019 Il poeta e il suo doppio, edito I Quaderni del Bardo, inizia il saggio su Artaud suddividendone la produzione in branchie Scrittura Automatica visionaria-alchemica; invettiva metalinguistica di rivolta antigrammaticale; Animismo escrementale; Poesia Totale e pittogrammatica; Anarchismo polisemico creattivo e rigeneratore; Ecolalia primordiale e battesimale. Si tratta, in Di Poce, di un saggio atipico, di matrice prettamente cubista. Specchio dell’artista che vuole studiare nella carnalità delle sue parole. Se un poeta parla di un poeta, la focalizzazione – si dice in scrittura creativa – è interna. Focalizzazione sulla parola. Mi pare che, dal punto di vista non già del significato (pescando da Saussure, e poi da Lacan, e quindi da Carmelo Bene) ma del significante, il poeta, col tramite della parola inserita in contesti atipici, cerchi la luce. Anche Baudelaire cercava la luce, se preleviamo il significato dalle sue composizioni e lasciamo il significante, la traccia, il segno. Come ha fatto per Pier Paolo Pasolini, Di Poce delinea – cito – un trattato su Artaud che vada “oltre i luoghi comuni della contraddittorietà, e della follia”. Oltre lo scandalo, al nocciolo duro. Dopo un quadro alquanto generico ma lessicalmente saturo su Cahiers e Pittogrammi, Di Poce rompe il patto col lettore per inserire, all’interno di un libro che si presuppone essere di critica, una raccolta di componimenti poetici. Trovo la scelta in linea con Artaud: è il flusso, è l’incandescenza, è la semantica spezzata, è lo sperma.

    “Un tomo di sangue e visioni

    Che ci obbliga a credere alla vita.”

    Così scrive Di Poce nella poesia XI. Un uomo segnato dal lutto di sé – un Cechov schizofrenico, antiedipico – come Antonin Artaud, in che modo crede nella vita? In che modo, ammesso e non concesso che la tesi sopraesposta abbia senso, cerca la luce? Cantava De André: Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale, di speciale disperazione; che tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore. Ora, in prosa, significato e significante stanno in rapporto identitario; in poesia, solo la musica conta. Lo stesso coagulo di parole, se cantato, assume la sua carica di sperma, di vita, di flusso artaudiano. Elettroshock, malattia. La vita è perdita di sangue, la vita di Artaud in particolare, tanto quanto la vita del giovane Eliogabalo. Ma è nel libro sacro, nel tomo, del sangue e della psicosi, che i poeti – quando cantano davvero – ricercano la luce, obbligati a credere nella vita.

    Di Poce ha qualità di sintesi: distici interni ai componimenti godono di autonomia. E lo sa. Il terzo blocco del libro è costituito da – neologismo – “poesismi”: lampi di luce in prosa poetica.

    Ne cito alcuni che mi paiono studiare Artaud nella visceralità della parola, non tanto nel significato che sfocia nel prosastico.

    “La follia non è un dono

    Ma un precipizio vivente

    Una grazia che aiuta a pensare oltre.”

    Il mio preferito cita Montale (ricordiamo il “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato”)

    “Non chiedete ai poeti la parola che plachi

    Non ascoltate i pifferai dell’effimero

    La poesia è fuoco che arde sotto la cenere.”

    Aggiungo, con Montale:

    Codesto solo oggi possiamo dirti

    Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

    Il seguente, invece, sembra riassumere l’idea lacaniana di irruzione del Reale, di rottura del tessuto linguistico (Artaud, ovvio, ma anche Carmelo Bene con Nostra signora dei Turchi)

    “Io non sono un poeta

    Io sono lo squilibrio vivente della scrittura

    Il paradosso negato dell’essere

    La singolarità plurima integrale

    Il prisma intangibile del male.”

    Notiamo l’ossimoro, caro a Di Poce quando scriveva di Pasolini: negato/essere; singolarità/plurima/integrale. Il sottotesto politico, che non può – ripetendo – non avere a cuore un poeta appassionato di PPP, è dato non già tanto dai poesismi, quanto, nell’atipico saggio Il poeta e il suo doppio, dalle illustrazioni, che accompagnano i testi di Di Poce, realizzate da Emanuele Gregolin. L’Io, pare dire Di Poce parafrasando Artaud e la corrente in cui lo si può far rientrare, a partire dalla frammentazione linguistica di matrice joyciana, è un anticorpo della società; in particolare l’Io del poeta: vediamo, a pagina 65, un volto schizzato sopra la città, sovrapposto, ingrandito. “Io sono un artista martire”, dice Di Poce. “Colature di silenzi”, è di nuovo Di Poce quando accompagna il disegno di un taccuino che contiene un uomo stilizzato, come a dire che nel flusso poetico – sperma, di nuovo sperma – il soggetto è sempre parlato, marchiato indelebilmente dall’Altro da cui non si deve affrancare ma che deve ereditare soggettivamente, facendo sua la radice. È poi un blocco, nel saggio di Di Poce, più tradizionale. Che inizia con l’ammissione di impotenza nel definire in modo ordinato (come a sprazzi è la presente recensione, penso coerentemente) Antonin Artaud. Un poeta (Di Poce) che studia un poeta-critico (un autore, insomma, Artaud) che descrive le meccaniche sociali dietro la tragedia di un altro poeta (visivo), Vincent Van Gogh. Matrioska riuscita. Come se non bastasse, Di Poce studia le parole che Derrida gli ha dedicato. Si inscrive così Artaud, malmenato da una società miope e fondata sull’ordine psichiatrico repressivo, parimenti a quella che aveva ucciso Van Gogh, nel tessuto e nella corrente del Decostruzionismo? Sarebbe controintuitivo incapsulare uno schizofrenico (echi di antipsichiatria, ci sarebbe da parlarne) in uno schema culturale e quindi sociale. Dunque, diciamo di no. Con la locuzione “il gioco del fascismo eterno di dio” si chiude la lettera – che Di Poce riporta – di Artaud a Pablo Picasso. L’ho letta qui per la prima volta. Mi sembra che il dolore di Artaud, affamato, picchiato, figlio unico, non perdonato, vinca sulla sua genialità. La società, l’ordine psichiatrico, la fame: hanno vinto loro. È sempre così, pare sentenziare Di Poce. Possono, però, esultare solo nella vita; in letteratura, è il vinto che il poeta ama, a cui restituisce dignità. Il libro di Di Poce conferma l’amore per una scrittura plurilinguistica di contaminazione tra saggio, poesia. Un respiro di scrittura che aspira a un concetto e una praxis d’arte totale. Il poeta scende dal palcoscenico del teatro e mette in scena la vita con tutte le sue colature d’amore e di dolore con tutta la sua voglia spermatica generatrice e copulatrice con il mondo. Ma mi chiedo se il dolore non ci surclassi. Ho letto di recente lo splendido Storia di mia vita. Memoir di un senzatetto polacco che vive a Roma dagli anni Novanta, si chiude con una frase che riutilizzo volentieri, e che mi sembra adatta:

    Qui voglio finire mio racconto, perché ho sofferto troppo.

     


    *Marco Sbrana, nato a Milano il 26/03/2003, frequenta c/o la Scuola Mohole di Milano il corso di Scrittura Creativa Avanzato. Sta approfondendo studi sulla narrativa Americana del ‘900 (in particolare McCarthy, Faulkner, Carver). Quanto agli studi di cinematografia, sta lavorando a ricerche su F. Fellini, P. T. Anderson, D. Lynch, e i fratelli Coen. Ha scritto un romanzo sui disturbi mentali e le strutture sanitarie, oltre a diversi racconti e poesie. Al momento, la sua produzione è inedita.





    Carlo Molinari - Perché sono nato? - Booktrailer

    mercoledì 5 marzo 2025

    56 giorni di Catherine Ryan Howard (Fazi)

    Un avvincente thriller psicologico che racconta una storia d'amore ambientata durante il lockdown, in cui nessuno dei due protagonisti è chi dice di essere.

    Nessuno sapeva che vivevano insieme. Ora uno dei due è morto. Potrebbe essere questo il delitto perfetto? 56 giorni prima Ciara e Oliver si incontrano per la prima volta in un supermercato di Dublino, durante una pausa pranzo come tante; tra loro scatta subito la scintilla e, nel giro di pochi giorni, iniziano a frequentarsi. Nella stessa settimana, il Covid-19 raggiunge le coste irlandesi. 35 giorni prima. Quando il lockdown minaccia di tenerli separati, Oliver suggerisce di andare a vivere insieme nel suo appartamento. Nonostante si conoscano da poco, Ciara accetta: per lei è l'unico modo di far funzionare la relazione sfuggendo al controllo della famiglia e degli amici. Per Oliver è l'unico modo di nascondere la sua vera identità. Oggi. Nell'appartamento di Oliver viene trovato un cadavere in decomposizione. Gli investigatori si buttano a capofitto nell'indagine: riusciranno a capire cosa è realmente accaduto, oppure la pandemia ha permesso a qualcuno di commettere il delitto perfetto?

    Claudio Bisio: Il talento degli scomparsi. Romanzo

    martedì 4 marzo 2025

    L'uomo che non voleva piangere di Stig Dagerman con la traduzione di Fulvio Ferrari (Iperborea)

    Da un autore di culto della letteratura svedese del Novecento, sedici racconti tra realismo sociale e visionarietà


    Maestro del racconto realistico ma anche visionario frequentatore del fantastico, erede della grande tradizione della narrativa sociale svedese e insieme originale ammiratore di Kafka: Stig Dagerman fu tutto questo. Sperimentatore e innovatore, nei suoi romanzi alterna l'adesione alla realtà a una poetica dell'assurdo dove gli universi narrativi assumono forti connotazioni simboliche. E questa versatilità emerge anche nei suoi numerosi racconti, che furono in parte pubblicati in vita e in parte raccolti solo dopo la prematura morte dello scrittore. Racconti tra loro assai diversi, e tuttavia in ciascuno ritornano i temi che caratterizzano nel complesso la sua scrittura: il terrore senza nome e senza apparente ragione che attanaglia il protagonista dei Vagoni rossi, la topografia onirica e gli ossessivi sensi di colpa nell'Uomo di Milesia, ma anche il flusso di coscienza in cui – in Dov'è il mio maglione islandese? – il narratore costruisce con un linguaggio duro, cattivo e disperato una versione menzognera e illusoria della propria esistenza per poi, reso confuso e inerme dall'ubriachezza, smontarla e rivelare tutta la propria infelicità, il proprio bisogno d'amore. Dagerman come sperimentatore, dunque, ma il suo sperimentare non è mai fine a se stesso: è piuttosto l'incessante ricerca di mezzi espressivi che permettano di presentare in modo vivo, quasi violento, le grandi questioni dell'esperienza umana. Anzitutto il senso della sofferenza e poi la costante ricerca di un amore che è allo stesso tempo indispensabile e irraggiungibile



    BOOKTRAILER: Sobre a medicina antiga, de Hipócrates

    lunedì 3 marzo 2025

    SM Studio | Con il suo Pinot Bianco pluripremiato, Le Monde porta il Friuli più autentico a un pubblico globale.

    SM Studio | Con il suo Pinot Bianco pluripremiato, Le Monde porta il Friuli più autentico a un pubblico globale.

    L' angelo di pietra. Un'indagine dell'inquisitore Girolamo Svampa di Marcello Simoni (Einaudi)

    Nella Ferrara del Seicento si aggira un assassino di donne che sembra spostarsi tra il mondo onirico e la realtà, lasciando dietro di sé solo un profumo di fiori. Per fermarlo ci vuole qualcuno che non sia facile preda della suggestione e dell'inganno. Qualcuno in possesso di una razionalità ferrea. L'orgoglio intellettuale ha sempre procurato problemi a fra' Girolamo Svampa, fin dai tempi in cui viveva a Roma. E le cose non sono migliorate nell'ex capitale estense, dove da poco è stato nominato inquisitore generale. Il suo carattere scontroso, incapace di empatia, non accenna a addolcirsi nemmeno davanti alla richiesta d'aiuto di una giovane aristocratica, che giura di essere stata posseduta carnalmente da un incubus. Liquidare la ragazza senza troppi riguardi si rivela però un grave errore. Proprio mentre i suoi nemici ordiscono contro di lui trame ogni volta piú pericolose, lo Svampa deve far fronte a delitti che paiono legati a cause sovrannaturali. Ad affrontare insieme a lui queste acque inquiete ci sono la splendida Margherita Basile, amante, artista, spia, Cagnolo Alfieri, coraggioso uomo d'armi, e padre Francesco Capiferro, confratello dalla prodigiosa cultura. Anche se nemmeno degli amici bisogna mai fidarsi troppo. «Abituato sin dall'infanzia a isolarsi nelle proprie meditazioni, l'inquisitore si accorse all'improvviso che il canto era cessato. E ripensò all'angelo di pietra. La prospettiva di ritrovarselo di fronte gli risultò cosí sgradevole da infondergli il desiderio di ritornare al piano inferiore per rifugiarsi altrove. Ma dove?, si domandò in un crescendo di malanimo. La navata maggiore, il chiostro, il refettorio e qualsiasi altro ambiente del convento, in quell'ora della giornata, ospitavano gruppetti di confratelli intenti a pettegolare alla stregua di comari in attesa della cena per poi andare a dormire. Persino la biblioteca delle Crocette l'avrebbe esposto al rischio d'imbattersi in qualche scocciatore. Gli avrebbero forse offerto maggior quiete le prigioni, rise dentro di sé fra' Girolamo. Infine, rassegnato, raggiunse lo studiolo e richiuse la porta alle proprie spalle, sedendo davanti all'intruso. Ruax, l'angelo vorace»


    IL MOSTRO DI MILANO di Fabrizio Carcano (book trailer)

    domenica 2 marzo 2025

    Booktrailer del libro THE CREATOR: DOVE TUTTO HA INIZIO, un libro di Jorma Planet

    L'arte della gioia di Goliarda Sapienza (Einaudi)

     Da questo romanzo è stata tratta la serie tv diretta da Valeria Golino

    Amica generosa, madre affettuosa, amante sensuale, Modesta attraversa la storia del Novecento con quella forza che distingue ogni grande personaggio della letteratura universale.

    «Non c'è niente da fare, ogni dieci anni bisogna rileggere i libri che ci hanno formato se si vuol venire a capo di qualcosa.»

    «Il tempo lavorerà a favore dei libri di Goliarda Sapienza. E questo non è un augurio: è una convinzione». – Cesare Garboli


    L'arte della gioia è un libro postumo: giaceva da vent'anni abbandonato in una cassapanca e, dopo essere stato rifiutato dai principali editori italiani, venne stampato in pochi esemplari da Stampa Alternativa nel 1998. Ma soltanto quando uscí all'estero – in Francia, Germania e Spagna – ricevette il giusto riconoscimento. Nel romanzo, tutto ruota intorno alla figura di Modesta: una donna vitale e scomoda, potentemente immorale secondo la morale comune. Una donna siciliana, una «carusa tosta» in cui si fondono carnalità e intelletto, che attraversa bufere storiche e tempeste sentimentali protetta da un infallibile talismano interiore: «l'arte della gioia». Modesta nasce il primo gennaio del 1900 in una casa povera, in una terra ancora piú povera. Ma fin dall'inizio è consapevole, con il corpo e con la mente, di essere destinata a una vita che va ben oltre i confini del suo villaggio e della sua condizione. Ancora ragazzina è mandata in un convento e da lí, alla morte della madre superiora che la proteggeva, in un palazzo di nobili. Qui il suo enorme talento e la sua intelligenza machiavellica, le permettono di controllare i cordoni della borsa di casa, e di convertirsi in aristocratica attraverso un matrimonio di convenienza. Tutto ciò senza mai smettere di sedurre uomini e donne di ogni tipo. Amica generosa, madre affettuosa, amante sensuale, Modesta attraversa la storia del Novecento con quella forza che distingue ogni grande personaggio della letteratura universale




    sabato 1 marzo 2025

    Spazialità e temporalità nell'architettura di Maurizio Ricci (Mimesis)

    Il saggio affronta i concetti di spazialità e temporalità nell’architettura attraverso le teorie che determinano la stessa disciplina, ma anche tematizzando il suo specifico trascorrere nel tempo. L’autore esamina inizialmente il contesto francese del Sei-Settecento, nel quale appare per la prima volta una considerazione del fondamento arbitrario delle regole relative agli ordini di colonne e del problema della loro applicazione. In secondo luogo, concentra la sua riflessione sull’autonomia disciplinare della storia dell’architettura e sui suoi limiti nel pensiero di Gustavo Giovannoni, per ragionare successivamente, tramite il richiamo al lavoro di Emilio Garroni, sulle difficoltà di un approccio all’architettura come “linguaggio”. Infine, vengono approfonditi due casi sulla temporalità dell’architettura, ove si ripercorrono temi cari al pensiero di Cesare Brandi e dell’oggi quasi dimenticato Wilhelm Pinder, influente storico dell’arte tedesco, al quale si deve la più compiuta formulazione del problema delle “generazioni” nella storia delle arti.


    Booktrailer di "Le assaggiatrici", Rosella Postorino - Lara Grassi