giovedì 24 febbraio 2011

L’ultima sposa di Palmira, di Giuseppe Lupo (Marsilio). Intervento di Nunzio Festa









In un’introvabile Basilicata, perché Palmira non esiste per davvero oltre che non è appuntata sulle cartografie ufficiali, è ambientato l’ultimo romanzo dello scrittore d’origini lucane Giuseppe Lupo. Premesso, comunque, che dello stesso autore sappiamo solo di Zanardelli, quest’opera appartiene alle tante e diverse che mettono insieme fantasia e realtà. E fin qui nulla di speciale, verrebbe da dire. Anzi è proprio così: niente di speciale fino a questa lettura. Ma per comprendere meglio “L’ultima sposa di Palmira” occorre immedesimarsi, è viene piuttosto facile, nei luoghi che Lupo disegna. E mette al posto delle righe sulle mappe. Che è senza dubbio molto ma molto meglio. Ma per spiegare meglio il libro, ricorriamo al trucco di scindere in due pezzi la storia. L’antropologa Pettalunga spunta da Milano per raccogliere immagini dalle macerie del terremoto del 1980 d’Irpinia e Basilicata. E innanzitutto incontra il falegname ‘cantastorie’ mastro Gerusalemme. L’uomo che intanto gli spiegherà la storia di Patriarca Maggiore, fondatore di Palmira. E della dinastia di palmiresi che fece Palmira. Ma la Palmira fino all’Ottanta, ovviamente. Non quella nuova dei palazzi di cemento uguale a tutto il resto del mondo. Mastro Gerusalemme, nel frattempo, cioè mentre racconta alla a dir poco curiosissima Pettelunga, costruisce il mobilio di Rosa Consilio. In pratica affida alla signorina Consilio tutto il peso di far proseguire lo stesso, anche dopo la scossa dell’annientamento per mano del sisma catastrofico, la struggente Palmira dei veri palmiresi (o palmirani che dir si voglia – visto che spiegazioni da questo punto di vista non ce ne arriveranno). Lupo approfitta dunque delle storie orali, oltre che di tante bellezze della vera storia, per costruire innanzitutto una trama che ricorda quando e quanto la marginalità addirittura possa o ha potuto essere salvifica. In più sottolineando, e in questo lo scrittore è perfetto, che il Meridione pure della Lucania è sinonimo d’incrocio di civiltà. Di culture altre. Per fortuna. Dai turchi. Agli ebrei. Giuseppe Lupo, che utilizza una lingua semplice perché sviluppata semplicemente appunto nel cuore pieno e fresco dell’oralità, fa un linguaggio che volutamente esce dalla tattica del dialetto eppur sforzandolo a inseguire le traiettorie di nomi e cognomi attaccati ai fiori del Sud. L’intreccio che lo scrittore permette d’agganciare al territorio tutt’altro che cupo è sentenziato dalla lotta fra il passato non proprio passato e il presente che si fa accompagnare dal fenomeno sismico demolitore. Lupo tocca le vette più alte non quando eccede nell’onirismo troppo sghignazzante della stessa memoria collettiva che era, bensì nel mentre si propone d’essere il primo a rintracciare, sempre per finta, ma verrebbe da dire fino a che punto?, il primo padre di Palmira. A differenza di Di Consoli, che trova invece in altri dettagli del romanzo “L’ultima sposa di Palmira” punti veramente significativi di questa letteratura, non guardiamo in particolar neppure al ‘romanzo mediterraneo’. Da Di Consoli, questa volta, riprendiamo un fattore a forza d’elemento che recentemente nemmanco lo stesso in veste di recensore aveva riutilizzato. Lupo fa il primo vero romanzo sul terremoto lucano che portò dannazione.

L’ultima sposa di Palmira, di Giuseppe Lupo, Marsilio (Venezia, 2011), pag. 174, euro 18.00.


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