venerdì 21 settembre 2012

Recensione di Alessandra Peluso su “C’è da giurare che siamo veri ... “ di VINCENZO CALÒ (Albatros)



Meditando i versi di Vincenzo Calò “C’è da giurare che siamo veri ...”, ho percepito immediatamente un’atmosfera di illusioni, delusioni, sofferenze, precarietà dell’esistenza con una voglia di liberarsi e liberare gli altri da queste condizioni destabilizzanti. Già il titolo e i versi decantati nella copertina del libro comportano una sosta dando adito a riflessioni di non poco conto: «Pensare è un dolore / a cui non posso credere. / Segno la mia persona / rivolta ai processi dove / non v’è legge che ti soccorra / ma riserve assolutamente incontestabili».  È un’animo inquieto e non certo poeta dell’equilibrio e del giusto mezzo, al quale forse non interessa giungere, ma ciò che è assolutamente incontestabile è il poeta, l’artista della verità. Mira a raggungere la verità, ossia l’amore per ciò che un uomo è e non vorrebbe diventare assumendo maschere e recitando parti di un attore solo per apparire, “per farsi manipolare in finti corsi di recupero”. I versi di Vincenzo Calò quantomai realistici invitano a riflettere anche sul tema del dolore al quale ognuno vorrebbe sottrarsi, ma che puntualmente arriva e se “tu” non sei consapevole e capace di affrontarlo, ti devasta. Il dolore, tuttavia, la sofferenza aiutano a migliorare la propria identità, a renderci veri, a non lasciarci condizionare. Al contrario del titolo, ironico e pungente, “C’è da giurare che siamo veri ...” come nell’intera silloge in cui appare una sottile venatura di ironia e sarcasmo comprenetrante con i comportamenti menzogneri dell’individuo contemporaneo.   È complesso essere veri oggi, nella società consumistica, dell’apparire, del potere: ognuno di noi infatti spesso crede di essere vero, lo giura, ma finge alle volte coscienziosamente, altre no pur di omologarsi, di sentirsi parte della modernità. «Lo si fa infatti per stare al centro dell’attenzione se pur in modo banale». (p. 24). Si legge: «Nasciamo per donarci al di fuori / Per calcolare una vergogna / Dietro ai caos organizzati / con caratteristiche fisico-chimiche intorbidite / ... ». (p. 24). “L’immagine che ci siamo creati ha assunto una Vita propria ...” incisiva ed esaustiva la breve summa che Vincenzo Calò pone a capo di ogni poesia come l’epilogo di un episodio della sua, della nostra esistenza. È straordinario notare come il poeta non si ponga al di fuori di questo assurdo meccanismo ma parla di un “noi”, nell’intera opera compare un “tu” e un “noi”, facendo chiaramente pensare ad un animo sensibile, umile, che non osa estromettersi da una realtà che vorrebbe non farne parte ma che maledettamente ne è parte, esiste e non si erge per considerarsi migliore in questo mondo fatto di apparenze e maschere. L’uso della maschera, il gioco delle apparenze, pertanto, sono temi trattati ampiamente da filosofi moderni quali Simmel, Niezsche, Ortega, e grandi letterati come Pirandello che nelle sue opere narra la perdita dell’identità, la spersonalizzazione di se stesso in ogni altro che ognuno vuol vedere. Basti pensare al grandioso “Uno, nessuno, centomila”. Il reale che si intreccia col surreale, ciò che è si trasforma in ciò che non è: «Nell’ingenuità dell’amore / Fatti guidare dalla scoperta di un legame / Il consulente al tuo fianco / ... ». (p. 26) e ancora  «Ti senti il più forte del mondo / E tieni conto di nessuna stima /Tra l’igiene del tuo badante / E il grado d’onestà dei datori di lavoro / Dando appuntamento al video-fonino / Per ringraziare di persona / Il Sole che si leva sulla tua libera isola». (p. 27). Non si può non citare D’Annunzio per sfuggire al perbenismo della borghesia, alla sua morale e al consumismo, assume la maschera dell’esteta. La sua diviene così un’esistenza costruita artificialmente per realizzare l’ideale del “vivere inimitabile”, per essere diverso, comprendendo poi che la maschera non lo porta a nulla di buono se non alla menzogna e quindi alla crisi del’estetismo, mettendo in evidenza la debolezza della persona che non riesce a realizzare i propri obiettivi. Non vuole essere maestro per nessun individuo - Vincenzo Calò - anzi forse sembra chiedere a chi maestro lo sia a dare una soluzione per lui e per la società perchè si riesca a vivere nella verità e non nella menzogna. «Sull’isola della verità / Sul mio telefonino / Trovo un’occupazione a tempo vuoto / Le nostre vite a dura prova / Tra gli eccessi di un uomo / Per risultare innovazione / Sperando di giocare ancora / A correre con un popolo /... / Per proporsi alla perfezione / Per farsi pubblicità / ... / Passare per solitudine / Alla scoperta delle origini / Di un’ombra solidificata». Così prosegue nel percorso esistenziale l’autore sostenendo che ognuno deve fare la sua parte, perchè molti non trovano la chiave dell’umanità e proseguono a passaggi. Il nostro sport preferito è farci male da soli. E come dargli torto? Siamo bravi a farci male da soli. Si individuano negli altri i limiti, gli errori, pur di rialzare le nostre fragilità, sbagliando.  Da questa amara riflessione si avvia alla conclusione - “C’è da giurare che siamo veri ...” -provvisoria, visto che l’esistenza è provvisoria e precaria, con uno sguardo del poeta nè ottimistico nè fiducioso: «Ufficializzato il clima d’insicurezza, incorporiamo una vera e propria decadenza, soffrendo il rifiuto d’aiutarci, che c’impedisce di vedere attorno». E a tal proposito tuonano i versi: «Appesi al testo di una canzone / Come incontenibile ispirazione / Per gli ospiti di una metafora / In forma extralarge. / Alle nitide immagini / Applichiamo il passato sbaragliato / Firmato dal dsinteresse / Di paesi fluidici nelle linee editoriali / Come piccoli e gracili indiani / Con la frusta dei record / Prodotti dall’insieme / Per spiegare semplicemente la nostra crescita / Tra le perdite di colore / ... / ».  E con metafore e allegorie la vita scorre tra maschere e menzogne!



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