giovedì 20 settembre 2012

La collera di Andrea Di Consoli (Rizzoli). Intervento di Nunzio Festa



E' sicuramente un caso che abbiamo letto il nuovo sublime romanzo d'Andrea Di Consoli, "La collera", nei giorni della morte del poeta post-novecentesco del Novecento, Roberto Roversi e mentre sentivamo ancora la presenza del Damìn del Volponi del "Lanciatore di giavellotto" (non ci crederete, comunque solamente dopo aver scritto queste righe abbiam incrociato la notarella di Paris) e quando un'altra idea di Mezzogiorno è proposta e riproposta, per esempio, dal paesologo Arminio. Però tutto questo, sicuramente, in qualche maniera ha a che fare con il libro di Di Consoli. Fra fenomenologia dell'emigrazione, prima del concetto stesso di 'migrazioni', proprio quindi niente a che vedere col De Luca, racconto dell'allontanamento dalle origini e illustrazione crudele del cordone ombellicale attaccato da ovunque e sempre alle origini, Pasquale Benassìa è l'estraniato. Un personaggio che divora chi legge, certo, ma di facile analisi. Perché, innanzitutto, per quanto il protagonista della Collera abbia la maschera del forza originale che vien dal Sud senza voler quelle compromissioni della maggioranza silenziosa e "catarrosa" del Meridione, lo stereotipo voluto dal poeta nato a Zurigo e di discendenza della Rotonda di Lucania è rintracciabile viaggiando nei tempi e nei modi di Calabria, Basilicata, Puglia. Ché il narratore fa del suo manichino una figura da teatro della realtà. Ne conosciamo, dunque, di fascisti sui generis. Posizionati e rintanati nei paesi. Tipo dopo aver subito una sonora sconfitta: vedi, appunto, il dramma del rancoroso Benassià. Insomma Pasquale Benassìa dice d'odiare infinitamente la sua terra, le Calabrie e il Paese dei Mori. Tutto il Sud di "mendicanti, miserabili e vigliacchi". D'asserviti al potere di turno. Quando i comunisti e i sindacalisti son vissuti alla stregua del male peggiore che possa esistere e il potere del Mancini della Calabrie e d'altri socialisti in forma di potere che compre e corrompe. La famiglia di Pasquale è una famiglia di pastori. Pasquale, invece, rifiuta il contatto diretto con la terra e insieme ai suoi pacchetti di sigarette prova a varcare la soglia della Fiat di Valletta e Agnelli. Eppure son gli anni Settanta. Eppur la politicizzazione, specie di sinistra, della fabbrica è forte. Eppure l'operaio Benassìa non pensa che a studiare, da autodidatta puro, i pensatori che fortemente gli piacciono e a faticare senza catapultarsi negli scioperi rossi. Tanto da entrare, per dire, nelle grazie d'un capetto che rappresenta in faccia a Benassìa il nobile Nord dei buoni di spirito e ultima ricaduta del lascito delle monarchie da lui tanto vantate e sperate. Fino a quando tra l'incontro col capo-turno e una maestrina di Rivoli si mette una giovane siciliana che fa sentire la furia del suo corpo appassionato e appassionante. Una rovina, in pratica, per il Benassìa integerrimo - che dall'impatto con la forza vera del sesso è messo all'angolo. Quanto, ovviamente, dalle conseguenze, che non starem di certo qui a riportare, della dipartita improssiva della giovine. Sta di fatto che l'estraniato, certo inconsapevolmente, si trova costretto a fuggire. A tornare in Patria. A riprendere i favori che stanno ad attendere, è chiaro, dove l'erba trema. Perché lo Stato, come a lui stesso è dimostrato, non tutela e non protegge; le autorità non sono forti. Il lirismo di Di Consoli si palesa dove le prove del "tramonto da bestia macellata" abbracciano la rivolta sostanzialmente interiore di Pasquale Benassìa. Quasi celato, il lirismo. E questo scarto della società, Benessìa, non può che farsi annegare dal narratore onniscente che possiede trama e vocazione dell'opera (per questo il poetico è più in ombra). Quarant'anni or sono, pare dirci Andrea Di Consoli, stavamo quasi come oggi. L'Italia e il Sud sono posti massacrati da tanti mali. Qui un Benassìa, tra macchinette mangiasoldi e solitudine che il fascista fiero invoca quale valore aggiunto, deve per forza soccombere. L'autore, furioso polemista, nel suo personaggio carica tutta la rabbia e la disperazione che è possibile sentire. Per questo Pasquale Benassìa ci sbrana. Mettendo in ridicolo, tra l'altro, persino le figure più importanti che galleggiano nell'ambientazione del romanzo. Il confronto con la potenza del protagonista, su tutto, manco è retto dal dott. Anile o dai vari padroni socialisti di sottofondo. Lo scrittore, ancora una volta diversamente dall'indimenticabile romanzo d'esordio, "Il padre degli animali", si fa dare il destino dal suo Meridione.

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