martedì 26 luglio 2011

Ghost di Richard Mateson (Fanucci). Intervento di Stefano Donno












Long Beach dista poco da New York. D’estate si trasforma in un carnaio di gente, quasi invivibile, pieno di gente di ogni risma, cultura, razza e maleducazione. D’inverno si nutre di abbandono e silenzi agghiaccianti, insomma un luogo perfetto dove impazzire. Ma alla fin fine qualcuno spostato di testa incrocia luoghi e destini: in un inverno gelido e malevolo, David ed Ellen, una matura coppia di coniugi, si rifugiano a Long Beach sperando di ricucire il loro rapporto incrinato da anni. Ma ahimè a metterci lo zampino in questo momento così delicato è Marianna. Di lei non si sa da dove viene e che cosa vuole da David. Da qui comincia il salto nella foliia architettato da Richard Mateson che crea un romanzo che terrà i lettori inchiodati in un crescendo di tensione e mistero.

“Giunsero alla villetta poco dopo le quattro di quel pomeriggio. David parcheggiò la macchina sul davanti e lui ed Ellen rimasero seduti in silenzio a fissare le assicelle di legno sbiadito che rivestivano le pareti esterne, gli infissi piegati e rugginosi e le finestre con un dito di sporco sopra. Alla fine David disse: «Chissà se Roderick e Madeline Usher ci stanno aspettando.». Ellen rispose con un debole rumore: se fosse di divertimento, o di dolore, o di entrambi, David non riuscì a capirlo. Si girò verso di lei e le sorrise per confortarla. «Vuoi provare un altro posto?» le chiese. Lei lo guardò sorpresa. «Ma l’agente immobiliare ci ha detto che non ci sono altri posti.». «Non qui, no.». L’espressione di lei si incupì. «Non a Logan Beach?». «Voglio dire...» David fece un gesto vago. «Piuttosto che stare qui dove non ti senti a tuo agio.» Riuscì a rivolgerle un altro sorriso. «Sarebbe solo per la notte» aggiunse. «Di giorno staremmo qui.». Ellen annuì distrattamente e tornò a fissare la villetta. Non era possibile alloggiare lì, si rese conto David, se non altro perché faceva troppo freddo. Si piegò all’indietro, lasciò cadere le mani dal volante e si voltò verso il sordo brontolio della risacca. Strano che quel posto fosse sopravvissuto e l’altro no: era ugualmente vicino all’acqua. «Peccato che l’altra villetta sia andata distrutta» disse. «Già, proprio un peccato» replicò lei con calma. David la guardò nel tentativo di interpretare la sua espressione. C’era dolore, certo, e sgomento. C’era anche rassegnazione? Allungò una mano e strinse quelle di lei, chiuse in grembo. «Non sto cercando di cambiare il piano» disse. «È solo che... be’, abbiamo fatto un bel po’ di strada, e sarebbe brutto stare in un posto che ci fa venire la depressione.». Lei lo studiò, preoccupata. «Dove potremmo andare?». «Oh...» David alzò le spalle. «Sono sicuro che ci sono un bel po’ di posti lungo il Sound. Potremmo...». Si interruppe quando Ellen scosse vigorosamente la testa. «No» disse. «Sono certa che questo andrà benissimo. Non abbiamo nemmeno controllato dentro e già lo condanniamo.». Sorrise. «Su, andiamo a dare un’occhiata.». «Sei sicura?». «Sono sicura.» Ellen aprì lo sportello dal suo lato e scese. David fece lo stesso e rimase in piedi, sentendosi le gambe ancora addormentate. Si stiracchiò e poi rabbrividì quando il vento gelido gli passò sotto la giacca. Mentre si avvicinavano alla parte posteriore della villetta, David notò una fila di alte finestre al secondo piano. «Quello deve essere lo studio» disse. Ellen alzò gli occhi verso le finestre coperte da pesanti tende. «Da lì deve esserci una vista magnifica» disse David, scosso da brividi interrotti. «Cavolo se fa freddo!». «Lo so.». Qualcosa nel suo tono – di sconfitta, di sconforto – lo costrinse a guardarla. Lei se ne accorse e fece uno sforzo per sorridere.

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