venerdì 22 aprile 2011

Ternitti di Mario Desiati (Mondadori). Intervento di Elisabetta Liguori










Soltanto i luoghi che abitiamo sanno parlare della felicità e dell’infelicità della nostra gente. Forse per questo è tanto arduo riuscire a scriverne. Qui, a sud, bisognerebbe infatti poter dire: terra, polvere e mutazioni. Ficcarsi una zolla in bocca. Vivere duemila anni e duemila vite. Lasciare che le pietre rotolino, che si smussino e si frangano. Si dovrebbe poter radicare una o più trame agli alberi, innestare la modernità di certi frutti coi semi del principio. Oppure forgiare rotaie. Essere prima movimento, poi parola. Dire di ciò che cambia, quanto di ciò che resta. Da qualunque lato la si guardi la faccenda appare assai complessa. C’è chi dice, infatti, che il Salento letterario degli ultimi anni, nonostante l’indiscutibile fermento creativo, non abbia trovato ancora il suo grande romanzo. Io credo piuttosto che esistano così tante ipotesi di sud, che un solo romanzo non possa bastare e che le molte identità, così frammentate e conflittuali come sono quelle che ci rappresentano, non possano che moltiplicare le visioni possibili, in un gioco di specchi. All’infinito. Tra queste, quella dell’ultimo romanzo di Mario Desiati “Ternitti”, Mondatori editore. Il titolo è già una rivelazione. Una vera e propria contaminazione. Ternitti infatti è il termine dialettale che traduce la parola tetto, con la quale a sud si evoca l’eternit, mescola di cemento e amianto, materiale altamente tossico che nella sua radice oscura unisce la voglia di una casa stabile a quella dell’eternità. Ogni parola a sud è così: evoca ciò che vorrebbe essere, senza poterlo essere del tutto. Forse per la medesima ragione anche il romanzo di Desiati è fatto di puro desiderio. Narra un Salento mitologico che immagina se stesso e, come ogni desiderio, tende verso l’infinito. La vicenda parte dagli anni settanta e si spinge fino alla peste dei giorni nostri, finendo per descrivere quella che per molti è la più silenziosa delle tragedie dell’emigrazione italiana, rimasta priva di dati ufficiali. Delle morti e le malattie per eternit in pochi hanno parlato, molti le hanno vissute. Desiati ce ne offre un preciso punto di vista, lasciandolo scorrere come un filo sottile, anno per anno, attraverso la cruna dolorosa di una narrazione di grandissimo impatto emotivo e sonoro. Quando uno scrittore riesce a rivelare ciò che è sepolto, misconosciuto, ciò che è negato, fa il suo mestiere al meglio: trasforma il suo egotico isolamento in una voce condivisa. Quando uno scrittore fa questo, bene, allora quello è davvero uno scrittore. E questo di Desiati è sicuramente un romanzo che svela il sud. Ambientato tra Tricase, Ruffano e Lucugnano, ha tratti decisamente femminei. Lievi e animaleschi. Cromaticamente intensi. Mimì è la protagonista vestita di giallo, figlia, amante, madre, che nella sua solitudine reca le tracce di un’umanità mediterranea comune. Mimì gioca a carte, a calcio balilla, è testarda, ostinata, folle d’amore, odora di vino e sudore, comunica con gli avi servendosi dei suoni stridenti del dialetto degli uomini, a volte così meticcio, così immaginato, desiderato, da apparire irriconoscibile. Mimì dunque è il sud di Desiati, cosicché, leggendo di lei, come si è osato pensare soltanto a proposito di Dio, non si può non gioire dell’ipotesi assurda che il sud migliore possa avere le fattezze e i colori di una donna (e non è neppure la prima donna di Desiati!). Una della tante donne da sempre possibili ed eterne.

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