martedì 22 febbraio 2011

Warszawa di Fabio Elia (Edizioni La Gru). Intervento di Paolo Merenda





















Warszawa è un romanzo strano. Così strano, forse, da non poter essere nemmeno definito romanzo. Una storia la cui trama è semplice: Felix, un polacco, che insegue Felix, un turco, per ucciderlo, nonostante i due non si conoscano e non ci sia reale motivo per l’astio che l’uno prova per l’altro. Descritto così, potrebbe non attrarre il lettore, che invece, una volta aperto il libro e iniziata la lettura, si trova immerso nella storia, ironica, cinica e dai personaggi apparentemente senza senso. Ma proprio questa mancanza di punti cardine apre un mondo completamente nuovo. Dalle forze dell’ordine, che servono la legge in maniera del tutto originale, ai vari personaggi con cui i due Felix interagiscono. Un festival del nonsense, nel quale fa capolino più volte la città di Varsavia, forse la vera protagonista, con i suoi monumenti, le sue costruzioni, le piazze, e la popolazione. Gli abitanti della capitale polacca infatti sono parte della città e della trama, assorbiti dalla loro vita ma che si lasciano prendere dai due Felix. Come Kapustka, ossessiva cassiera del Carrefour-Rapido, che di rapido non ha nulla, la cui vita cambia nel momento in cui incontra l’aspirante omicida e il fuggiasco. Fino ad allora, la sua esistenza era stata scandita dai bip-bip delle compere. Una vita a emozionarsi grazie solo alla verdura che vede passare dalla sua postazione alla cassa e che da quel momento, gradualmente, cambia. Allo stesso modo cambia l’occhio del lettore, quando, col passare delle pagine, trovano spazio le digressioni e i pensieri dell’autore “onniscente senza i” e coglie qualche particolare della storia della città, come è uscita dalla guerra, dai bombardamenti, provata, segnata in maniera indelebile, ma capace di rialzarsi. Come per un condannato a morte, che deve scontare la sua pena in uno stato di salute ottimale, così il Felix polacco, l’aguzzino, aiuta il Felix turco, la preda, quando capisce che sta per perdere le forze. Un incontro, il loro, nel quale si spalleggiano, mangiano l’immancabile kebab, e con la potenziale vittima che, in altri frangenti, fa in modo di non farsi prendere, ma restando vicino all’inseguitore, in modo da non terminare la caccia all’uomo. Tutto prima del finale in crescendo, una danza bizzarra con Kapustka che decide di vivere appieno la sua vita, il folle personaggio di Arunas, aspirante sindaco e padre del Felix polacco, e i due protagonisti alle prese con l’ultima corsa. Un romanzo che lascia, a lettura conclusa, sì il buonumore, ma anche numerosi, e validi, spunti di riflessione.

1 commento:

  1. A me sembra che leggere e giudicare Warszawa di Fabio Elia senza comprendere la metafora cui soggiace, sia come sputare su un piatto di spaghetti perché si credeva fossero cubici.

    La metafora è tutta qui: Felix il turco non è inseguito da Felix il polacco che metaforicamente, poiché il vero cacciatore è un destino che non si conosce, ovvero il destino personale che ciascuno di noi ha in serbo per sé e che ciononostante non potrà mai aver la certezza di conoscere; un destino, il proprio, che spesso pare ce l’abbia con noi, pare strangolarci man mano sempre di più, con il preciso fine di levarci la vita, un giorno.

    Ecco, e che cosa fa Felix il turco scrivendo il libro (che è poi il libro stesso di Fabio Elia)? Sostituisce il viso pallido e la cresta bionda di Felix il polacco al suo proprio destino, e lo mette alla caccia di se stesso: chiaramente, rendendo l’inseguimento cento volte più avvincente e intenso di quanto avvenga nella realtà. Non è forse vero che il nostro destino c’indirizza su percorsi i quali, se ci pensiamo, mai abbiamo desiderato né scelto d’intraprendere? Lungo questo cammino intrapreso controvoglia, veniamo logorati dal destino, inesorabilmente, giorno dopo giorno, fino a morirne.

    Felix il turco con la sua trovata ha fatto trenta, e allora fa trentuno: decide non solo d’immergersi in una fuga mozzafiato, ma di pervenirne all’apice: la morte, ovvero l'unica emozione in grado di offrire una rivincita veramente sublime nei confronti del subdolo ingrato destino.

    Ma l’intenzione che gli muove la mano è troppo eccitata da gestire. Così egli finisce per scrivere un libro in cui raggiunge sì il suo scopo, ma lo fa a scapito del popolo polacco, ridicolizzandone i difetti, gonfiandone a dismisura le manie e facendone il verso alle tradizioni.

    Quello del turco è un gesto arbitrario, dettato da un desiderio personale e da nient’altro. Proprio come il movente di Raskol’nikov di Delitto e castigo: l’eroe di Dostoevskij agisce arbitrariamente per provare a scavalcare le regole degli uomini ordinari, quello di Elia (ben più umilmente) lo fa per vivere (e accontentarsene) un brandello di vita veramente originale.

    Alla fine del romanzo russo, Raskol’nikov si pente del suo gesto perché non riesce a sopportare ciò che ha fatto; pentimento il cui simbolo avrebbe dovuto essere, secondo il consiglio di Sonja, l’inginocchiarsi in Piazza Sadovaja, nel bel mezzo del mercato dove tutti l’avrebbero udito gridare “Io ho ucciso!”. Cosa che però non avviene. Non avviene questa sorta di “pubblicazione del pentimento”. Esso resta un sentimento intimo dell’eroe, con il quale dovrà convivere in carcere.

    E allo stesso modo non avviene il pentimento di Felix, il turco che ha scritto “Warszawa”. L’epilogo del suo libro, in cui si pente della leggerezza e dell’ignoranza con cui nel suo testo ha trattato il popolo polacco, non è abbastanza convincente per il suo editore, che gli cassa l’idea e gli propone un ultimatum: o cancella quella lagna finale, assolutamente slegata dal contesto e incoerente con lo stile del resto del libro, o il libro non verrà pubblicato. Felix non scende a compromessi, e decide di non pubblicare. Non avviene dunque la “pubblicazione del suo pentimento”. Il turco non espia la propria colpa pubblicamente, bensì intimamente e in silenzio, rinunciando a quella che poteva essere l’effimera gloria letteraria, per lasciarsi carezzare dalla brezza della vita reale, magari meno clamorosa ma certo più autentica.

    Ecco, questa è secondo me la chiave di lettura più giusta (per quanto ve ne si possano scorgere molte altre).

    Se leggerete Warszawa correndo su questi binari, state pur certi che il treno della vostra lettura non deraglierà, e non vi ritroverete spaesati tra macerie di parole infilate casualmente una dopo l’altra.

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