A Walter Benjamin, che durante la fuga si tolse la
vita davanti a Hitler
B. Brecht
(traduzione di Federica
Giordano)
Benjamin e la Arendt entrambi
ebrei tedeschi, si conobbero nel 1935, a Parigi, uniti nel loro essere esuli, e
dall’interesse per la Storia e la Filosofia. Giocavano intense partite a
scacchi (come con Brecht) e impararono l’inglese per rafforzare il sogno della
fuga dall’Europa nazista per approdare negli Stati Uniti (anche Scholem e
Adorno furono uniti nella fuga, il primo in Palestina nel 1923, il secondo in
America) ma solo Arendt ci riuscì.
In una lettera del 1937,
Benjamin scrive a Arendt: «Le corde della mia gola nitriscono già
dall’impazienza di confrontarsi con le Sue»). Il loro rapporto non fu mai
quello di maestro e allieva, bensì di amicizia intellettuale tra pari.
Arendt fu cruciale nel
supportare Benjamin e nel diffondere la sua opera, curando la pubblicazione
postuma dei suoi scritti, specialmente le "Tesi sul concetto di
storia", (di cui Benjamin le aveva affidato il manoscritto originale) considerate
il suo testamento spirituale.
Con l’avvento del nazismo nel
1933, entrambi furono costretti all’esilio in quanto ebrei. Benjamin si stabilì
soprattutto a Parigi, vivendo in condizioni economiche sempre più precarie.
Il volume “Hannah Arendt
Walter Benjamin, L’angelo della storia. Testi, lettere, documenti (a
cura di D. Schöttker e E. Wizisla, traduzione italiana di C. Badocco, Giuntina,
2017” ha un valore documentale notevole.
Vi compare tre le carte, tradotta
dal tedesco la prima versione del saggio di Arendt su Benjamin pubblicato a più
riprese nel 1968 sulla rivista «Merkur» – saggio che nello stesso anno
diventerà il testo dell’introduzione a Illuminazioni, la raccolta di
scritti allestita da Arendt che risulterà determinante per la diffusione
dell’opera di Benjamin soprattutto nei paesi anglofoni come fu Angelus Novus,
Einaudi, 1962 per l’Italia.
Il libro, oltre alla splendida prefazione
dei curatori Detlev Schottker e Erdmut Wizisla, riporta:
·
Il saggio di Hannah Arendt dedicato a Benjamin
·
Il manoscritto delle Tesi di filosofia della
storia affidato dallo stesso Benjamin ad Arendt (di cui sono riprodotte le
pagine, dove è possibile vedere la scrittura del filosofo in tutta la sua
precisione)
·
Il carteggio tra i due (ricco di riproduzioni
delle lettere)
·
I carteggi tra Hannah Arendt, Gershom Scholem,
Theodor Adorno e Bertolt Brecht in vista della pubblicazione postuma delle
opere di Benjamin.
Oltre ad Hannah Arendt, Bertolt
Brecht, Günther Anders, Gershom Scholem, Theodor W. Adorno, Hugo Von
Hoffmansthal, Martin Heidegger… sono solo alcuni dei nomi che gravitano intorno
alla figura di Benjamin, determinando le sorti della ricezione dei suoi testi
prima e dopo il drammatico suicidio.
Come evidenzia Arendt, il
rapporto con l’amico poeta e drammaturgo Bertolt Brecht, determinò increspature
nelle relazioni sia con Adorno, sia con Scholem. La Arendt, però, nota con
estrema lucidità come il suo interesse filosofico fosse tutt’altro che
prioritario e rivendica la sua identità di critico. (il corsivo e nostro).
Benjamin era interessato alle immagini
dialettiche, all’allegoria e alla teoria della metafora, concepita
etimologicamente come trasferimento (metapherein) di senso dal sensibile
all’invisibile, che consente alla lingua di chiamare la realtà. Ma ritiene che Il
pensiero rude, (teorizzato da Brecht) potendo contare sulla potenza
metaforica del linguaggio, è in grado di ricondurre poeticamente all’unità di
idea e realtà.
La citazione, come forma del
nominare, se sradicata dal suo contesto originario, consente di ricongiungersi
alla sola autenticità dell’oggetto. Le citazioni, nelle opere di Benjamin, sono
organizzate da una tecnica di montaggio che recide i vincoli della tradizione,
contrapponendo al principio di autorevolezza quello dell’autenticità.
Il frammento filosofico, le
illuminazioni e le citazioni costituiscono il nodo centrale
della tecnica compositiva di Benjamin, il quale si premurava di scrivere in
maniera tale da valorizzare l’intento surrealista del montaggio con spiegazioni
di natura logico-causale e delle Baudleriane flanerie inconsce.
Il punto di contatto
fondamentale con la Arendt e è la “rammemorazione” (Eingedenken), concetto
mutuato da Bloch e da Proust, che per entrambi collega la memoria privata a
quella collettiva e che è centrale nelle "Tesi sulla Storia" di
Benjamin.
Arendt, attraverso il suo saggio
e la cura dei testi di Benjamin, contribuì a far conoscere la figura
dell'Angelo della Storia, figura chiave nella riflessione benjaminiana sulla
catastrofe e sul potenziale rivoluzionario.
Arendt, tuttavia, vide sempre in
Benjamin una figura irriducibile alle categorie tradizionali, e come dimostrano
i suoi scritti tesi alla contaminazione interdisciplinare, definendolo più
tardi come un “pensatore poetico”, capace di cogliere verità storiche
attraverso immagini più che concetti sistematici e vide in lui un collezionista
di citazioni storiche, un “pescatore di perle”.
La Arendt fu la prima a cogliere
la personalità complessa e irrisolta di Benjamin, irrequieta e geniale che così
descriveva: «combinazione di debolezza e genialità divenute ormai tutt’uno,
[che] non è stata conosciuta da nessuno meglio che da Benjamin, che l’aveva
così magistralmente diagnosticata in Proust».
Dopo la guerra, e la morte di
Benjamin, Hannah Arendt svolse un ruolo decisivo nella salvaguardia e
diffusione dell’opera di Benjamin. Collaborò con Theodor W. Adorno e l’Istituto
per la Ricerca Sociale e con Scholem, per la pubblicazione dei suoi scritti e
curò personalmente raccolte fondamentali, contribuendo in modo determinante
alla sua fama postuma.
Nel saggio “Walter Benjamin.
1892–1940”, Arendt offrì uno dei ritratti più lucidi e affettuosi
dell’amico, sottolineando la sua marginalità, la sua genialità e il suo destino
tragico ed evidenziandone la sua indole rivoluzionaria e considerandolo il
maggior critico tedesco.
La sua resta una testimonianza
di come la memoria e l’amicizia e l’onestà intellettuale (anche se forse non
evidenziò abbastanza pubblicamente, la distanza filosofica tra Benjamin e
Heidegger) possano salvare un’opera dalla scomparsa e il valore culturale e
critico di un outsider geniale quel è stato W. Benjamin.
Senza Hannah Arendt,
probabilmente Walter Benjamin non sarebbe diventato una delle figure centrali
del pensiero non solo filosofico contemporaneo che oggi conosciamo.
***
* Anticipazione tratta dal libro di Donato Di Poce: WALTER
BENJAMIN: L’outsider Geniale ( La parabola critica di Walter Benjamin) di
prossima pubblicazione.

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