Ho arrancato nella neve verso casa mia, verso una fredda
camera vuota
Ne Le regole dell’attrazione,
Bret Easton Ellis – siamo nel 1987 – fa sua una regola che si ripete ai giovani
autori. L’esordio mirabolante, dicono i maestri, può essere fortuna; è con
l’opera seconda che si dimostra di essere autori. Ellis viene dalla celebrità
datagli da Meno di zero, ai tempi caso mediatico, e manifesto
generazionale. Erano, quelle di Clay, frasi brevi, una paratassi di matrice
americana volta alla rappresentazione di un certo tipo di spleen. Uno spleen
evoluto. In Meno di zero (l’esordio mirabolante) come ne Le regole
dell’attrazione personaggi annoiati, anaffettivi, tossicodipendenti.
Personaggi che non sono mai laddove sono, ma sempre e inevitabilmente altrove,
come fa notare Blair, la fidanzata, a Clay. Col suo secondo romanzo, la
promessa di Los Angeles porta all’estremo le sue ossessioni, quelle che avevano
suscitato clamore al tempo delle vicende di Clay. Radicalizza. Rinnova
conservandosi. Le regole dell’attrazione vede molti Clay che soffocano
all’interno della società dei consumi.
Il romanzo si apre come i Cantos di Ezra Pound: con la congiunzione “e”; si chiude con “e lei”. Non c’è Elpenore, non c’è Ulisse, non c’è traccia di mito, ché il mito è morto. Ma della genialata di Pound rimane, in Ellis, il senso del divenire. Le regole dell’attrazione è già cominciato prima dell’avvio e prosegue dopo che si è chiuso. Scelta coerente, come vedremo. È l’eterno divenire del dolore. Che sfugge persino alla collocazione temporale, che fagocita, che include, che rende partecipi, complici: siamo parte di una rete di voci che esprimono infelicità.
Il romanzo, come detto polifonico, è strutturato per frammenti preceduti dal nome del ragazzo o della ragazza che, dalla fantomatica università di Camden, racconta stralci di vita. Molte voci. Ma in realtà una sola. L’ho trovato fin da subito degno di nota. Mi è venuto in mente Faulkner, nella fatica sovrumana di differenziare le prime persone di Mentre morivo. Ellis ha un obiettivo diverso, e le voci non le differenzia. Fa orientare il lettore inserendo il nome del parlante, ma la voce, a livello formale, è la stessa per tutti: quella paratassi dal ritmo singhiozzante, di coordinate e subordinazione semplice che aveva avuto successo in Meno di zero. A dire cosa? Se tutti hanno la stessa lingua, c’è, tra tanti personaggi, un solo personaggio, che giocoforza è archetipico, che è il giovane adulto. Il giovane adulto di Ellis è un individuo che, per evitare di affrontare un’esistenza di disamore e un mondo inospitale, si stordisce di farmaci e droga e alcol e sesso. Per vincere il dolore, o meglio per eluderlo, occorre l’anestesia, occorre trovare tutti i mezzi possibili per non sentire più il corpo che vive, la mente che pensa, lo sguardo dell’altro.
Tre i personaggi che parlano più
spesso. Sono Sean, Paul e Lauren.
Di stortytellare in senso stretto c’è
poco. Sì, qualche linea narrativa è ora seminata e ora raccolta, ma sarebbe
contraddire l’architettura del romanzo se riassumessi questo grande coro di
giovani tossici infelici. Solo qualche indicazione.
Sean, nei suoi racconti, elenca le
ragazze con cui ha rapporti sessuali. Esistenza limitata. E lo sa. E sa che
potrebbe ambire a qualcosa di più edificante, del sesso come anestetico, come
dimostra la scena in cui, dopo un due di picche – cosa inammissibile – si
chiude in stanza e distrugge i vinili, distrugge la maniglia della porta. Per
poi tornare alla festa. Perché dentro abbiamo il male, qualcuno ci ha infettati
con la sua infelicità, qualcuno – i nostri genitori – ci ha amato troppo poco,
ma noi dobbiamo tornare nella mischia. Per il solo scopo di perderci e di
dimenticarci che esistiamo. Perché vivere è troppo.
Paul lo seguiamo nelle sue avventure
analoghe ma marchiate da una bisessualità che a tratti è segreto e a tratti viene
descritta come promiscuità. Innamorato di tale Mitchell, avrà una relazione con
Sean. Nel mezzo, prima e dopo: sesso, droga, alcol; droga, sesso, alcol; alcol,
droga, sesso.
Digressione. Spendiamo due parole su
questa ridondanza. Ellis, a differenza di quello che crede molta critica, non
mi pare amorale. La sua è certo una letteratura che sfocia o almeno tocca il
pornografico. Ma è utile capire l’effetto che creano le reiterate scene di
anestesia. Vediamo per duecento e rotte pagine dei ventenni che si annullano.
Che fanno sesso senza quasi volerlo, mirando all’orgasmo per poi tornare
sconosciuti. Che si drogano fino al vomito. Che bevono finché (così, nel primo
frammento, perde la verginità Lauren) non sono così inermi da essere
violentati. Non ci si diverte a leggere Ellis; dopo dieci pagine il lettore è
già assuefatto. Anche lui, anche il lettore è drogato, e si droga di tutte
queste immagini di vita libertina, a tal punto che esse perdono mordente,
efficacia, spinta, colore, per appiattirsi su un grigiore esistenziale che
riflette il nichilismo dei personaggi. È una pornografia, quella di Ellis,
profondamente etica: perché l’abitudine a certe scene le depotenzia e permette
la riflessione su ciò che soggiace, ossia la morte di Dio.
Torniamo a Paul. Sean, verso la fine
del libro, esemplifica quanto ho cercato di dire nella digressione appena
conclusa. Dice Paul, innamorato perso di Sean, che vorrebbe sapere chi sia,
vorrebbe conoscerlo davvero. Sean si fa portavoce del tema de Le regole
dell’attrazione quando dice (parafraso): Noi possiamo avere a che fare
l’uno con l’altro, ma tu non mi conoscerai mai.
Lauren è innamorata di Victor. Victor
è in Europa (e in Europa fa quello che i nostri fanno al college). Lauren avrà
una relazione con Sean che sembrerà spezzare il nichilismo pervasivo e
soffocante, ma si amano per poco. Dopo che Lauren annuncia la sua gravidanza,
Sean propone il matrimonio, e per un attimo il lettore crede – o spera – in
un’evoluzione, in uno scarto, in qualcosa che rompa l’eterno ritorno
dell’identico dolore. Speranza disillusa: dopo l’aborto, si salutano a
malapena. È di nuovo il vuoto.
Gli dei non esistono per una
generazione cresciuta con idoli di cartapesta, e che muore lentamente
stordendosi per sopportare quello che altrimenti sarebbe troppo: una vita senza
ancoraggi. Se non ci fossero gli strumenti per stordirsi, sballarsi, stravolgersi,
la vita colpirebbe i nostri protagonisti in un modo che riuscirebbe
intollerabile. Allora, senza l’anestesia, li aggredirebbero le loro famiglie
disgregate; la disattenzione dei genitori (già presente in Meno di zero);
l’assenza totale (non compare neanche un professore) di figure autorevoli che
possano fungere da guida; il mondo che non li accoglierà; il mondo nichilista
di Anders, il regno delle macchine, dell’uomo antiquato.
Tutti si divertono – a bere, a scopare, a drogarsi – e tutti respirano la stessa puzza di infelicità.
Non è un romanzo, come è stato detto, pornografico, eccessivo; è un ritratto fedele di quanto sia necessario trovare strategie – adattive o maladattive, non importa – per non suicidarsi.
E nel romanzo ci sono studenti che
cedono. E che decidono di morire.
Le regole dell’attrazione non si autocompiace, perché, come
detto, il possibile divertimento perverso viene disinnescato dall’assuefazione,
che conduce all’intenzione (forse) dell’autore: rappresentare una generazione
infelice.
Viene in mente Mark Renton di Trainspotting.
Se la vita non mi accoglie, se non riesco a proiettarmi in un futuro in cui
sarò parte degli ingranaggi sociali, perché mai non dovrei annullarmi, se
quell’annullamento mi procura anche piacere?
Ellis è complesso. Non che i due si
conoscano, ma non ha niente a che vedere con Galimberti e il nichilismo
giovanile da condannare; allo stesso tempo, non elogia la sfrenatezza. Compito
di un artista è mostrare. E mostra, Ellis, anche col rischio di apparire
morboso. Non condanna i suoi protagonisti ma non li elogia nel loro dissiparsi.
Li fotografa con onestà, il che incarica il lettore di farsi domande. E ci
chiediamo se forse questi ragazzi anaffettivi, sporchi, violenti, tossici, non
abbiano ragione.
Per tollerare la vita, molto spesso
ci si creano ossessioni. E si investe nel lavoro che diviene ragion d’essere.
Per tollerare la vita, insomma, ce ne si chiama fuori. E questo forse è
sbagliato, ma l’autore non educa, stabilisce legami di empatia.
Se si supera la reticenza moralista,
queste anime in coro che si alternano nel romanzo appaiono come dei poveri
cristi abbandonati dalla generazione che li ha preceduti, come dei ragazzi
rimasti bambini perché da bambini non erano amati, e che adesso pensano solo ad
arrivare a sera.
Arrivare a sera è difficilissimo. Col
Valium, diventa più facile. Se al Valium si aggiunge una birra, si dorme.
The rules of Attraction, Bret Easton Ellis, 1987
Le regole dell’attrazione, Einaudi, 1997 e 2016
Pagine: 260
Prezzo: 12euro
*Marco Sbrana è nato il 26 marzo 2003 a Milano, dove studia scrittura
creativa presso la scuola Mohole. Ha scritto un romanzo sui disturbi mentali.
Scrive su riviste di critica letteraria e cinematografica.
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