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domenica 12 aprile 2015

Storia degli Arabi. Dall'antichità al Novecento di Philip K. Hitti (Odoya)

Precursore degli studi di arabistica, il professor Hitti (Princeton University) ha avuto il merito di introdurre la materia nel sistema di studio americano. Per questo la sua sintetica (si fa per dire: più di 800 pagine) Storia degli Arabi, commissionatagli dallo stesso McMillan (di Palgrave e McMillan, il noto editore) è il volume più indicato per chi vuole comprendere una cultura millenaria. Studiato da generazioni, questo libro imprescindibile vanta numerose edizioni, costantemente aggiornate e tradotte.
Più che di un’histoire bataille si tratta di un meraviglioso e completissimo volo d’uccello sulle vicende che hanno interessato il popolo arabo dall’era pre islamica (cioè prima del 622, anno in cui Maometto compì l’Egira verso la città di Medina) fino all’epoca ottomana da un punto di vista etnografico, artistico, culturale, scientifico e sociale. Spesso all’avanguardia nelle scienze, gli Arabi in epoca medioevale (e anche in epoche successive) eccellevano nello studio dell’oftalmologia e anche in alcune branche della ginecologia. E che dire della spesso disertata letteratura araba o della famosa filosofia di maestri come Avicenna?
Certo la religione, qui spiegata approfonditamente a partire dalla vita di Maometto, fino ad arrivare alle usanze dei primi musulmani ed ai rapporti (strettissimi) tra Bibbia e Corano chiarisce molti aspetti della vicenda araba: “Il termine Islamismo può essere usato in tre sensi: in origine una religione, l’islamismo più tardi divenne uno stato, e infine una civiltà”.
Una volta pronunciata la formula coranica la ilaha illa-l-Lah; Muhammadun rasul-l-Lah (non esiste altro dio fuori di Allah; Maometto è l’inviato di Allah) il credente diviene musulmano, senza sacramenti ulteriori. Questo è il primo pilastro della fede islamica. Gli altri pilastri sono la preghiera, il digiuno, l’elemosina, il pellegrinaggio e per almeno una setta, i kharigiti, il sesto controverso pilastro è la guerra santa. “A esso l’islamismo deve la sua ineguagliata espansione come potenza mondiale. È uno dei doveri principali del califfo continuare ad allontanare la barriera geografica che divide il dar al-Islam (territorio dell’islam) dal dar al-harb (territorio di guerra)”. Ma anche le stesse campagne militari che conseguirono cronologicamente all’islamizzazione ebbero cause differenti dal gihad (o jihad). “Non il fanatismo, ma la necessità economica guidò le orde beduine, e la maggior parte degli eserciti di conquista venne reclutata fra i Beduini, oltre i confini del loro arido territorio, fino alle belle terre del Nord. La passione di salire in cielo nella vita futura può aver costituito una forza operante per alcuni, ma il desiderio delle comodità e dei lussi delle regioni civilizzate della Mezzaluna fertile fu altrettanto forte nel caso di molti altri.” E questo ai giorni nostri è un insegnamento prezioso, da tenere in considerazione…

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