lunedì 21 gennaio 2013

La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante con la traduzione di Gordiano Lupi e appendice di Mario Vargas Llosa (Sur). Intervento di Nunzio Festa



La "lussuriosa" (vedi Vargas Llosa, - Mario) lingua, tutta sua e 'anti-decadente', di Guillermo Cabrera Infante è una situazione allucinata che provoca ansia da lettura: chiedi allo stress di starti vicino, perché dovresti, diciamo alla fine forse vorresti, legger tutto d'un botto, per far solamente un esempio piccolo assai, l’ultimo "La ninfa incostante". Se, come certi, non conosci il "Tre tisti tigri" oppure il resto. Ma grazie a un'adeguata e sicuramente da pasionario del genere, traduzione di Gordiano Lupi, che moltissimo - ricordiamo in questa sede - ha fatto e fa per portare in Italia un pezzetto almeno della Cuba che non si rassegna a esser letta solamente e/o soltanto da castristi e antiCastristi, abbiamo la felice scoperta di tipografia che un altro capolavoro della letteratura c'ha davvero e senza esagerazione sconvolto; dove il poco ortodosso e Geniale al massimo, autobiografico protagonista del portentoso romanzo immagina, e quindi vede e quindi vive, un'appena sedicenne Estela/Estelita. Conturbante almeno quanto la stessa Cuba del cubano e apolide Cabrera Infante o dichiaratamente strafottente alla stregua d'un'eroina che abbiamo trova nell'ultimo libro di Cesare Battisti, inviato al mondo questa volta dall'esilio brasiliano, Estela è tutti i bolero dell'opera più che letteraria e romantica fino allo spasimo come all'estremo (stremo, giocando un po' con le provocazioni - costanti e che ammantano dell'autore -). L’autore che ha confessato pubblicamente quanto e in che maniera Estela è la Cuba pensata fuori da Cuba: “isola incantata di cui ero esploratore e guida”. Dove aggiunge poi, parlando come vedrete del presente=passato, che “in quel periodo L'Avana era il centro del mio universo, percorrerla era un viaggio intergalattico tra due soli, ed Estela era una bambina vestita da eroina francese". L’opera è stata pubblicata postuma. Perché Guillermo Cabrera Infante è deceduto nel 2005. Ed è il romanzo che vive non di calembour soli vedi solitari e finali, ma di calembour che sono coltissimi giochi di parole imbevuti di cinema e letteratura. Il tempo non ha senso, per certi versi. Ché la lingua anti-decadente di Cabrera Infante abbatte le logiche, senza dare coraggio a un facile surrealismo, della comprensione e sperimentazione temporale. Anzi, il concetto stesso, a dir poco, di logica spazio-temporale. Non può esistere lettura intima di Infante, se non ci si vuole stordire di dialoghi al limite tra demenza e follia. Nel verde del geniale, insomma. Finito che avrete di legger, difficile sicuramente sarà sintetizzare la trama, in forma diciamo compiuta e comprensibile, della Ninfa. Ma ricorderete così tante scene che vi sarà difficile scegliere da che punto iniziare a narrare l’avventura del romanzo vissuto. Un classico, spieghiamo a chi ama i classici. Un moderno, inseriamo per chi dei classici, ovvero della letteratura pura, si spaventa.


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