lunedì 17 dicembre 2012

Recensione di Alessandra Peluso su Azimuth, di Maria Grazia Palazzo, LietoColle 2012.






















Maria Grazia Palazzo confina l’esistenza, la sua, nella quale a fatica ha trovato l’Azimuth: il punto centrale, l’equilibrio della vita all’interno dell’essere.
Sembra però che - prima di raggiungere la fine di un conflitto perseverante tra essere ed esistenza -  ci sia stato un lungo cammino di sofferenza, di introspezione leggendo i versi, traboccanti di vita colta, vissuta, sprecata, fuggita. «Non riusciamo a dire che l’anima annuncia / profezie di bellezza / nel silenzio di battito d’ali». (p. 21). All’interno di una vita c’è l’amore, la passione forte, selvaggia, coinvolgente: «L’amore degli amanti rifiuta le finte / anestesie / ma cerca il bacio felice feroce / l’avorio luccicante dello stupore / il grido primordiale». (p. 22).
E tuttavia c’è il tempo che traspare a volte incombente in Azimuth che «segna l’ora di ragioni emotive / un tocco dentro / un respiro tramortito dice sì / ennesimo impatto tra infinito e già vissuto» e tra la necessità di cogliere il tempo e accoglierlo nel proprio animo perchè non diventi crudele, un male da sublimare, ma sia una categoria di tempo necessario per scandire l’esistenza e carpire «alba o tramonto (...) come un suono che invoca / un’armonia diffusa che eroda / la corte spaziosa d’anima» (p. 26). Gli opposti sono cercati e sofferti perchè si possa giungere ad una serenità d’animo. Così in questa poesia l’autrice trova un «frenetico abisso che martella dentro (...)» pur cercando «una frenesia d’essere oltre» (p. 26). C’è continuamente questa voglia di perdersi, prendersi, darsi, possedere che esplodono derivanti da uno spirito dionisiaco e apollineo, da una res cogitans e una res extensa. È la vita che trasborda dai primi versi sino a quelli provvisoriamente conclusivi, quella raccontata da Maria Grazia Palazzo con bravura e una chiara capacità espositiva, sofferta forse perchè ci tiene che sia comunicata e compresa dal lettore nel modo opportuno.
L’autrice appare come un poeta veggente: un artista solitario, abile a scavare nell’interiorità umana e nel mistero dell’ignoto; capace di decifrare sensazioni e illuminare l’oscuro, l’abisso che è in ognuno di noi. Parimenti ad un poeta del “Decadentismo” contemporaneo, come in un certo senso potrebbero leggersi i versi della poesia di Gabriele D’Annunzio, dove infatti ne compaiono alcuni in cui l’io si dissolve, si forma, si colora, si dà un suono lasciandosi suggestionare dall’istinto; in altri, invece, la realtà splende in una luce che illumina la vita. Si evince dai versi di Maria Grazia Palazzo che la ricerca impellente dell’equilibrio, dell’azimuth è stata raggiunta e scoperta nell’armonia dell’essere oltre l’esistenza, come una farfalla che si libra nell’aria desiderosa di volare alto.   

Sul sito di LietoColle

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