domenica 20 maggio 2012

Il comune in rivolta. Sul potere costituente delle lotte di Antonio Negri. Con la prefazione di Gigi Roggero (Ombre Corte). Intervento di Nunzio Festa


Una premessa è d'uopo: Toni Negri è il pensatore che ha ancor oggi l'audacia d'esprimere questa posizione: "sarebbe importante ritornare dal cristianesimo a Cristo e dal comunismo a Marx". Dettò ciò, è necessario invece incominciare ricordando che i saggi e gli articoli raccolti in "Il comune in rivolta. Sul potere costituente delle lotte", in buona misura sono pensati e discussi all'interno dell'esperienza collettiva di UniNomade (rete di ricercatori, accademici, studenti e attivisti di movimento che dal 2004 ha iniziato un percorso di ricomposizione delle intelligenze critiche intorno a un desiderio comune: costruire un dispositivo di autoformazione e di dibattito pubblico mettendo a tema i concetti, i linguaggi e le categorie che le esperienze teoriche e pratiche dei movimenti hanno espresso in questi ultimi anni). Quindi innanzitutto il metodo. Ma se fosse solamente l'analisi e la proposta di questo, non si spiegherebbe, come invece avviene, la descrizione delle vicende spagnole e tunisine dell'ultimissimo periodo: dalla mediatica e preparata iniziazione di Primavera Araba - in questo caso dovremmo aggiunge i reportage analitici di Macchi per capire meglio - alla sobillazioni dei centri di Madrid e sorelle con le tende piantate nel cemento delle piazze. Qui infatti è pratica. Esperienza. Esperienza della storia. Che comunque non possiamo slegare dalla discussione sul processo di produzione e, infine, sulla finanziarizzazione imposta alla vita delle comunità e persino alle vite comunitarie. I saggi di Antoni Negri riprendono Marx, Gramsci e Foucault. Perché è necessario aggiornarsi nella teoria. Ché è più che utile attualizzare le teorie. "C'è comune solo quando c'è potenza costituente": questo comunque è il vero cuore, il nocciolo del discorso di Negri. Allora rivisti Karl Marx e Foucalt, nella prima e seconda parte dell'essenziale libro, si passa al settore definito da "Una rottura italiana: produzione vs sviluppo"; come ancor meglio dalle critiche alla socialdemocrazie europee che dagli anni Settanta nulla più hanno capito del capitalismo e dei suoi cambiamenti. Ma Toni Negri non riuncia, alla fine dei ragionamenti, a ipotizzare un futuro per la sinistra. Appunti, tra l'altro, che andrebbero preso sul serio anzi in grandissima considerazione dal mondo politico in tutte le sue diverse e differenti compenenti. Sicuramente non tralasciando che "il progetto di un movimento di lotta e di govero (vecchio paradigma della sinistra) non funziona più perché, quando ci si confronti alla governance imperiale, la potenza di cattura delle istituzioni è più forte di qualsiasi tentativo di rinnovare l'ordine della società e di democratizzarne l'amministrazione". E come dare torto a Negri, qui. Vedi, in ultimo, i propositi quindi del nuovo soggetto recentemente costituitosi nella vera e piccola galassia progressista, Alba (Alleanza lavoro beni comuni ambiente, che naturalmente sosteniamo a pieno). E Antonio Negri vede una sinistra utile dove la sinistra diventa potenza costituente. Ma come dovrebbe fare la sinistra a divenire davvero potere costituente? Lo spiega il filososo: "Il potere costituente deve organizzare l'apertura dei beni comuni alla produttività sociale e la riappropriazione della struttura finanziaria della produzione per destinarla a finalità comuni"; serve "sviluppare costituzionalmente politiche di autoformazione e di formazione comune che investano l'intero quadro produttivo"; "Le politiche universitarie e quelle della comunicazione devono superare non solo l'attuale condizione di miseria privatista ma anche il livello dell'organizzazione pubblica dell'insegnamento per diventare motori nella costruzione del comune e dell'integrazione sociale"; "l'allargamento degli strumenti della democrazia diretta è fondamentale"; deve "diffondere potere sul territorio e far partecipare i cittadini alle funzioni di governance". Una sinistra che sia nuovo Principe, infine. Ma sempre e solamente nelle lotte.

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