mercoledì 25 aprile 2012

Ivan il terribile, di Alcìde Pierantozzi (Rizzoli). Intervento di Nunzio Festa


Devono farci paura. Devono spaventarci, i libri veri. E "Ivan il terribile", romanzo del giovanissimo Alcìde Pierantozzi da San Benedetto del Tronto, è uno di quelli che provoca immensi timori. Pierantozzi, tra le altre cose, è lo stesso autore che avevamo applaudito all'uscita dell'opera prima "Uno in diviso" (Hacca, 2006) e che allora c'aveva dato spietatezza e scrittura pura. Adesso che lo scrittore sta crescendo, e oltre a essere diventato collaboratore della rivista "Rolling Stone" e ad avere alle spalle l'impegnativo e poderoso "L'uomo e il suo amore" (Rizzoli, 2008), s'è collocato vitalmente nella Milano della finanza letterata, ma soprattutto ha provato le carezze dell'inizio e le difficoltà del continuare, ha scritto un'opera ch’è stata il dolce avvelenato delle nostre letture. La pozione esatta a iniettare il veleno della paura assoluta. La prima parte del romanzo, quasi per cento pagine, più che presentarci Roccofluvione dipinge il paesino Roccofluvione analizzato dalle retine degli adolescenti che si chiamano Federico, Sara e Ivan. E se quest'ultimo è il terribile, terribilmente Sara e Federico, lei da sempre e lui da poco, non sopportano quanto la marginale e provinciale Roccofluvione sia pregna d'una quotidianità oramai stantia e i suoi vizi simili a molte altre marginalità - si veda qui "La notte dei petali bianchi" dell'esordiente Gianfranco Di Fiore (Laurana, Milano, 2011) - italiane. Ma ci sarà un diversivo; simile al divertimento di lanciare pietre dai cavalcavia: scelte che fanno male a chi le compie e a chi le subisce. Eppure Sara e Federico hanno i loro amori. Hanno una il maneggio con le cavalle preferite, l'altro l'acquario coi cavallucci (marini). Che con cura mantengono in vita. Sarà proprio al maneggio che, tra un passaggio e l'altro della televisione normale della Maria De Filippi già spiegataci in altro modo, con tutt'altro approccio da Pierantozzi e con dovizia di particolari dall’Emanuele Kraushaar in stato di grazia con "Maria De Filippi" (Alet, Padova, 2011), appare il magnetico Ivan Cresciani direttamente dal carcere minorile, dal carcere minorile di Casal del Marmo. Ragazzo senza scrupoli e senza serenità. Giovane che ha una delle famiglie più sconquassate e scombinate della storia, totem della famiglia in generale. Un adolescente che in ammollo nella cattiveria tiene qualche microbo di dolcezza. Ma sarà la cattiveria, evidentemente, ad attrarre verso Ivan Federico e Sara. Specie quest’ultima, che vorrà nonostante gli accadimenti una lenta e bruciante vendetta. Ovvero la ragione che porterà al finale tragico. Sentimenti individuali, proviamo a definire. Perché ogni soggetto dell’opera non è che corpo separato: tranne per il fatto fisico e morale che inciderà sul destino dell’altro. La ferocia dei giovanissimi protagonisti di “Ivan il terribile” ci fa tanta paura, ché potrebbe capitare d’incontrala nell’adolescenza a noi prossima. Senza dubbio Ivan, Federico e Sara sono conseguenza d’errori e peccati della coscienza famigliare, però non sarà alla fine questa ragione a farci stare un po’ più tranquilli. Pierantozzi è oggi la penna matura che avevamo intuito potesse nascere all’esordio. E quindi merita sempre maggiore attenzione e rispetto. 

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