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Notizie su Libri e Festival Letterari

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    giovedì 11 agosto 2011

    UGO MAZZOTTA: L’INTRIGANTE INCIPIT I suoi nuovi lavori in corso. Intervista a cura di Michela e Alessia Orlando























    Ugo MAZZOTTA, ha ricevuto le domande per l’intervista e come una saetta ha spedito, via iPad, le risposte. Pertanto, la veste grafica è leggermente diversa dal solito. La lasciamo così come è: è giusto tutti sappiano quanto questo Autore sia ipertecnologico. Ci sentiamo davvero gratificate per il tempo che ci ha dedicato. È corretto evidenziare come le modalità che stiamo utilizzando per le interviste (spedire le domande e ricevere le risposte per e-mail), non consentano una modifica contestuale e non ci pare corretto correggere-modificare le domande senza che l’Autore lo sappia e magari possa prendere le misure della nuova versione. Pertanto le lasciamo come sono. Il lettore comprenderà, così, il nostro apparente scarso acume e ci scuserà. Segnaliamo gli ottimi consigli che emergono dal testo e speriamo siano utili a qualcun altro, oltre noi.

    Evidenziamo la prima risposta: la foto che ha utilizzato come stimolo per l’incipit è quella che tutti potete vedere.

    INTERVISTA

    D. La prima domanda è un regalo: ecco, prendi questa foto; guarda l‘orologio, vedi che ore sono; osservala bene per due minuti. Poi basta. Chiudi gli occhi; rivedila. Riapri gli occhi e scrivi: l‘incipit per un libro che l‘immagine ti suggerisce. Siamo tutti in trepidante attesa…e promettici che lo userai, se ti è possibile farlo.

    R. Sollevò la testa, nonostante ogni movimento gli provocasse una fitta alla nuca. Federica era lì, a due passi da lui, pochi gradini più in alto. Immobile, anche lei; appoggiata di traverso alla parete. Cominciò a ricordare, con difficoltà. Era caduto dalle scale, poi tutto si era spento, ma prima? Perché anche Federica sembrava priva di sensi? E perché gli sembrava così importante ricordare cosa stringeva ancora la ragazza nella mano destra, quella nascosta dietro il suo corpo accasciato sul gradino?

    D. Tutto inizia con COMMISSARIATO DI POLIZIA “LA BELLA NAPOLI“?

    R. Sì e no. È stato il mio primo romanzo pubblicato, e il primo che ho scritto pensando seriamente a mandarlo agli editori. Ma già intorno ai vent’anni avevo scritto un romanzo giallo à la Christie, a penna, su un quaderno. Ho sempre voluto scrivere.

    D. Prima la tua mente diabolica, e forse omicidiaria, dove era? Come liberava la propria creatività?

    R: Ovunque e in molti modi. Sono figlio di musicisti, ho provato a scrivere canzoni, a disegnare fumetti, fin da quando ero adolescente.

    D. C‘è una tecnica speciale per giungere a una buona trama?

    R: Immagino ce ne siano tante, forse quanti sono gli scrittori. La mia tecnica, se la si può definire tale, è di trovare uno spunto che mi piacerebbe leggere in un libro scritto da qualcun altro e andare avanti nel modo in cui mi piacerebbe vedere sviluppato quello spunto. Io leggo quello che scrivo mentre lo scrivo, ho sempre pensato al mio modo di lavorare come a una specie di lettura attiva.

    D. Si può contaminare una trama noir con implicazioni comiche, senza rischiare di far calare la tensione? Potrebbe funzionare un personaggio che ammazza allegramente, con gioia sincera, senza alcuna apparente perversione, con piena consapevolezza e con presunta normalità?

    R: La contaminazione tra comico e noir è una delle più frequentate e forse una delle poche che può funzionare bene, sempre a condizione di saperci fare. Nel noir moderno c’è spesso una venatura di cinismo che si presta all’annotazione umoristica. Però meglio ricordare che il lettore appassionato di narrativa di genere spesso è molto preciso a proposito di quello che secondo lui si adatta al genere in questione, e non ama essere tradito.

    D. Avendo fatto l‘esperienza di stare chiuse in un ambiente angusto (siamo gemelle; l‘ambiente angusto: il grembo), sappiamo di che parliamo: credi che in un mondo troppo stretto (ci appare cosi, non tanto per il sovraffollamento, l‘attuale mondo, che si dice globalizzato, per via delle informazioni che ruotano vorticosamente e giungono ovunque, in un attimo) sia probabile che aumentino gli omicidi?

    R: Per un puro calcolo delle probabilità credo di sì. Dubito che la natura umana sia cambiata sostanzialmente negli ultimi decenni e forse secoli, homo homini lupus non l’ha inventato uno scrittore noir, ma certo la vicinanza eccessiva e la coabitazione forzata può rendere più facile che scattino certe scintille.

    D. La fama. Abbiamo visto cosa è accaduto a Maradona, come a qualche scrittore di successo: finiscono per chiederti di tutto. Al primo: cosa ne pensasse della contraccezione, della droga (prima dei suoi guai noti), dell‘amore, dell‘affido familiare…. Agli altri: come risolvere il problema della disoccupazione? E quello della mozzarella blu e a pallini colorati? E quello delle energie sporche? E del prossimo viaggio su Giove che ci dice?…C‘è mai stata una domanda che ti ha fatta incaz…Chiediamo scusa, che ti ha indignato, fatto venire la voglia di fuggire, fatto pensare a questo-a darei un morso in testa?

    R. Direi di no. Almeno fino a questo punto di questa intervista, non so cosa mi aspetta nelle prossime domande! Scherzi a parte, no. Anche perché essendo conosciuto più che altro in una cerchia di appassionati del genere, non certo al grande pubblico, mi vengono proposte interviste da giornalisti e blogger interessati e preparati.

    D. Possiamo rifartela anche noi?

    R. Come dicevo, potreste provare voi a creare il precedente…

    D. C‘è tra i personaggi da te inventati uno che non è stato compreso? E qual è quello da te più amato? E quello che ammazzeresti se lo incontrassi in questo preciso momento?

    R. Alla prima domanda non so davvero rispondere. E forse nemmeno alla seconda, almeno non con una risposta secca. Ovviamente sono molto affezionato al commissario Prisco, il mio personaggio seriale; ma ci sono diversi personaggi che ricordo con affetto, sia tra le vittime, penso alla donna uccisa in Commissariato di polizia La Bella Napoli, sia tra i colpevoli (penso a Indagine privata ma non dico altro per non rovinare la sorpresa a chi lo volesse leggere). E per finire probabilmente ammazzerei il vice questore Donatelli, un burocrate che affligge di tanto in tanto il povero Prisco.

    D. Il personaggio letterario che più hai amato in assoluto (ovviamente non escludiamo a priori i tuoi).

    R. Questa è la classica domanda a cui non smetteresti mai di rispondere, nel senso che cominci a fare un nome, poi te ne viene in mente un altro, poi pensi “ah già ma c’è anche il tale” etc. etc. Diciamo il commissario Maigret.

    D. C‘è qualcosa di te che nessuno sa e vorresti divulgare?

    R. Supponendo per assurdo che io fossi arrivato alla rispettabile età di cinquantaquattro anni riuscendo a conservare anche un minuscolo segreto su di me, non credo che verrei a parlarne qui!

    D. Dai tuoi personaggi si potrebbe ricostruire la tua idea di umanità migliore, finalmente liberata e capace di intuire che cosa questo pianeta davvero sia (visto come è trattato, pare non lo sappia nessuno)?

    R. Suppongo di sì, questo dovrebbe essere possibile per qualsiasi opera di qualsiasi scrittore. Basta che non chiediate a me di farlo.

    D. Cosa dovrebbe fare un giovane scrittore per avere qualche possibilità di essere pubblicato e farsi leggere? E cosa non dovrebbe fare per evitare il contrario?

    R. Scrivere per il piacere di farlo, parlando di qualcosa che si conosce davvero. Evitare di scrivere perché si vuole spiegare al resto del mondo il senso della vita o perché tutti devono sapere quanto è stata difficile la tua adolescenza; sono entrambi argomenti di cui non frega molto a nessuno.

    D. La raccomandazione serve?

    R. Per essere assunti da qualche parte sì, tanto. Per essere pubblicati no, a un editore pubblicare un libro costa parecchio e nessuno pubblicherebbe un libro sapendo che fa schifo ma perché gliel’ha chiesto il tale. Certo, essere presentato da qualcuno può far sì che il tuo manoscritto venga letto prima degli altri, ma più di questo non credo. Ovviamente si parla di editori che non chiedono soldi all’autore e che non ottengono finanziamenti pubblici per pubblicare.

    D. È ancora valido il grido-consiglio di Eduardo: Fuit‘venn‘? Esagerò? Sbagliò?

    R. Maledettamente e tristemente valido. Se potessi fuggirei anche io, e spero che lo facciano i miei figli.

    D. Tutto finisce per ora, salvo errore, con LA STAGIONE DEI SUICIDI. C‘è già altro di pronto nel cassetto? E nel futuro?

    R. Di pronto niente, di quasi pronto c’è un nuovo romanzo, a cui sto lavorando in questi giorni e che è arrivato oltre la metà. Tra l’altro il mio primo romanzo senza il commissario Prisco e il primo ambientato a Napoli. Poi ci sono tanti altri progetti, il prossimo romanzo con Prisco, una commedia noir in napoletano veramente cattiva, il lavoro con la tv che spero continui…

    D. Per scriverlo hai dovuto documentarti? Hai dovuto rileggere le tesi di Durkheim sul suicidio e, magari, qualche statistica sui suicidi? È proprio vero che il suicidio non è mai un atto di libertà contro la società repressiva?

    R. Dio mio, no! (cit.) Sono pigro, faccio una fatica boia a documentarmi (e meno male che esiste Internet), figuriamoci se dovessi leggere saggi prima di scrivere un romanzo!

    D. Ci avviamo al termine. La Sibilla ti ha già comunicato che sarai protagonista di un giallo; sarai un serial killer che uccide con un bisturi di ossidiana. Che effetto ti fa? Potrebbe funzionare uno come te, con tutte le caratteristiche psicosomatiche, con i tuoi interessi, con il tuo corredo di esperienze e relazioni sociali, come personaggio anche televisivo o cinematografico?

    R. Oddio, temo di no. Sono piuttosto schivo, tendenzialmente timido, abbastanza abitudinario, per niente avventuroso, generalmente taciturno. Come personaggio sarei una noia mortale.

    D. Ultima domanda, ma è già chiara la tua promozione (annunciata da due Pinco Pallino, deve essere molto gratificante): Un regalo vero. Ecco la Lampada di Aladino. Sfrega pure…Sono realizzabili i tuoi desideri?

    R. Certo che sì. Sempre a proposito del personaggio noioso, non mi diverte avere desideri irrealizzabili. Piuttosto, quanti ne ho a disposizione?

    mercoledì 10 agosto 2011

    C’era (quasi) una volta da un'idea Marino Magliani













    Si chiama C’era (quasi) una volta la raccolta di fiabe (o quasi-fiabe) appena uscita per la nostra casa editrice. Il volume nasce da un’idea di Marino Magliani, a cui le fiabe (come dice nell’introduzione) sono mancate da bambino. Tutti i profitti derivanti dalla vendita saranno devoluti a NutriAid, un’organizzazione umanitaria indipendente, nata nel 1996, con sede nazionale a Torino e sedi locali in varie regioni d’Italia. NutriAid opera in Rwanda, Senegal, Madagascar e Repubblica Democratica del Congo dove costruisce, ripristina e coordina centri intensivi di lotta contro la malnutrizione infantile severa e cronica, per il trattamento del disequilibrio ponderale nei bambini. Realizza interventi sanitari attraverso la propria unità medico-scientifica inviando equipe mediche specializzate. Attua programmi di sicurezza alimentare operando in partnership con importanti istituzioni internazionali, sostiene le famiglie in progetti di sviluppo agricolo e allevamento per prevenire le ricadute ed emergere dalla fame e dalla povertà. Un ringraziamento a Zena Roncada e Lucia Saetta per aver sorvegliato con pazienza il lavoro, a Marco D’Aponte per aver accettato di illustrare ogni storia e averlo fatto con passione e intelligenza, agli autori per aver creduto in questo progetto.

    “I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto”. Così il giovane Leopardi sintetizzava nelle pagine dello Zibaldone la sua nostalgia per l’infanzia, età aurea vivificata da un’immaginazione senza freni. Gli autori di questa raccolta di fiabe hanno voluto, almeno in questa occasione, tornare a guardare il mondo con gli occhi incantati del fanciullo che un tempo sono stati. Ne sono uscite storie fantastiche, ciascuna ispirata a un luogo speciale della nostra Italia bella e variopinta (montagne,spiagge,fontane,mari,città) e narrata secondo uno stile e un gusto personali. Questo per ricordare che il mondo è pieno di posti meravigliosi, dove vale la pena avventurarsi e perfino perdersi, se non fisicamente (questo, ahimè, spesso non è possibile), almeno nel modo magico di una narrazione. Ma attenzione: un racconto non è semplicemente un surrogato di vita – è vita al quadrato!

    Indice del volume

    :

    La Via dei falegnami, Flaviano Fillo, Ghetto di Roma

    I pesci con le ali sono presi per matti, Paolo Casuscelli, Salina

    Il nastro della truut, Lapin, Luserna (TN)

    La fiaba delle sette montagne, Lucia Saetta, Bosco Chiesanuova (VR)

    Giobatta e il drago, Chiara Daino, Genova

    Il ciclope miope, Irene De Sanctis, Lazio

    La bambina che aveva paura del buio, Zena Roncada, Sermide (MN)

    Su caminu de paza, Bobboti, Sardegna

    Giovanni, il mago Mortadella e il perfido Molocco, Luca Tassinari, Bologna

    Il vicolo delle meraviglie, Enrico Macioci, L’Aquila

    Il tesoro del re, Enrico De Grazia e Maria Francesca Rotondaro, Calabria

    Capo Giuseppe, Barbara Tutino, Val d’Aosta

    Tramontana, Nunzio Festa, Basilicata

    Coriandolina va in pineta, Mauro Baldrati, Cervia (RA)

    Nenè, Nerina Garofalo, Cosenza

    Pancia e gli orchi, Andrea Becca, coste liguri

    Bùmbulu mbùmbulu, Mario Bianco, Torino

    Il viaggio, Bartolomeo Di Monaco, Lucca

    La storia di Mattia il milanese, Wang il cinese e Uberto l’uccisore di draghi, Guido Tedoldi, Milano

    Il pomeriggio che si ruppe la playstation, Marta Baiocchi, Roma

    Il Custode, Francesco Sasso, Puglia

    Il ponte del diavolo, Paolo Cacciolati, Dronero (CN)

    Saverio e gli uomini del Vulcano, Pasquale Indulgenza, Napoli

    Frate Ciliegio e l’acqua Pudia, Roberta Borsani, Fonte Pudia (UD)

    Le avventure di un bambino che si credeva Re, Chiara Granocchia Lelieur, Umbria

    Cuoricino, Stefania Nardini, Napoli

    martedì 9 agosto 2011

    UNICO INDIZIO LA CHITARRA BLU (DAMSTER EDIZIONI DI MASSIMO CASARINI MODENA)













    Se sei vivo/ è solo perché/ volevo farti conoscere/ il motivo per cui ti ucciderò …

    Ci sono libri da aprire a caso; lì, in quella pagina, esattamente nelle parole di un solo rigo, dove si appunterà lo sguardo, troverai un insegnamento che valga almeno per la giornata che ti attende. Potrà accadere di tutto, ma, prima o poi, ti sembrerà che la pagina lo avesse previsto, che sapesse quel che ti sarebbe successo. Si potrebbe anche rinvenire un insegnamento, di tipo trascendentale, che ti avvicini al Mistero. È quella spinta, l’imbeccata per svelare: il tuo mistero, le tue zone in ombra. Di quello si parla, naturalmente. Quando ci giunse notizia del concorso indetto da Damster Edizioni, ovvero da Massimo Casarini che è l’omino in nero del logo, fummo conquistate da una idea e volevamo produrre un racconto che nascondesse dei messaggi criptici; nessun insegnamento speciale, ma che almeno la trama non esposta potesse ancora interessare noi stesse nel rileggerlo.

    Con la sua immagine nella mente, quella fisica di Massimo Casarini, giacché è un lungagnone ben diverso dall’omino predetto, decidemmo di fare un sopralluogo. Quel che vedemmo, il luogo fisico – geografico, bastò. La trama era lì, sotto un pilone di un ponte, quello disegnato da Santiago Calatrava. Il grande architetto è nato a Beninamet, nei pressi di Valencia, dove ha frequentato la Scuola di Architettura e la Scuola di Arti e Mestieri. Quei luoghi li abbiamo fotografati e pensammo meritasse che un racconto fosse collocato in una delle sue idee più viste. Basta percorrere l’autostrada del Sole, tratto Bologna – Parma e lì, qualche decina di chilometri prima delle uscite parmensi, c’è il ponte. C’è quel ponte!

    Per la verità avremmo voluto calcare la mano sul fatto che a Venezia si è giocato e si gioca molto sul suo cognome, i veneti sanno farlo benissimo, sanno giocare con le lettere.

    Lo chiamano CALABRAGA. Il tema prescelto non consentiva di esagerare: si trattava di narrare le faccende di Totò TRAINA, mafioso che da un brutale omicidio, e dopo tanti litri di sangue ancora, si ritrova a navigare sulle onde delle alte finanze americane, circondato da bellissime collaboratrici che parlano molte lingue. Ma prima, molto sangue prima, fa calare le braghe a un bel tomo destinato a fare una fine davvero bruttissima. Il libro che contiene il racconto, LE SETTE CAMICIE DI TOTÓ TRAINA, è adesso, finalmente, tra le nostre mani, con la sua copertina, il blu, la chitarra sanguinolenta, il titolo, l’omino in nero ...

    Le prime parole: “La melodia è spazio. La chitarra diviene il luogo della cosa come fu, un comporre i sensi della chitarra blu.” L’uomo con la chitarra blu – Wallace Stevens

    È così che inizia, con questo esergo, il racconto di Piergiorgio Annichiarico: HAVE YOU SEEN THE STARS TONIGHT? Le ultime parole, quelle che chiudono il libro e il racconto di Francesca Tombari, LA NEVE RIPRESE A SCENDERE: La neve riprese a scendere ricoprendo man mano i passi dei tre uomini che a piedi ripercorrevano la via del ritorno, in silenzio osservavano il tramonto e nessuno commentò l’accaduto, di quel che fu dopo non è dato dire niente.” E adesso, essendo ineludibile, apriamo il libro a caso, appuntiamo lo sguardo e leggiamo: “Non feci in tempo a obiettare e Salvatore lo afferrò per le ascelle; ruotandolo, lo spiaccicò contro il pilone; gli allargò le gambe da dietro con un paio di calci ai piedi e: - Tieni!

    Lo guardai: non ammetteva repliche. Presi la pistola e avvicinai la canna alla nuca; lui, indicando le chiappe con lo sguardo – No! Lì … Totò si stava pisciando addosso; quando gli infilai la canna nel buco del culo accennò a una reazione. Sparai verso l’alto. Si accasciò a terra immediatamente, senza un fremito. Io feci lo stesso cadendo sulle ginocchia.”

    Ci chiediamo chi sia questo folle! Dove avrà trovato la cattiveria per inventare tale faccenda? Andiamo a leggere il titolo: LE SETTE CAMICIE DI TOTÓ TRAINA, di Alessia e Michela Orlando.

    domenica 7 agosto 2011

    Privati abissi, di Gianfranco Calligarich (Fazi). Intervento di Nunzio Festa





















    Come testimone un giocatore di frodo. Un osservatore d'azzardo, a raccontare “Privati abissi”. Il giornalista, romanziere, sceneggiatore per la televisione e drammaturgo Gianfranco Calligarich, idolo della critica letteraria non solamente militante ma persino anzi soprattutto d'élite, di nicchia ovvero, mette un malato di cuore e giocatore di carte a narrare le avventure sessantesche di protagonisti che contano e di personaggi che spariscono nelle giornate di dentro e di fuori piazza Navona; oltre che, di certo, nei limiti e oltre i confini del luogo per eccellenza: il locale Tempo Ritrovato. Il testimone sentimentale e glaciale, in pratica, rivive giorni lunghi e vissuti d'una quarantina d'anni prima. Nella rievocazione, in sostanza, di luoghi temporali, in questo caso, raccolti di sfuggita e di sfioro alle contestazioni. A cominciare, va detto, da un'ereditiera apparentemente e lungamente fuggente e dal più famoso, per la trama, Sprangato Partner (ovvero figlio di papà uscito dalla Liguria per entrare nella Capitale dei passatempi senza l'azienda di famiglia. A qualche millimetro ideale, pare, dal Tevere. A qualche centimetro, più esattamente dalle apparizioni della di lei porsche. E non sarebbe potuto mancare, certamente, lo scrittore maudit. In mezzo. Che quest'altro personaggio-soggetto si fa una storiella nella storiella, perché nasce e cresce quale vita quasi allo sbando che decide d'andare a passeggio tra donne e scrittura; in una sosta dell'età, la quale d'altronde si cala in settimane molto intense in quanto a colori ma persino in quanto a sfumature di nero di certi abissi privati e individuali oltre che qualche volta essenzialmente e anche figuratamente collettivi. La ricchissima nel locale aggancia l'uomo. E il risultato della situazione segnerà il resto delle vicende. Però le tracce del percorso raccontato sono una parte. Il prodigio, invece, è nella lingua inaugurata – non per l'occasione – da Gianfranco Calligarich. E Calligarich con la lingua che si supera per frammentazioni e fluidità, spiazza lettrici e lettori con una ricerca di significanti che mai stanca. La scrittura accanitamente elaborata dello scrittore nato ad Asmara, dalla vita più larga finanche dei suoi romanzi incantati e spaziosi, è fatta crescere nell'acqua bollente di designazioni metonimiche, per esempio, che sono i calori fondamentali della preparazione alla vita. Se non avessimo, per dire, lo Sprangato Partner, più volte riferito come “il mio Sprangato Partner” in che maniera andremmo avanti nella lettura? Le grosse cadute, poi, che si pigliano i personaggi del romanzo non sono che metafora unica d'una specie di dannazione. Calligarich ha pubblicato poche opere, fino a questo momento. E questo libro è il frutto di decennali rivisitazioni e aggiornamenti. Un capolavoro assoluto. In Italia gli scrittori indimenticabili esistono. I modi di raccontare dello scrittore Gianfranco Calligarich lungamente sono destinati a sobbalzarci in testa. Quasi a ricordare che la Letteratura e la Scrittura ancora sono vissute radicalmente da certe autrici e, vedi il caso di specie, alcuni autori.

    sabato 6 agosto 2011

    Giorgio Fornoni “Ai confini del mondo” (Chiarelettere) il 9 agosto all'Oasi Tabor












    Per Spiagge d’autore e Presidio del libro di Nardò, nell’ambito della rassegna Onde di Luna del Comune di Nardò, per una lettura a a km 0 presentano Giorgio Fornoni “Ai confini del mondo” (Chiarelettere). Gli orrori del mondo visti con gli occhi di un reporter. Martedì 9 agosto 2011 ore 21.00 presso Oasi Tabor prov.le 177 Santa Caterina di Nardò (Le) Giorgio Fornoni, autore di “Ai confini del mondo” edito da Chiarelettere, dialogherà con Tonio Tondo (giornalista “La Gazzetta del Mezzogiorno”) e con il “lettore” a km 0 Massimo Albanese.

    Proseguono i fortunati appuntamenti dedicati all’incontro tra autori e lettori d’eccezione, giornalisti, scrittori, operatori culturali di alto livello in dialogo con gli scrittori, che si coniugano alla felice formula di una “lettura a km 0”, nella quale il contatto tra autore e lettore, non più fittizio, diviene un’occasione tangibile di scambio. La stagione estiva, a Nardò e nei luoghi deputati allo svago si trasforma così in motivo di riflessione e condivisione, nella creazione di un luogo comune per l’approfondimento delle urgenti tematiche legate alla nostra contemporaneità. Il “lettore a km 0” dell’incontro con Giorgio Fornoni sarà Massimo Albanese. Nelle ore in cui torna febbrilmente in auge sulle testate giornalistiche di tutta Italia il dibattito sulla condizione degli “esclusi” del mondo, dell’immigrazione e della condizione dei lavoratori immigrati, proprio nella nostra terra, il confronto con un reporter del calibro di Giorgio Fornoni diviene occasione importante, essendosi egli confrontato con analoghe situazioni in tutto il mondo.

    Giorgio Fornoni può essere definito, a tutto tondo, un reporter in prima linea. Le sue inchieste per Report e i suoi servizi dai teatri di guerra di tutto il mondo lo hanno trasformato, negli ultimi anni, nei nostri occhi e nelle nostre orecchie sugli scenari più caldi del pianeta. È grazie a reporter come Fornoni che abbiamo avuto la possibilità di conoscere a tu per tu i drammi e le condizioni della guerra nel nostro pianeta, dai più vicini a noi (Bosnia, ex-Jugoslavia), ai più remoti (Angola, Eritrea, Timor Est, Haiti, Cambogia, Mozambico, El Salvador, Sierra Leone, Sudan).

    Giorgio Fornoni, negli anni, ha avuto modo di confrontarsi non solo con la crudeltà della guerra, ma anche con le condizioni al limite, quelle della guerriglia Chiapas, del Nicaragua e del Vietnam, raccontando anche i traffici illegali della coca in Bolivia e nel Perù. Un reporter che è anche un viaggiatore, con un’esperienza e una capacità di comprensione umane, sensibile alle battaglie umanitarie. Leggere il suo “Ai confini del mondo” e visitare il suo sito (www.giorgiofornoni.com) ci restituiscono un vero e proprio spaccato di quella Storia recente di cui tutti abbiamo bisogno per entrare nel merito della conoscenza del nostro presente e comprendere appieno ciò che ci attende, dal mondo, nell’immediato futuro.

    GIORGIO FORNONI, nato ad Ardesio, è un giornalista italiano e reporter indipendente dal 1975. Durante la sua carriera ha intervistato anche il subcomandante Marcos, portavoce dell’EZLN, e i Nobel per la pace Rigoberta Menchù e Monsignor Carlos Filipe Ximenes Belo. Collabora con il programma Report su Rai 3 ed è stato sindaco di Ardesio.

    TONIO TONDO, giornalista della “Gazzetta del Mezzogiorno”, si occupa di cronaca e nel corso della sua carriera ha seguito diverse e importanti inchieste di carattere economico e giudiziario.

    MASSIMO ALBANESE, neretino, cura il blog http://www.polpievolpi.blogspot.com

    venerdì 5 agosto 2011

    "DIZIONARIO PER IL CAVALIERE SENZA ONORE" a cura di Gian Piero Bona (Edizioni Joker)












    A tutto vantaggio di questa nostra società popolata da cavalieri disarcionati, eroi senza sacrificio, navigatori in barile, poeti in affitto e santi dall’aldiquà, Gian Piero Bona propone con il Dizionario un sapido e agile manualetto, un ordinato e saggio repertorio di citazioni, norme, suggerimenti utili a chi volesse gettarsi nell’agone della vita pubblica, della società civile, della politica. Attingendo scritti di diverso tenore, e spesso assai poco noti, l’autore di questo prontuario fornisce, schedandola in criterio alfabetico, una ricca messe di spunti di riflessione per chi voglia fare dell’onestà, della generosità, dell’uguaglianza, del progresso, del bene comune la propria bandiera; ma anche per chi ne voglia fare una ragione di vita, un ingrediente irrinunciabile nel dare il proprio contributo al miglioramento della vita sociale. Il lettore vi troverà i tratti psicologici dell’uomo senza onore, del farabutto, del volgare profittatore, del parolaio senza scrupoli, e anche i sintomi della carità pelosa, del populismo becero e fasullo, del razzismo interessato, del delirio di onnipotenza, del narcisismo distruttivo (e autodistruttivo). Leggerà come da sempre l’uomo, scrivendo e pensando, mette in guardia se stesso da simili tranelli; ma si renderà anche conto di come, da sempre, se si illude che il compenso è buono, continui a donare ai “cavalieri senza onore” non solo il proprio cavallo, ma anche la sella della propria stessa dignità. (Sandro Montalto)

    mercoledì 3 agosto 2011

    Strange Things Happen. La mia vita con i Police, il polo e i pigmei di Stewart Copeland (Minimum Fax). Intervento di Stefano Donno













    Stewart Copeland è stato il batterista di un gruppo musicale entrato nella leggenda e che è a tutt’oggi rimasto nel cuore di migliaia di fans: parlo dei Police trittico rock degli anni Ottanta. Insieme a Sting e Andy Summers, hanno scalato le classifiche di tutto il mondo, hanno vinto di tutto, hanno suonato ovunque e registrando in ogni tappa il tutto esaurito. E Copeland questo successo non l’ha messo “sottovuoto”, non lo ha trasformato in qualcosa di museificato, anzi la sua carriera ha continuato a tutta birra, dalla scrittura di colonne sonore per pellicole hollywoodiane al suo intervento nella celeberrima Notte della Taranta a Melipignano (Lecce). Esperienze che vengono ora raccolte in questo splendido libro della Minimum Fax, che ci porta per mano a suon di ritmo e di tanta vita, sino all’immenso reunion tour che fra il 2007 e il 2008 ha fatto tornare sotto i riflettori i Police a oltre vent’anni di distanza. Un libro che non è solo la descrizione fenomenologica e meramente cronachistica della carriera di Stewart Copeland, ma è anche uno splendido spaccato della vita di un uomo dal suo passato in Libano, figlio di un agente della CIA sotto copertura, sino alle sue escursioni documentaristiche tra i pigmei del Congo. Ora perché dovrei consigliare un libro come questo? Semplice … perché l’insieme è semplicemente straordinario.

    Trad. di Michele Piumini

    martedì 2 agosto 2011

    Cucina interiore di Mino Pica (Lupo editore)












    Tra obblighi e scadenze, rituali sociali e abitudini, ritmi frenetici e conformismo imperante, davvero poco è il tempo che rimane per guardarsi dentro, per far respirare sentimenti e sogni e abbandonarsi a squarci di autenticità. E così si finisce col soffrire di una sorta di asfissia dell’anima, quel malessere tutto contemporaneo che sarebbe bello poter risolvere ricorrendo al kit di medicinali di pronto soccorso… o lasciandosi andare a vizi più o meno innocui. A volte però scambiamo per malanno quella che è solo l’urgenza di sentire, di aprire la mente, nutrire lo spirito: col ricordo, con la fantasia, con l’evasione, aprendosi al vento delle emozioni e del cambiamento che bussa con prepotenza a porte che abbiamo chiuso per convenzione. A mezza strada tra indicazione terapeutica e ricettario, l’originale visione critica “mal-ironica” proposta da Mino Pica è un manuale di cucina interiore, un Menù di “momenti” con sottofondo musicale in cui autorizzarsi alla libertà di essere come si è, capaci di paure ma anche di contestazione, di dubbi ma anche di affermazione, di sconforto ma anche di speranza. Con una bella quota di poesia, quando serve: apparecchiate una tavola in tinta con il vostro umore, sulla destra posate un lettore musicale, “si può abbondare con gli antipasti e finire con un dolce o scegliere diversamente. L’importante è lasciarsi andare e viaggiare con la mente, confortarla ascoltando le proprie emozioni”.

    MINO PICA - Nasce a Brindisi nel 1982. Nel 2005 si laurea in scienze della comunicazione e nel 2008 entra nell’ordine dei giornalisti pubblicisti. Collabora con il «Nuovo Quotidiano di Puglia» e con Puglia Tv. Nel 2008 pubblica il suo primo romanzo di narrativa, L’attesa dell’attesa. Colleziona diverse collaborazioni con giornali, riviste e tv, nel filo di un legame col giornalismo nato già nel 1995, in radio. Ascolta la musica a 360 gradi, da Ludovico Einaudi agli Slipknot e, oltre a sostenere le attività di diverse associazioni culturali, ha contribuito alla realizzazione di contest musicali per band di un territorio a cui è profondamente legato. Mal digerisce la superficialità, i luoghi comuni e le ferme convinzioni. Ama il silenzio, la semplicità e lo spazio ed il tempo dedicato ai sensi.

    lunedì 1 agosto 2011

    Gli occhi eroici di Alessandra Cenni (Mursia). Intervento di Stefano Donno












    «Ci muovevamo in una immensa campana di vetro abbagliante, la vicendevole iniziazione ci dava chiari occhi eroici. Imparai, amore, che il tuo mistero non è nella legge che perpetua le speci. Più alto, indifferente, estatico.» (Sibilla Aleramo)

    Non me lo sono chiesto mai (perché certe tematiche e certe pubblicazioni non mi sono capitate tra le mani), ma dopo aver letto il libro di Alessandra Cenni edito da Mursia dal titolo “Gli occhi eroici”, ecco che una domanda si insinua (e nemmeno in maniera tanto subdola) prepotentemente nella mia testa: la ex di D’Annunzio, la splendida e pulcherrima Eleonora Duse e l’immensa Sibilla Aleramo, erano legate da qualcosa di più che una semplice corresponsione di sentire estetico? La risposta è certamente positiva, e soprattutto riguarda la geometria sessuale ed erotica ed amorosa e di vita che si configura in un triangolo saffico con un’amante che unisce tre donne con lunghi fiumi d’inchiostro. Già perchè quello che l’autrice di questo libro ci presenta è uno splendido epistolario dove tre destini di donne si agitano tra i mari tempestosi di un secolo (quello breve) in bilico tra il sublime e l’orrore, di un amore che lascia sul campo molti feriti (talvolta moribondi) indipendentemente dalle inclinazioni sessuali, di credo, di ceto, e di razza. Ed elegantissima appare la parola che la Cenni regala ai lettori, che travolge e solletica, mai in maniera pruriginosa. Siamo dunque nel 1908, a Roma, al primo Congresso delle Donne Italiane. Sibilla Aleramo, scrittrice di fama grazie al suo “Una donna”, incontra Cordula (Lina) Poletti, spregiudicata quanto eccentrica studentessa ravennate. Esplode un’ incredibile passione d'amore che termina però quando Lina conosce Eleonora Duse, che aiuterà in un momento di tormentato abbandono, a ritornare sotto i riflettori della ribalta.

    Alessandra Cenni, docente di Letteratura Italiana, svolge attività di ricerca all'Università di Roma Tor Vergata. Ha curato l'opera completa di Antonia Pozzi oltre alla biografia della poetessa, In riva alla vita (2002). Ha pubblicato Cercando Emily Dickinson (1998), C'era una volta «I Lombardi» (1999) e raccolte di poesie interpretate in forma di performance: Silhouettes. L'Altra Poesia (1994), Le tuffatrici (1997), Cosmonautiche (2002) e Corpi celesti (2010).

    sabato 30 luglio 2011

    Ricadute esistenziali delle contingenze narrative di Antonio Pagliara (Lupo editore)












    Dal curriculum di Ciccio Spina – habitué del bar Sguario e amico dell’insostituibile Marco Cazzafitta – alla sofisticata arte salentina dell’inzuppare il biscotto, dall’aneddoto all’antropologia, dalle divagazioni filosofiche tra “chiocciole intelligenti” ai polli londinesi, fino alle prose di viaggio (Iran, Colombia, Turchia), è una fantasmagoria di storie, leggende e incontri con varia umanità.
    Le diverse anime di questi racconti sembrano obbedire alla bizzarria del caso e produrre la meraviglia di un incastro caleidoscopico, inseguendo per esili richiami una loro missione di scoperta. E se il severo giudizio del “Professore” ha piombato lo scrittore nel dubbio, resta pur sempre vero che l’accusa di qualunquismo nasce da un eccesso di sambuca, e che in fondo l’esistenza è fatta di contingenze…
    Sta al lettore raccogliere la sfida e decidere che fare di queste ricadute: se ridere o sorridere, pensare, incantarsi, o semplicemente godersele.

    Antonio Pagliara - E’ un docente mitomane di trenta e passa anni. Laureato in lettere, ha lavorato in Colombia e Iran, ora vive a Istanbul. Il suo precedente romanzo s’intitola drammaticamente Schioma.

    venerdì 29 luglio 2011

    IM(MODESTI) CONSIGLI DI VIAGGIO

    MEMO - Grandi Magazzini Culturali dedica
    la cover story del numero estivo al viaggio e ai viaggiatori

    All’interno di un festival letterario, all’insegna del nomadismo forzato e del sempre connesso, nei luoghi silenziosi del FAI, alla scoperta dei trend del turismo, tra le dieci righe di un libro, con un lapis, un taccuino e qualcosa da disegnare, con le regole giuste imparate da chi il viaggio lo insegna, camminando a piedi senza bucare il cielo, muovendosi nei reami dell’immaginazione, cercando Alice nel Paese delle Meraviglie, osservando fotografie scomposte ricomposte come in un puzzle, in compagnia di Hugo Pratt e Corto Maltese, ridendo della giusta distanza tra le parole e le immagini di un calembour, finendo talvolta dentro un baule firmato Louis Vuitton. [...]
    Paolo Marcesini

    Nel quarto numero di MEMO:

    FERNANDO ACITELLI • EMILY ALLCHURCH ARCUS • PAOLA BARATTA • STEFANO BARTEZZAGHI • LUCA BEATRICE • ANDREA BEGNINI • LUISA BOCCHIETTO • SIMONETTA CAPECCHI • EDDY CATTANEO • CINZIA COMPALATI FAI • SYLVIE FORESTIER • MARCO FRANCIOLLI • MARIO GEROSA • GIACOMO LOPRIENO • MARCO MAGNIFICO
    SARA MAGRO • CORTO MALTESE • ALBERTO MANGUEL • PAOLO MARCESINI • JAVIER MARISCAL • JOAN MIRÓ • FABRICE MOIREAU • ROBERTO MUTTI • VINCENZO NISIVOCCIA • STEFANO PESARELLI • ANTONIO POLITANO
    HUGO PRATT • PATRIZIA PUGGIONI • CLAUDIA ROSATI • MATTHIAS SCHALLER • BARBARA SCHIAFFINO • ALESSANDRA MARIA SETTE • FONDAZIONE SYMBOLA • CLAUDIA TANI • JOHAN THÖRNQVIST • URBAN SKETCHER • PEP VENTOSA • CLAUDIO VISENTIN.
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    Se c’è qualcuno tra i tanti lettori che non conosce l’arte di amare mi legga, poi potrà amare con stile. Per arte le navi veloci corrono a vela e coi remi, per arte i cocchi leggeri, per arte va amministrato l’Amore... Questo amore è selvaggio, spesso mi si ribella, ma è fanciullo ancor tenero, facile da guidarsi.

    Con queste parole di Publio Ovidio Nasone, “L’arte di amare”, diamo inizio ad un emozionante viaggio dentro le pagine dei libri. 10 sono le tappe, e 10 sono le righe che citeremo per ciascun libro.

    Qui potete leggere l'articolo Viaggiando tra le righe dei libri.





    mercoledì 27 luglio 2011

    Cuore nero, Amabile Giusti, Dalai editore


    da pagina 30
    [...]Voltandosi, però, vide solo la strada invasa dalla nebbia che veleggiava a banchi, con poche macchine parcheggiate ai lati, e le case grigie,
    tra le quali si insinuava la foschia. Nel silenzio, rimbombava un lontano rumore di passi. Da dove provenivano? L’eco li faceva disperdere, sembrava giungessero da qualsiasi punto della via. Strizzando
    gli occhi le parve di scorgere, in lontananza, delle sagome umane che
    si muovevano nella sua direzione, a scatti, ora camminando ora fermandosi. Teo si mise a ringhiare tirando il guinzaglio. Giulia, suo
    malgrado, avvertì una fitta d’ansia. Adesso riusciva a distinguere due
    persone. La nebbia confondeva ancora i loro profili, eppure sembrava che… una delle due stesse mordendo l’altra sul collo.
    Che cavolata! Come mi viene in mente una cosa del genere?
    pensò ridacchiando in modo nervoso. [...]

    A diciassette anni ci si può imbattere nel vero amore? È ciò che si chiede Giulia quando quel sentimento irrompe nella sua vita. Prima di allora era una ragazza indipendente, segnata dal burrascoso divorzio dei genitori, con una visione tutt’altro che romantica dei rapporti sentimentali.
    Finché non si prende una cotta tremenda per Max, un compagno di scuola, e la sua razionalità inizia a vacillare. Lei, di solito brillante e decisa, si sente stupida e confusa. Eppure lui è fin troppo pieno di sé, non il suo tipo, anche se è terribilmente attraente, e Giulia fa di tutto per reprimere le proprie emozioni e dimenticare la loro breve, insignificante storia.
    Una sera, mentre porta a passeggio il cane, incontra Victor, un ragazzo dall’accento francese che, sbucato dal nulla, le dice di essersi trasferito a Palmi da poco con la madre e la sorella. Biondi e pallidissimi, i tre sembrano avvolti da un mistero: escono solo di notte e abitano nella Villa dell’Agave, una vecchia casa dalla fama sinistra.
    Da quel momento, inaspettatamente, Max ricomincia a corteggiarla, e non solo: fa di tutto per metterla in guardia da Victor, come se sapesse qualcosa sul suo conto che non può rivelarle. Come mai i due si conoscono? Perché si detestano? Cosa nascondono entrambi?
    Trascinata da una passione irrefrenabile, Giulia piomberà in un mondo che credeva relegato alla leggenda e alla fantasia, un mondo abitato da esseri misteriosi assetati di sangue, che attraversano i secoli lottando per sopravvivere. E scoprirà che amare un vampiro è una dannazione, un desiderio proibito, ma sceglierà di correre il rischio a qualunque costo. Anche se sa di essere una preda. Perché se vivere con lui è difficile, vivere senza di lui è impossibile.




    Amabile Giusti è nata in Calabria ed è lì che vive ancor oggi: proprio sulla punta dello stivale, fra il mare e la montagna, vicino a una distesa di verde che, vista dall’alto, sembra la sagoma di un cavalluccio marino.
    Ha frequentato il liceo classico e si è laureata in Giurisprudenza.

    Malafede di Maurizio Cotrona (Lantana editore). Intervento di Stefano Donno





















    Malafede. Luogo strano, per utilizzare un eufemismo. Malafede è un quartiere costruito da Caltagirone che si trova tra Roma e Ostia. Giordano (che lavora in un Ministero) e Vittoria da Taranto, si trasferiscono proprio lì dove un alone “onto/fenomenico” di simil-plastica fa sembrare che tutto ciò che una coppia può desiderare stia lì, proprio lì e da nessuna altra parte al mondo. Ogni cosa è al suo posto dai praticelli, ai vicini che addirittura non rompono i coglioni. A Malafede Giordano calibra la sua esistenza su ritmi ed equilibri che farebbero impallidire le monomanie ossessive di un detective Monk. Giordano è un personaggio diviso profondamente tra una vita che non sente più sua, un matrimonio rattoppato alla meno peggio e la nostalgia della sua Taranto, dove il padre è rimasto vedovo e pensionato. Conosco Maurizio Cotrona, di chiara fama, sia come scrittore che blogger, e devo dire che non ha mai deluso le mie aspettative, mai! E’ un autore su cui punterei molto già da ora, e che sia poi pugliese, (che va tanto di moda) me ne importa poco. Malafede è un lavoro che si struttura per un meccanismo narrativo da alta “orologeria svizzera”. Dai silenzi alle diverse gradazioni emozionali dei personaggi che si agitano tra le pagine di questo lavoro, Cotrona riesce a farci capire come la felicità sia soprattutto una questione di elasticità e flessibilità che permette a ciascuno di noi di sopravvivere anche in forte carenza di ossigeno. A mio avviso c’è molto del celeberrimo “Il Fu Mattia Pascal” dell’immenso Pirandello in Malafede (opera pubblicata dall’eccellente Lantana editrice), perché Giordano nel recitare la sua parte di coniuge premuroso e ossequioso, indefesso lavoratore, falsamente risolto, gioca con il Destino un gioco sporco, che invece gli presenterà un conto forse troppo salato! Assolutamente da leggere!!!

    martedì 26 luglio 2011

    Ghost di Richard Mateson (Fanucci). Intervento di Stefano Donno












    Long Beach dista poco da New York. D’estate si trasforma in un carnaio di gente, quasi invivibile, pieno di gente di ogni risma, cultura, razza e maleducazione. D’inverno si nutre di abbandono e silenzi agghiaccianti, insomma un luogo perfetto dove impazzire. Ma alla fin fine qualcuno spostato di testa incrocia luoghi e destini: in un inverno gelido e malevolo, David ed Ellen, una matura coppia di coniugi, si rifugiano a Long Beach sperando di ricucire il loro rapporto incrinato da anni. Ma ahimè a metterci lo zampino in questo momento così delicato è Marianna. Di lei non si sa da dove viene e che cosa vuole da David. Da qui comincia il salto nella foliia architettato da Richard Mateson che crea un romanzo che terrà i lettori inchiodati in un crescendo di tensione e mistero.

    “Giunsero alla villetta poco dopo le quattro di quel pomeriggio. David parcheggiò la macchina sul davanti e lui ed Ellen rimasero seduti in silenzio a fissare le assicelle di legno sbiadito che rivestivano le pareti esterne, gli infissi piegati e rugginosi e le finestre con un dito di sporco sopra. Alla fine David disse: «Chissà se Roderick e Madeline Usher ci stanno aspettando.». Ellen rispose con un debole rumore: se fosse di divertimento, o di dolore, o di entrambi, David non riuscì a capirlo. Si girò verso di lei e le sorrise per confortarla. «Vuoi provare un altro posto?» le chiese. Lei lo guardò sorpresa. «Ma l’agente immobiliare ci ha detto che non ci sono altri posti.». «Non qui, no.». L’espressione di lei si incupì. «Non a Logan Beach?». «Voglio dire...» David fece un gesto vago. «Piuttosto che stare qui dove non ti senti a tuo agio.» Riuscì a rivolgerle un altro sorriso. «Sarebbe solo per la notte» aggiunse. «Di giorno staremmo qui.». Ellen annuì distrattamente e tornò a fissare la villetta. Non era possibile alloggiare lì, si rese conto David, se non altro perché faceva troppo freddo. Si piegò all’indietro, lasciò cadere le mani dal volante e si voltò verso il sordo brontolio della risacca. Strano che quel posto fosse sopravvissuto e l’altro no: era ugualmente vicino all’acqua. «Peccato che l’altra villetta sia andata distrutta» disse. «Già, proprio un peccato» replicò lei con calma. David la guardò nel tentativo di interpretare la sua espressione. C’era dolore, certo, e sgomento. C’era anche rassegnazione? Allungò una mano e strinse quelle di lei, chiuse in grembo. «Non sto cercando di cambiare il piano» disse. «È solo che... be’, abbiamo fatto un bel po’ di strada, e sarebbe brutto stare in un posto che ci fa venire la depressione.». Lei lo studiò, preoccupata. «Dove potremmo andare?». «Oh...» David alzò le spalle. «Sono sicuro che ci sono un bel po’ di posti lungo il Sound. Potremmo...». Si interruppe quando Ellen scosse vigorosamente la testa. «No» disse. «Sono certa che questo andrà benissimo. Non abbiamo nemmeno controllato dentro e già lo condanniamo.». Sorrise. «Su, andiamo a dare un’occhiata.». «Sei sicura?». «Sono sicura.» Ellen aprì lo sportello dal suo lato e scese. David fece lo stesso e rimase in piedi, sentendosi le gambe ancora addormentate. Si stiracchiò e poi rabbrividì quando il vento gelido gli passò sotto la giacca. Mentre si avvicinavano alla parte posteriore della villetta, David notò una fila di alte finestre al secondo piano. «Quello deve essere lo studio» disse. Ellen alzò gli occhi verso le finestre coperte da pesanti tende. «Da lì deve esserci una vista magnifica» disse David, scosso da brividi interrotti. «Cavolo se fa freddo!». «Lo so.». Qualcosa nel suo tono – di sconfitta, di sconforto – lo costrinse a guardarla. Lei se ne accorse e fece uno sforzo per sorridere.

    lunedì 25 luglio 2011

    CADENZE EVITATE - Versi in cinque movimenti. Poesie di Luca Soldati (LaRecherche.it). Prefazione di Irene Ferrari












    Anime liberate, / corpi cristallini, / poi sul parquet / d’un tempo / immobile / nella sala d’ambra / danzare un bislacco / valzer in due quarti…

    L’impianto di questa opera prima di Soldati appare evidente sin dal titolo derivato dal linguaggio musicale. Una Cadenza evitata è una formula armonico-melodica che prevede una modulazione tra due tonalità che crea una sonorità imprevedibile ed una forte sensazione di movimento alla ricerca di una risoluzione conclusiva. L’obiettivo perseguito ossessivamente dall’autore, pertanto, è quello di evitare risposte di senso; come si evince dall’ultimo distico della poesia Naufragi posta a chiosa della raccolta: «non un approdo sicuro / sono i miei versi, leviamo l’ancora!». Il finale aperto con cui il poeta lascia il lettore sta a sottolineare il rifiuto di qualsivoglia visione teleologica: la verità – soprattutto la “Verità ultima” – non esiste! Ognuno si riconoscerà nell’ «apolide» per il quale meta e partenza coincidono e i versi rappresentano i remi di cui far «ali» per intraprendere il «folle volo».

    L’intera silloge è strutturata come una sinfonia scandita in cinque movimenti Vorspiel, Burleske, Intermezzo, Langsam Sehr Trotzig e Das trunkene Lied. […]. (Dalla prefazione di Irene Ferrari)

    Luca Soldati. «Ipse cioè io: mi è difficile definirlo, giacché, nonostante l’età, continua a mutarsi nel tentativo di non prestarsi a classificazioni. È perfino capace di non riconoscersi in un ritratto o di rifiutare di identificarsi in qualsivoglia abbozzo di frase. Ci sono comunque i dati anagrafici, che accetta in quanto non li può smentire[1]». Dunque fu nato un due d’Agosto di trentasei anni fa. Inizia lo studio del violino all’età di sette anni sotto la guida del nonno paterno, successivamente frequenta le lezioni di diversi maestri tra i quali il vincitore del Premio Paganini dell’edizione 1980 N. Tudor. Dal 1989 al 1992 fa parte di un complesso cameristico, I Solisti della Sinfonica Apuana, dove ha la possibilità di suonare con noti concertisti tra i quali Cristiano Rossi. Abbandona gli studi regolari dello strumento alle soglie del compimento dell’ottavo anno. Dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla Facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Pisa. Collabora al mensile di politica cultura e ambiente Trentadue. Vive «dove ronca lo carrarese» che «ebbe tra ‘ bianchi marmi la spelonca / per sua dimora». Cadenze evitate è la sua opera prima.

    [1] Cfr. Algior Lucifer Nota dell’autore in Algior Lucifer Perestroia, Milano 1994 Editrice Nuovi Autori

    sabato 23 luglio 2011

    Barack Obush, di Giulietto Chiesa con Pino Cabras (Ponte alle Grazie). Intervento di Nunzio Festa





















    L’inchiesta di Chiesa realizzata con Cabras, non a caso entrambi di www.megachip.info e d’altri soggetti diventati attivi nella lotta realmente politica, fa luce su una serie di giganti mistificazioni, mastodontiche bugie, prepotenti falsità che il Potere, quello rappresentato da Obama in primis, consegna alle nostre vite normali. Però, innanzitutto, occorre rivedere il presente. Per sapere che i tre pilastri dell’Impero, spiegano Giuletto Chiesa e Cabras sono: Usa, Israele, Arabia Saudita. Perché queste forze sono unica forza. Corroborata, giorno per giorno, da fiumi d’armi e di petrolio. Quelle piccolezze che fanno la geopolitica. O quelle piccole cose, i mondi piccini e tutt’altro che paralleli, quanto in verità cuore della finanza mondiale, in virtù della cui tutela si decide d’inventare guerre e la necessità della guerra e che i diritti umani sono di stampo e marchio diverso da nazione a nazione. L’Arabia Saudita, ricordiamo, è fra i principali possessori di titoli di credito dell’America di Obama. Quindi il declino economico degli States passa anche da queste lande di regnanti ovviamente più che antidemocratici, soppressori delle libertà individuali e collettive del loro popolo e/o dei loro popoli. Innanzitutto, comunque, passando per l’Israele applauditissimo e sempre nel Congresso, dunque voglia o non voglia Barack Obama con le sue idee in ormai avvenuto stato di trasformazione radicale, il Vendicatore Obama ha progettato e scritto e realizzato insieme al suo team naturalmente agguerrito, la finta morte di Osama bin Laden. E Chiesa spiega, allo stesso tempo, come comunque non avrebbe avuto diritto d’ammazzare nessuno. L’autore dell’inchiesta lo fa, persino, servendosi – oltre che delle stesse smentite del Governo yankee – di pareri d’illustri rappresentanti e conoscitori del mondo. Certamente non comunisti. Il libro di Giulietto Chiesa smentisce le tante stronzate serviteci dal mainstream. Facendo capire come AlQa’ida sia altra cosa rispetto al soggetto da film di Bond presentatoci dall’Obama degno successore, anzi miglior successore per il punto di vista nordamericano, di Bush. Spenti, come si dice, i riflettori di tv e giornali passa-comunicati, le lampadine di Chiesa e Cabras rivedono le questioni trattate. L’opera mette in evidenza come gli Usa siano ‘l’Impero in declino’, anzi “un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle”. Al costo di bruciare il resto del mondo, pur di garantire il famoso stile di vita di cui sappiamo. Il fatto è che non solamente ai ciccioni degli Stati di Obush si dicono una serie spropositata di puttanate che in pochi smascherano. Il terrorismo e l’antiterrorismo del nuovo Vendicatore degli Usa, le sue guerre attuali e le prossime in progetto, checché ne dicano gli analisti e i passa-notiziacce assoldati sempre assoldati dal potere o certe volte platealmente ignoranti e superficiali, sono minaccia per tutte e tutti. Gli argomenti esposti nel volume sono davvero tanti. Troppi da sintetizzare. Ma senza dubbio capirete, molto facilmente, che massa di falso è garantita al mondo intero. Inoltre, nel testo è accennato a un possibile quadro futuro, rileggendo le potenzialità, anche, d’Europa e Cina.

    venerdì 22 luglio 2011

    L'ombra del Destino di Ettore Maggi e Daniele Cambiaso

    L'ombra del Destino
    Daniele Cambioso, Ettore Maggi
    Rusconi libri
    pag. 288
    €.12,90
     
    L’ombra del destino è, nella sua essenza, il libro che si legge tutto di un fiato. Parlo di essenza perché il fascino di questo romanzo, il suo avvincerci fino all’ultima parola, non risiede solo, e principalmente, nel dispiego di una tecnica retorica ben congegnata.
       Certo, leggiamo questa storia con l’ansia di vedere come finisce, presi dalle sue vicende come in un’allucinazione, in virtù di una ragionabile serie di strumenti diegetici adoperati con immodesta maestria.
       L’ombra del destino, possiamo congetturare subito, ci cattura grazie alle strategie messe in atto dal genere letterario in cui si iscrive ottimamente: la spy story. Il romanzo ci fa vivere l’avventura (anzi, ci fa vivere nel destino) di Stefano e Giulio che, giovani studenti, (siamo negli anni Settanta) vengono arrestati per una loro presunta appartenenza alle brigate rosse. Viene loro offerta la possibilità di non subire i danni di un simile sospetto: devono accettare di essere coartati al servizio delle forze dell’ordine. Sedici anni dopo, nel 1995, sullo sfondo di una complicata trama che unisce i quadri del neofascismo a quelli dei servizi segreti italiani e delle diverse forze militari e politiche in lotta nella dilaniata Jugoslavia, la loro scelta forzata (una scelta del destino) conosce il suo tragico esito finale. Una spy story delle migliori, dunque, ma anche (dal momento che la storia dei generi letterari è una storia di lotte e invasioni), un notevole western. Ma fin d’ora si potrebbe dire qualcosa di più: il libro parla di destino, della sua necessaria struttura ontologica; del fatto che si presenta all’uomo sempre come nemesi. Questo riconduce inevitabilmente il romanzo all’epica e alla tragedia classica.
        Ancora: questa storia ci attrae perché ci parla da vicino. Niente come la narrazione storica, o dei grandi personaggi del passato, ammalia la nostra fantasia. Il passato, potremmo dire, è la lingua dell’anima. In questo romanzo la storia, quella nostra, e quella recente, ci si offre come fatta della migliore materia del sogno. Dovrei dire dell’incubo. E così il lettore può godere con estasiato terrore dell’esibizione dei fatti più o meno occulti che determinano la sua realtà quotidiana. Uno spettacolo, c’è da crederlo, che non lascia indifferenti.
       Infine, (ultimo non per importanza) il lettore che si incatena a queste vicende è certamente vittima di una speciale capacità mimetica nella resa delle scene e dei personaggi. Personaggi conosciuti per mezzo di un vischioso intreccio di analisi psicologica (sappiamo tutto di loro: storia, pensieri, rapporti famigliari) e di rivelazione mitologica (gli autori ce la danno sfacciatamente: una cavaliere senza macchia e senza paura è Giulio; Stefano è l’eroe imperfetto: un re Artù e un sir Galvano, per intenderci). Una vera e propria invasione della fantasia che impone al lettore un’identificazione totale.
       Bene, questi tre elementi (la perfetta esecuzione di un romanzo d’avventura, quella di un racconto storico, e la disanima impeccabile di due personaggi umani) cadrebbero nel vuoto se a sostenerli non fosse la struttura ontologica, filosofica del dettato narrativo.
       In altri termini, lo spettacolo davanti al quale ci mettono, senza possibilità di riparo, gli autori è quello della configurazione del cosmo.
       È come nei film di Hitchcock: possiamo vederli e rivederli in continuazione non perché siano ottimi gialli, ma perché scoprono trame gnostiche, vedantiche. Allo stesso modo, possiamo leggere e rileggere L’ombra del destino perché ci rivela il mondo dal punto di vista del nostro destino individuale; ci rivela come il nostro destino individuale sia soggetto a un meccanismo tanto complesso quanto fatale in cui la necessità e il caso giocano di sponda (giocano con noi di sponda) per il mantenimento del meccanismo medesimo. È la stessa allucinante teologia che godiamo nell’improbabile Arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon. Il meccanismo qui rappresentato nella versione pecoreccia, dadaista caligoliana del potere così come è concepito nel nostro bel paese, dove l’esercizio esornativo del potere è perentoriamente un esercizio contro qualcuno; è un gioca al rincaro con il caso e l’arbitrio; una negazione della civiltà esaltata a criterio civile o, meglio, a intrattenimento di corte.
        Ogni italiano può essere l’oggetto (lo zimbello) di questo intrattenimento, come Stefano e Giulio. Per questo leggiamo la loro storia con il fiato sospeso.
    Pier Paolo Di Mino

    giovedì 21 luglio 2011

    Sindrome giapponese. La catastrofe nucleare da Chernobyl a Fukushima, Alessandro Tessari (cur.) edito da Mimesis Edizioni












    Come si è inserito il nucleare in Italia? Non solo grazie alla sistematica disinformazione e alla manipolazione di dati tecnico-scientifici, ma anche grazie all’assoluta mancanza di un progetto e ad un risvolto clandestino e malavitoso. (Il primo capitolo è UNA FAVOLA NUCLEARE, cronistoria parlamentare della legge 10 gennaio 1983, n. 8.). La tragedia di Fukushima ci pone ancora una volta di fronte al devastante potere distruttivo delle tecnologie nucleari. Anche quando l’intento è pacifico, e nonostante le possibili misure di sicurezza, l’impatto di una centrale nucleare in avaria sul territorio e sulle popolazioni è tale da pregiudicare la vita stessa per migliaia di anni. Ovviamente, gli enormi interessi economici in gioco hanno avuto il potere di tacitare i rischi e di evidenziare risultati spesso solo ipotetici. Scienziati interessati, politici assoldati e divulgatori a pagamento, hanno a lungo fornito – anche in Italia – l’immagine illusoria di un’energia pulita, sicura e a basso costo, alternativa al petrolio e al carbone. Ora la realtà della catastrofe fornisce un’altra dimostrazione di come la tecnologia non sia “neutrale” e una fonte energetica creata come arma di distruzione di massa non possa magicamente riciclarsi per usi pacifici senza perdere la sua pericolosità intrinseca. Anche la proverbiale saggezza giapponese rivela un inquietante risvolto: l’atavico istinto di sottomissione ai poteri costituiti e un pericoloso fatalismo. Il mescolarsi proficuo di tradizione e innovazione trova i suoi limiti nella mancanza di senso critico e nel conformismo. Eppure proprio un disastro nucleare (Hiroshima e Nagasaki) aveva segnato la data di inizio del Giappone contemporaneo. Fukushima segna nuovamente un punto di svolta. Una nuova consapevolezza del volto osceno del potere, per quanto tardiva, offre una speranza nell’ora del pericolo estremo.

    Interventi di: Alessandro Tessari, Hiroki Azuma, Kojin Karatani, Roberto Terrosi, Florian Coulmas, Marcello Ghilardi, Francesco Paparella.

    Alessandro Tessari, docente universitario, già deputato e poi senatore della Repubblica, prima nel PCI, poi coi Radicali, ha fin dagli inizi combattuto la battaglia contro il nucleare. è stato uno tra i più importanti promotori del referendum che nel 1987, dopo la tragedia di Chernobyl, ha abrogato il nucleare in Italia.