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Notizie su Libri e Festival Letterari

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    domenica 8 giugno 2025

    INNUE di Joséphine Bacon (InternoPoesia)

     Interno Poesia porta in libreria la prima traduzione italiana delle poesie di Joséphine Bacon, la più amata tra le poete del Québec. Dalle poesie d’esordio fino alle più recenti, Innue è un itinerario antologico che rivela i tanti aspetti della poetica e dello stile luminoso della poetessa quebecchese. Una poesia incarnata, vissuta come passione e militanza nei confronti di una memoria da salvare: quella delle narrazioni e del sentire di questa Prima Nazione, portate entrambe dalla lingua innu. Joséphine Bacon scrive le sue poesie in una lingua che contiene la bellezza dell’oralità, autotraducendosi in un francese la cui leggerezza si lascia respirare. Scoprire i suoi scritti significa aprirsi a una vita di parole vaganti, che vengono a noi dal repertorio lessicale della lingua parlata. La forma si costruisce su quei temi che ritraggono la tradizione del nomadismo e ci raccontano dei cammini attraverso la tundra canadese. Il territorio non è solo luogo che contiene ma un’entità esso stesso, che vive negli elementi che lo abitano, costituendosi come paesaggio interiore. In questi attraversamenti, esistenziali e letterari, troviamo una voce che prende la parola nel suo rapporto con gli altri e le cose: il mondo dentro di sé si relaziona con quello esterno, entrambi in continuo mutamento. L’impermanenza apre al riconoscimento e alla ricognizione dell’eterno flusso della vita. Questa esplorazione ci parla insieme del nostro tempo, dimentico della relazione col vivente e con la memoria, e di quello di una donna che – guidata dalla voce degli antenati – è alla continua ricerca di un territorio che fugge.

    L’autrice
    Joséphine Bacon è una poeta innu di Pessamit (Québec), nata nel 1947. Considerata una delle principali autrici canadesi, è traduttrice e interprete della voce della Prima Nazione Innu – capace di fare riecheggiare la parola degli antenati, figlia della tradizione orale. C’è qualcosa di meraviglioso nell’uso di questa lingua e nella condivisione di questa tradizione orale millenaria, capace di far risuonare l’eco dei grandi spazi e il passo delle famiglie nomadi che hanno attraversato la tundra canadese. Nei versi essenziali di Joséphine Bacon l’orizzonte diventa una presenza confortante e, Nutshimit (la terra degli antenati) una casa aperta. La foresta boreale accoglie il cammino e i corsi d’acque guidano, attraverso un rincorrersi di tracce in cui i bagliori delle aurore boreali danzano al ritmo dei tamburi. Presso la casa editrice Mémoire d’encrier pubblica nel 2009 la sua prima raccolta, intitolata Bâtons à message – Tshissinuatshitakana seguita da Un thé dans la toundra – Nipishapui nete mushuat (2013, finalista al Governor General’s Award e finalista al Grand Prix du livre de Montréal) e Uiesh – Quelque part nel 2018. Recentissima è la raccolta Kau Minuat – Une fois de plus, pubblicato nel 2023, opera in cui Joséphine Bacon rinnova la sua relazione con il vivente, secondo una meditazione sul tempo e sul silenzio. Nel 2023 Joséphine Bacon ha ricevuto il prestigioso Molson Prize dal Canada Council for the Arts, per il suo inestimabile contributo.

     

    Non ho un’andatura felina
    Ho la schiena delle antenate
    Le gambe arcuate
    Di quelle che hanno portagé
    Di quelle che hanno partorito
    Camminando

     



    Rinascimento anacronico di Alexander Nagel , Christopher S. Wood e Stefano Chiodi (Curatore) (Quodlibet)

    Rinascimento anacronico propone una sorprendente rilettura di una stagione fondamentale della cultura europea e una nuova concezione della storicità delle opere d’arte. Definire un’opera «anacronica» significa in effetti, scrivono Alexander Nagel e Christopher S. Wood, dire ciò che essa fa «quando ripete, quando esita, quando ricorda, ma anche quando progetta un futuro o un ideale», eccedendo il «mondo della vita» che l’ha generata. Le architetture di Leon Battista Alberti e Bramante, i dipinti di Guido da Siena, Jan van Eyck e Vittore Carpaccio, le sculture di Michelangelo o gli affreschi della Stanza della Segnatura, così come le icone, i disegni, le stampe, i mosaici, le medaglie esaminate da Nagel e Wood, fanno emergere interrogativi imprevisti circa la loro autenticità, riferimenti a precedenti prestigiosi, così come gli effetti della trasposizione da un medium a un altro. Le icone bizantine considerate come antichità paleocristiane, le immagini non create da mano umana, le spoliazioni e le citazioni, i diversi approcci al restauro, le leggende sugli edifici, i falsi e i pastiches si rivelano in questo modo altrettante componenti di una originale e più esauriente visione dell’arte rinascimentale. Se è vero che un’opera d’arte testimonia il momento della sua realizzazione, Nagel e Wood dimostrano che è altrettanto determinante comprenderne la costitutiva instabilità temporale e i modi con cui essa rimanda a remote origini ancestrali, a un artefatto o a un’immagine anteriore, o persino a un’origine divina posta fuori dal tempo. Rinascimento anacronico cerca di estrarre dalle opere d’arte una temporalità in strutturale disallineamento con la disciplina della storia dell’arte, «verso una cronotopologia della creazione artistica». Se l’opera, come scrivono gli autori, è un messaggio i cui mittenti e destinatari sono in costante spostamento, l’arte è la possibilità di un indispensabile colloquio attraverso il tempo



    Il fiume infinito. Storie dal regno del Reno di Mathijs Deen (Iperborea)

    Tra geologia e immaginazione, storia e mito, un viaggio sulle sponde del Reno per ricostruire il ritratto di un fiume icona d’Europa.


    «Il Reno c’è sempre stato.» Entità arcana, non ha un inizio né una fine. È inutile cercarne le sorgenti nelle nevi alpine, perché le sue acque sono fatte di pioggia e di tutti i fiumi, ruscelli e rigagnoli del suo regno. Inutile anche risalire alle sue origini nel tempo, perché la storia geologica, con i suoi terremoti e nubifragi, le sprofondano in un momento indefinito in cui le Alpi non erano ancora emerse dal mare. Così, dopo una carrellata in time-lapse degli sconvolgimenti geologici tra il Mesozoico e il primo Cenozoico, per fare il ritratto del Reno Mathijs Deen rivolge lo sguardo ai suoi remoti abitanti – esseri umani ma anche ippopotami, tapiri, elefanti – trasformando la Storia in storie: l’avventura di una povera femmina di salmone di tre milioni d’anni fa che risale il fiume per deporre le uova e trova tutto cambiato; la vita, la malattia e la morte della «ragazza di Steinheim», l’essere umano più antico vissuto sul Reno di cui ci sia traccia; ma anche le storie di un fiume teatro di guerre, dai successi romani contro i frisi e i cauci fino all’orrore negli occhi di un capitano tedesco che, il 7 marzo 1945, vede gli americani assaltare il ponte a Remagen; e la felicità di due abitanti dell’ex DDR quando finalmente visitano la rupe della ninfa Lorelei cantata da Heine. In un intreccio di storia, reportage e spunti autobiografici, la scrittura «vaga in quella terra di nessuno tra l’uomo e la natura, la fantasia e la scienza», e l’autore, «piccola presenza accidentale» nell’enorme meccanismo senza vita della natura, si lascia affascinare dal lavorio incessante dell’umanità sulle sponde del Reno, mentre lui, il Reno, scorre indifferente verso il mare.




    Book Trailer - Ai: Opening by Award-winning Author George St. Georges

    Castaways and Longer Days: Paranormal Cozy Mystery Book Trailer

    "YARA GAMBIRASIO. UN CASO IRRISOLTO" - Presentazione del libro (Ferrara 5.6.2025)

    venerdì 6 giugno 2025

    PRESENTAZIONE DEL LIBRO "I CAVALLI SIGNORI DEL TEMPO"

    KNOW by Amy Cerny Vasterling | Book Trailer – Launches Sept 16

    Mortacci mia di Piero Salabè (La Nave di Teseo)

    Piero Salabè firma un romanzo toccante e profondamente umano, popolato da personaggi straordinari. Una storia poetica e di debordante inventiva che è un corpo a corpo serrato con la memoria, con il desiderio di mantenere in vita, a ogni costo e con ogni mezzo, chi non c’è più.

    Un conturbante viaggio agli inferi, in una Roma surreale, alla ricerca di un padre scomparso. Pintor è un medico che ha lavorato tutta la vita al Policlinico. È un uomo dedito alla ricerca, innamorato della scienza. Un giorno, nella maniera più discreta possibile – abbandonando i suoi occhiali sul comodino – toglie il disturbo scomparendo nel nulla e lasciando i figli senza un perché. Mentre il resto della famiglia lo dà per defunto, Fabio e Lara non credono alla morte del genitore e decidono di cercarlo. Alcuni diari del padre indirizzano i due figli verso l’ospedale, nel frattempo chiuso e abbandonato. E se Pintor fosse proprio in quel Policlinico tanto amato, in qualche ala dimenticata, a portare avanti i suoi esperimenti? Fabio e Lara decidono così di avventurarsi tra laboratori sotterranei e padiglioni decaduti, in una città dei miraggi popolata di voci e visioni, dove i confini fra realtà, ricordi e immaginazione si fanno via via più labili







    Hearts and Dark Arts: Paranormal Cozy Mystery Book Trailer

    giovedì 5 giugno 2025

    Presentazione del libro -Joseph Ratzinger -Benedetto XVI - La ragione dell' Uomo sulle tracce di Dio

    "La creatività delle macchine: sogno o realtà" #podcast

    INVASION & LEGACY of the Mimics - book trailer #holidayready #pageturner #christianfiction

    L’età sommersa di Saverio Abbruzzese (Gelsorosso)

    Marta e Matteo sono diversi in tutto.
    Lei, insegnante di quarant’anni, è inibita, riservata, segnata da un passato doloroso.
    Lui, avvocato di quarantuno, è esuberante, sicuro di sé, cresciuto in un ambiente sereno. Marta ha due fratelli più piccoli di quattro anni, Matteo è figlio unico.
    Lei teme l’intimità, lui la cerca con passione. Lui vuole essere Matteo, lei deve essere Marta.
    Eppure, si amano profondamente. Hanno due figli, Lucia e Davide, e una vita insieme fatta di contrasti, di equilibrio precario, ma anche di un legame che resiste alle loro differenze.
    Questa è la storia di un cambiamento. Perché anche dai traumi più profondi si può rinascere. E quando l’amore incontra la volontà di trasformarsi, tutto può accadere



    Saverio Abbruzzese

    È uno psicoterapeuta, criminologo clinico. Ha insegnato nella scuola superiore e all’Università di Bari, è stato giudice onorario del Tribunale per i minorenni, consulente tecnico di vari tribunali, si è occupato di antiviolenza e di accoglienza di minori in situazione di abbandono, con una lunga esperienza di centri d’ascolto di ogni ordine di scuola. Ha scritto diversi saggi, fra cui “Sulle tracce dei figli. Manuale di sopravvivenza per genitori troppo buoni”, “La sindrome di Isacco, i genitori e le “colpe” dei figli”, “Genitori vs insegnanti. Come allearsi nella sfida educativa del web”, “I figli degli altri. Esperienze in comunità”, per la casa editrice La meridiana.
    Questo è il suoi primo romanzo




    1991. La prima indagine di Franck Sharko di Franck Thilliez (Fazi)

    Con questo volume Fazi Editore inaugura la pubblicazione della serie con il detective Franck Sharko come protagonista. Ambientato in un mondo pretecnologico dove il tempo scorre in modo molto diverso da oggi, 1991 racconta la primissima indagine dell’ispettore Sharko, il suo battesimo del fuoco. Un’avventura inedita nei bassifondi parigini con la quale il maestro Franck Thilliez tocca uno dei suoi picchi più alti.

    «Quella che hai visto lì dentro stasera è la cruda verità, Sharko. Senza belletto, senza artifici. La messa a nudo del mondo in cui viviamo. Queste cose esistono davvero, e noi siamo in prima linea».

    «È eccellente». - Le Monde des Livres

    «Emozionante, perché si tratta di Franck Sharko, il personaggio preferito dell’autore. L’unica certezza: 1991 è un nuovo successo. Un thriller vintage di alto livello. Chapeau, maestro!». - Le Figaro Littéraire

    «Con il suo ultimo libro, il geniale 1991, Thilliez non ci risparmia e ci porta nel mondo della magia, del voodoo e dei morti viventi. Con 500 pagine avvincenti, questo thriller ci permette di scoprire Franck Sharko nei panni di un giovane poliziotto che arriva dal Nord per farsi le ossa a Parigi». - Le Parisien


    Conclusa la scuola ispettori, Franck Sharko a trent'anni approda a Quai des Orfèvres, prestigiosa sede dell'anticrimine di Parigi. È l'ultimo arrivato: gli assegnano i compiti più noiosi e trascorre il suo tempo negli archivi passando al setaccio centinaia di informazioni alla ricerca di un indizio utile per risolvere un vecchio caso. Tra il 1986 e il 1989 tre donne sulla trentina sono state rapite, brutalmente uccise e abbandonate in campi di periferia. Nonostante centinaia di deposizioni, notti insonni e denunce, il predatore è ancora in libertà. Siamo all'inizio degli anni Novanta, le indagini procedono ancora alla vecchia maniera: computer, cellulari, internet sono novità di cui si comincia solo vagamente a sentir parlare, come di un sogno futuristico. Ma Sharko scalpita, vuole dimostrare di meritare il suo posto nella squadra. Una notte di dicembre, uscendo dagli archivi ormai deserti per tornare a casa, intercetta un uomo in preda al panico. Ha in mano una foto – ritrae una donna legata, il volto coperto da un sacchetto di carta con sopra disegnati occhi e bocca – e gli racconta una storia confusa riguardo a una lettera con un enigma da risolvere e una poesia di Baudelaire. Sharko non ci pensa due volte: decide di aggirare le procedure e occuparsene di persona. Ha finalmente l'occasione di uscire dai box e iniziare la sua corsa





    Cose di Jack Rubino - Booktrailer

    mercoledì 4 giugno 2025

    L’invenzione della Selva di Bruce Bond

    Ereditare il male – su L’anniversario di Andrea Bajani (Feltrinelli) - Intervento di Marco Sbrana

    Caro papà,

    recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te.

    Lettera al padre, Franz Kafka

     

    Ereditiamo, quasi l’agonia fosse un mandato da tramandare nel corso delle generazioni, il male della nostra famiglia. Le urla, le porte ammaccate dai pugni, i vetri rotti, le parole che si conficcano nella memoria come schegge di proiettile che nessuna operazione potrà estrarre dalla carne ferita. Sicché quando il narratore, al termine de L’anniversario di Andrea Bajani, guarda il figlio e nei suoi tratti somatici rinviene il volto della madre, ci specchiamo nella atroce verità che è la verità della contaminazione. Forse, sembra dire Bajani, vista l’impossibilità di affrancarsi da questa oscena malattia che è la famiglia, non ci resta che – come soggetti agenti – selezionare il modo più sano per la conservazione del virus. Il che si può tradurre così: quanto è in mio potere fare per non essere una replica di mio padre?

    Leggendo Bajani ho sofferto. Il neuropsichiatra che mi ha seguito durante l’adolescenza era solito, in certi momenti della seduta, alzare una mano per interrompermi e farmi notare che non più io stavo parlando ma che, in mia vece, a parlare era mio padre. La mano alzata del medico era atroce: combattevo giornalmente per smarcarmi da quell’ombra, e me la ritrovavo a invadermi lingua e corde vocali, un’emanazione di me, o io un’emanazione di lui.

    Ed è qui che Bajani dimostra, a livello narrativo, un’intelligenza che giustifica le lodi che la critica ha rivolto al suo romanzo. Perché della vita che ha seguito il nucleo domestico d’origine Bajani non dice nulla. O molto poco. Ci dice che si è sposato due volte e che dalla seconda moglie ha avuto un bambino (nei cui occhi intravede mamma). A livello di storytelling, si tratta del cosiddetto “cliffhanger”: dopo più di cento pagine spese ad analizzare la sventura della sua famiglia, il lettore si aspetta che chi racconta la storia, ormai costruitosi un microcosmo domestico suo proprio, ci spieghi cosa di diverso (o di uguale) abbia fatto rispetto ai genitori. Bajani, con onestà intellettuale, non fornisce una risposta che avrebbe appiattito quanto di un romanzo è davvero – e sempre – necessario: la domanda volta a chi legge. La non-risposta di Bajani è: per quanto intellettualmente possiamo avere individuato la marcescenza della famiglia che ci ha dato alla luce, le contingenze non garantiranno mai un completo discostamento da certi pattern. In soldoni, tutto è possibile. È possibile che il giovane più attento alle istanze post-femministe divenga un adulto violento; è possibile che il bambino abusato si faccia padre abusante. La famiglia che ci lasciamo alle spalle quando ne costruiamo una nostra ci regala, come ultimo colpo inferto, la paura atterrente di replicare quanto i nostri occhi di bimbi hanno pianto.

    Ne L’anniversario, uscito per Feltrinelli quest’anno, nessun personaggio è chiamato per nome. Analogia forse audace: La strada di Cormac McCarthy, dove i personaggi, più che caratterizzazioni tridimensionali, significavano una funzione. Lo stesso dicasi per “il padre”, “la madre”, “la sorella”. Il romanzo di Bajani è il resoconto delle a volte spettacolari e a volte subdole tragedie della famiglia che l’ha fatto nascere. L’operazione somiglia all’autofiction di Carrère, dove il narratore è protagonista, dove il protagonista si eleva e guarda dall’alto la sua esperienza perché la sua visione sia quella distaccata, indagante di un chirurgo col bisturi. Sicché il narratore è interno ma la sua iperconsapevolezza, la sua iperanalisi lo rendono, di fatto e a un tempo, esterno. Tutto filtrato dall’intellettualizzazione del nostro, il romanzo miscela suggestioni sociologiche attuali concernenti il patriarcato, scene affrontate da Bajani in medias res e istantanee di momenti trascurabili che, nell’a posteriori della narrazione risultano essere epifaniche.

    Testi di questa guisa si prestano facilmente alla pornografia del dolore, al sensazionalismo. Bajani avrebbe potuto scegliere la via del narratore che ricorda e vede, ricorda ed esperisce; avremmo avuto un romanzo più classico, di scene montate in sequenza che rappresentassero l’infelicità di una famiglia. L’autore decide, invece, di essere calmo, di non voler dare nessuno spettacolo. Non minore è la forza, perché ne riesce un narratore la cui curiosità è pura ma di cui è pura anche l’intelligenza, che lo induce, con una prosa senza fronzoli che dice più che mostrare, all’analisi e non al racconto. Operazione da cui scaturisce, più che un intreccio, la fotografia di un ecosistema: quello della famiglia.

    Come accennato, quella del narratore è una famiglia con modello patriarcale, dove il padre comanda, governa, la cui ingerenza intossica l’aria, pregiudica ogni conversazione, inibisce gli slanci. È anche un padre violento. Non un violento cronico, dice il narratore; un violento, comunque. Il narratore racconta di quel giorno orribile in cui accorsero due poliziotti, il pianerottolo invaso dai curiosi e preoccupati vicini, nella casa messa a soqquadro, con vetri rotti e un’anta scardinata, con la madre che riportava una ferita sanguinante alla testa. Con un nulla di fatto si risolse la faccenda, perché la donna – votata, come vedremo, all’eclissi – riportò di essere caduta. Versione ufficiale: una spinta, quindi – dice Bajani ironicamente – non un atto considerabile violento. Solo una spinta. Da cui, ahinoi, una caduta. Eppure è proprio qui che Bajani – come, ripeto, vedremo – interrompe la descrizione della madre come donna sottomessa e le concede, come in un risarcimento, il potere. Situazione tipica: violenza, senso di colpa, bisogno di perdono. Ma fintantoché la madre, sempre asservita, non avesse perdonato il pater familias, il ritmo della vita non avrebbe potuto riprendere. Tale il potere, il solo potere: quello – dice il narratore – di salvare il padre dalla sua stessa violenza.

    Ma L’anniversario è un libro prettamente sul femminile. Su un certo tipo di femminile, almeno: quello delle famiglie di chi è nato, come Bajani, nella prima metà degli anni Settanta.

    La madre del narratore non esiste. Il nostro, dice, non ha memoria della madre che rassetta, che lava i piatti; ma lo sa, perché sa che il padre i piatti non li lavò mai. Nell’invisibilità a cui è stata costretta e a cui, poi, si è dedicata, la madre – dice il narratore – deve essere scorporata dall’ingombrante figura paterna. Tale bisturi – prosegue il narratore – è il bisturi speciale del romanzo che, tramite l’invenzione, accantona il realmente accaduto in virtù del vero.

    Smaniava, la madre del narratore, per non esistere, ed esisteva già fin troppo, perché puliva, perché addetta all’ordine della casa.

    Aveva delle amiche, poi perse tutte. E il narratore ricorda che quelle si lamentavano dei mariti per, in perverso gioco delle parti, fortificare la struttura patriarcale. Ma la madre no, non si lamentava. Non perché la sua famiglia non avesse la morte in seno, ma perché la donna non ne avvertiva il bisogno, in volto qualcosa, dice il narratore, di prossimo all’infelicità.

    Un’amica, tuttavia, rischiò di stravolgere l’ordine costituito. Matrimonio in crisi, l’amica fumava molto, gesto che il narratore interpretava come di grave trasandatezza. Poiché il padre del narratore tradiva la moglie (“ne aveva bisogno per sentirsi vivo” ed era solo tradendola che poteva godersi il tempo con lei), le due donne lasciarono un biglietto nella macchina del patriarca. Finì male. L’amica, in circostanze non chiare al nostro, fu allontanata e, quando morì fulmineamente di tumore al cervello, il padre del narratore rivendicò un’influenza sulla malattia, quasi l’avesse causata lui, perché “morivano tutti quelli che attentavano alla famiglia”.

    Infelicità, quella della madre, di questo fantasma, interrotta solo dal breve periodo in cui il padre le diede l’autorizzazione a lavorare in un supermercato. Impiego, questo, temporaneo, breve, brevissimo, si tornò alla vita.

    Il padre dettava le regole, garantiva una paghetta alla madre. E decise lui il trasferimento da Roma al Piemonte, negli anni delle emigrazioni dai centri alle province. Del periodo piemontese, appena prima che il narratore iniziasse l’università, un’immagine della madre che la memoria avrebbe salvato: languente in poltrona, gli occhiali caduti sul naso non per leggere ma per pigrizia, le parole crociate in grembo. Tale la madre, per cui la vita non contava. Tanto quanto la morte. Vivere non era importante. Il narratore dice che “non le veniva in mente”. E quando, interrompendo il silenzio, la donna riportava notizie di cronaca nera ascoltate al telegiornale, i fatti truci erano cose come le altre, cose che capitavano.

    Il narratore si interroga dunque sulla vita prima. E, dice, le cose sarebbero potute andare diversamente. Senza essere mai esplicito ma conservando una pacatezza che, contrastata dall’orrore, assume carica semantica, il narratore ci dice che solo la madre iniziò l’università; non il padre, e che la sua ingerenza si stava indebolendo, e che fortunatamente la donna rimase incinta e rinunciò agli studi.

    Il padre, questa creatura grottesca, fascista, fagocitante, ha picchiato anche il narratore, che ricorda i pugni sulla mascella quando rubava dai portafogli per giocare ai videogiochi. Il padre, essere che si nutre della linfa della sua famiglia, e che quindi resiste ai tentativi di fuga. Sicché, quando il narratore, un giorno, portò dai genitori quella che sarebbe diventata la sua prima moglie, reduce da un cancro i cui strascichi ancora la debilitavano e questa accusò stanchezza, il gerarca disse: “Sei stanca solo quando ti pare a te”. Modo, crede il narratore, per dire: “Mi stai portando via mio figlio”.

    I genitori non si sarebbero spiegati il motivo dell’allontanamento. Furono lettere a mano, email, qualche telefonata. Ma, adesso che il narratore scrive e a breve albeggerà, sono dieci anni che non li vede. Ha eretto un muro che gli ha permesso di vivere dieci felici anni.

    Nel fatalismo si chiude il libro, nel destino di ogni figlio, nell’eterno ritorno: mio figlio ha il volto di mia madre, nota Bajani. “E non fa bene, e non fa male.”






    La parola all’ulivo di Lino Angiuli (Edizioni di Pagina)

    All’incrocio tra l’opzione “post-rurale”, da tempo dichiarata, e il suo “Vegetalesimo”, intensamente frequentato e teorizzato, il poeta de La parola l’ulivo (1965 1975) chiude il cerchio con un originale monologo che ha per protagonista uno dei suoi totem onnipresenti, l’ulivo, portabandiera della sua visione del mondo e stemma di una poetica coerentemente praticata in oltre mezzo secolo di produzione creativa. Il “grande ritorno” è servito, grazie all’ibridazione linguistica e al meticciato espressivo praticati – per ragioni non folcloristiche ma antropologiche – da un autore che ama definirsi “madrelingua dialettale” e che ha guadagnato da tempo una «terza lingua» (Pegorari) fatta di scrittura e oralità. Al discorso, ben evidenziato dalla postfazione di Achille Chillà, aderisce pienamente il commento iconografico di Giuseppe Di Palma, realizzato mediante un’attenta e scarnificante utilizzazione del bianco/nero.

    AUTORI

    Lino Angiuli (1946) è nato e vive in Terra di Bari dove, come Dirigente regionale, ha diretto un Centro di Servizi culturali e curato collane editoriali di carattere territoriale. La sua produzione poetica, in lingua italiana e dialettale, trattata anche nell’ambito di enciclopedie, è stata oggetto di tesi di laurea e di corsi accademici. Ha anche pubblicato libri di racconti e di critica letteraria, e curato volumi dedicati alla salvaguardia del patrimonio demo-antropologico. Collaboratore dei servizi culturali della Rai e di Quotidiani, ha contribuito a fondare alcune riviste letterarie, tra le quali il semestrale «incroci», che codirige da 25 anni per l’editore Adda. Tra le curatele: tre antologie della poesia europea e una della poesia mediterranea. Per le Edizioni di Pagina ha pubblicato Viacrucis terraterra (2017), Racconti del camerone (2020), Poesie vegetali / Green Poems (2021).

    Giuseppe Di Palma (1953), vive a Monopoli, dove, da architetto, ha lavorato per diversi anni nel ruolo di responsabile del Settore dei Beni e delle Attività culturali dell’Amministrazione comunale. Ha praticato a lungo la ricerca fotografica come strumento di riflessione sul recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale. Presente in diverse manifestazioni espositive, è autore di apprezzati corredi iconografici nell’ambito di alcune pubblicazioni edite in Puglia




    Furia - Andrea Martina (booktrailer)

    Un complicato atto d'amore di Miriam Toews (Einaudi)

    Un romanzo di feroce originalità che esplora senza paura i legami che uniscono le famiglie e le forze che le distruggono.

    «Ci sono tante di quelle idee perfette in questo paese, ma l'amore, come lo sballo dell'acido in confronto a un trip di erba scadente, dura più del dolore. Sì, è cosí. L'amore è tutto. È davvero la cosa più grande».


    Nomi Nickel ha sedici anni e vorrebbe frequentare Lou Reed e Marianne Faithfull nell'East Village di New York. Invece è intrappolata a East Village, Manitoba, in una comunità di mennoniti, «la sotto-setta di persone più imbarazzante a cui appartenere se si è adolescenti». Amministrata con pugno di ferro dallo zio di Nomi, Hans, alias la Bocca delle Tenebre, East Village è una città ricca di regole e povera di divertimento: non si balla, non si beve, non si fa sesso ricreativo, non ci si trucca, non si gioca a biliardo e non si sta svegli oltre le nove di sera. Rimasta sola con il padre quando la metà più bella della famiglia scompare, Nomi si ribella all'ordine ossessivo e claustrofobico della sua comunità e coltiva la speranza di una vita migliore altrove. Ma solo un complicato atto d'amore potrà regalarle la libertà




    "La ricreazione è finita" - booktrailer

    martedì 3 giugno 2025

    Statuari Cartapistari e Bellisanti / Santi di carta tra importazioni e botteghe locali in Puglia dal ’700 al ’900 di Francesco Di Palo (Claudio Grenzi Editore)

    Nel corso dell’Ottocento Lecce, «paradis du rococo», si ritrovò totalmente immersa in una nuova e forse impensata occupazione artistica, quella della cartapesta, così congeniale da farne «un prodotto naturale della terra, corrispondente alle tendenze più fini e più sottili de’ suoi abitanti». Toccò alla plastica cartacea, intorno alla quale vi fu ben presto un giro vorticoso di interessi artistici e economici, rinnovare i fasti di una città che aveva costruito sull’intaglio lapideo e eleganza dei suoi monumenti, l’immagine universalmente nota, al punto da meritarsi l’appellativo di “Atene di Puglia”. Poi il declino, a partire dal secondo dopoguerra, lento e inarrestabile, che rischiò di far scomparire per sempre quanto per circa due secoli aveva assicurato lavoro e benessere a migliaia di addetti, conferito decoro e fama a un’arte assurta a emblema di vera e propria «gloria paesana».
    Dall’indagine sui territori, ricchissimi di patrimoni materiali e immateriali del tutto inediti e che meritano di essere conosciuti, emergono opere e nomi che raccontano quanto accorsate e richieste furono le botteghe attive nel capoluogo salentino e il livello qualitativo che esse raggiunsero, al punto che i loro prodotti «passavano vittoriosi i confini d’Italia».
    E accanto ai celebrati nomi di Mauro Manieri (1687-1744) e Pietro Surgente (1742-1827), Antonio Maccagnani (1807-1892), Achille De Lucrezi (1827-1913), Giuseppe Manzo (1849-1942), Giovanni Andrea De Pascalis (1862-1895), Agesilao Flora (1863-1952), Raffaele Caretta (1871-1950), Luigi Guacci (1871-1934), per citarne alcuni, si focalizza sempre più l’attività copiosa di altrettanta nutrita schiera di cartapestai, molti dei quali avevano appreso l’arte presso i maggiori per poi essere operativi, una volta emancipati, in proprie botteghe con le quali contribuirono a trasformare il capoluogo in ‘teatro di santi’ a cielo aperto.
    Accantonate le ingenue pretese di una origine tutta salentina, per filopatrismo care alla pubblicistica locale, va senza ombra di dubbio individuato in Napoli il «referente artistico», la culla della cartapesta. È dalla capitale che essa giunse nella provincia regnicola, sia sotto forma di opere e sia come esperienza tecnica, per poi evolvere in caratteristiche proprie che spostarono definitivamente il baricentro della produzione di immagini destinate alla religione da Napoli a Lecce.
    Un filone produttivo interessante si ebbe a Molfetta dove la statuaria in cartapesta, se mai raggiunse la notorietà di quella “leccese”, rimanendo confinata in ambiti territoriali assai ristretti, si può dire che la surclassò in termini di innovazione e qualità, quanto per scelte iconografiche. Si conoscono, almeno per il momento, quattro distinte e autonome personalità (Ferdinando Cifariello, Vito Fornari, Corrado Binetti, Giulio Cozzoli) che con i loro ateliers avrebbero potuto ben competere con le più blasonate botteghe salentine, forti di una riconoscibilità al punto da poter ben aggettivare la produzione in “cartapesta molfettese”.
    Insomma il percorso appena intrapreso già rivela aspetti del tutto inediti quanto inaspettati, lasciando emergere nomi e attività di maestri del tutto dimenticati, sui quali troppo a lungo e ingiustamente è calato il silenzio critico e il velo dell’oblio, che è ormai tempo di rimuovere




    Presentazione Libro di Mario Valentini al Gotto di Perugia

    Oh Dear Look What I Got by Michael Rosen and Helen Oxenbury | Book Trailer

    Il mio nome è Emilia del Valle di Isabel Allende (Feltrinelli)

    A quarant'anni da La casa degli spiriti un nuovo tassello si aggiunge alla saga famigliare dei del Valle

    Una storia di amore e guerra, di scoperta e redenzione, raccontata da una giovane donna coraggiosa che affronta sfide monumentali, sopravvive e si reinventa.

    Emilia del Valle Walsh nasce a San Francisco nel 1866. Sua madre, Molly Walsh, è una suora irlandese sedotta da un aristocratico cileno. Emilia cresce nel cuore di un umile quartiere messicano, diventando una giovane donna brillante e indipendente che sfida le norme sociali per perseguire la sua passione per la scrittura. Da giovanissima, inizia a scrivere romanzi d’avventura sotto lo pseudonimo di Brandon J. Price, ma la sua carriera decolla quando diventa editorialista al San Francisco Examiner. Emilia convince il suo editore a mandarla in Cile per coprire una guerra civile con interessi economici e politici statunitensi. Così, nel 1891, si ritrova a Santiago, una città sull’orlo del baratro. Ospite della (già nota ai lettori) mitica Paulina del Valle, vive gli scontri in prima linea, s’innamora e riprende contatto con il padre biologico in punto di morte. Emilia dovrebbe tornare a San Francisco, anche per coronare il suo amore, ma decide prima di voler vedere una piccola proprietà terriera, l’unica eredità lasciatale dal padre, nei pressi del lago Pirihueico, in una zona disabitata di inviolata bellezza naturalistica



    Tracks and Flashbacks: Paranormal Cozy Mystery Book Trailer

    lunedì 2 giugno 2025

    Presentazione del mio libro "Io Sono Flavio Bomber 1" a Valderice!!

    Sorprendente incontro tra un'Umana e un'Intelligenza Artificiale - Dialogo con l'Umanità Booktrailer

    Funny story. Un amore per finta di Emily Henry (HarperCollins Italia)

     Una commedia romantica irresistibile. Funny story racconta con eleganza e umorismo l’arte di rimettere insieme i pezzi… e di lasciarsi sorprendere da chi meno ti aspetti.


    A Daphne è sempre piaciuto come il suo fidanzato Peter raccontava la loro storia d'amore. Come si erano incontrati (in una giornata tempestosa), si erano innamorati (per un cappello volato via) ed erano tornati nella sua città natale sul lago per iniziare la loro vita insieme. È sempre stato davvero bravo... finché il racconto non è diventato il prologo della storia d'amore di Peter con Petra, la sua amica d'infanzia. Di colpo Daphne si ritrova bloccata in una sperduta cittadina del Michigan, senza amici né famiglia ma con un lavoro da sogno (e una paga da fame), e non le resta che accettare di condividere un appartamento con l'unica persona che può capirla: l'ex di Petra, Miles Nowak. Trasandato e caotico, Miles è esattamente l'opposto dell'organizzata e riservata Daphne. All'inizio della convivenza i due, che non hanno niente in comune, cercano di evitarsi il più possibile, finché una sera, complice un bicchiere di troppo, nascono un'amicizia e un piano. E se il piano prevedesse anche di pubblicare foto deliberatamente fuorvianti di loro due insieme, be', chi potrebbe biasimarli? Tanto è solo per finta, perché non esiste proprio che Daphne inizi un nuovo capitolo della sua vita innamorandosi dell'ex fidanzato della nuova fidanzata del suo ex fidanzato... giusto?





    Letteratura liquida. Narrazioni, fumetti, giochi e sport, paralimpiadi di Trifone Gargano (Cacucci Editore)

     Con la pubblicazione di questa letteratura liquida intendo festeggiare anche un risultato importante per lo sport italiano, e cioè la modifica costituzionale dell’articolo 33, con la recente esplicita menzione dell’alto valore educativo delle attività sportive. È impossibile riferire di tutte le opere e di tutti gli autori che abbiano fatto riferimento al mare, all’acqua, nei loro testi. Impossibile, e, direi, forse, anche del tutto inutile. Ne verrebbe fuori un regesto sterile, composto di nomi e di titoli. Ho provato, quindi, a selezionare opere e autori seguendo le mie preferenze di letteratura. La sezione dedicata alle Narrazioni liquide si apre con alcune mie riflessioni sviluppate intorno al quesito se esista o no un genere di «letteratura dello sport». Tra le narrazioni liquide sono presenti illustrazioni di Carlo Volsa e di Gianfranco Paolangelo (in forma di esercitazioni didattiche). Impreziosiscono il volume tre interventi specialistici, di colleghi e amici, che ringrazio: Simona Placiduccio, Giantommaso Perricci e Donato Piccinino. Prefazione a cura di Pietro Petruzzelli, Assessore alla Qualità della vita (Ambiente e Sport) per il Comune di Bari





    Berenice - Booktrailer del romanzo di Cristiano Montanari

    domenica 1 giugno 2025

    Sacro Queer di Nichi Vendola (Manni)

    Questa raccolta di versi è un itinerario della ragione e delle passioni che ha il suo orizzonte nel bisogno di fraternità, nel riconoscimento della ricchezza della diversità, nell’urgenza politica della lotta per l’eguaglianza. Un cammino che aiuta a ritrovare sé stessi e la propria identità nella consapevolezza di un comune destino dell’umanità. 


    Se accoglienza, ascolto, solidarietà sono parole che non hanno diritto d’asilo nel contesto del potere, che si ritraggono e si spengono nella spirale di una storia che sembra andare al contrario, lo spazio poetico tenta un affondo nel loro significato e valore, partendo dalla prima domanda che interroga l’umano e la sua responsabilità: dov’è mio fratello?

     
    Come in una preghiera corale, Nichi Vendola dice di sé e dei suoi “scomodi” compagni di viaggio, della sua fede abbracciata al mondo, degli affetti e dei dolori che lo hanno segnato. E ci restituisce un’esistenza senza pregiudizi. La ricerca della risposta a quella prima domanda diventa una pietra d’inciampo in ogni poesia, e la parola queer una dichiarazione di guerra a tutte le guerre




    Parigi. Testo inglese a fronte di Hope Mirrlees (Interno Poesia)

    "Parigi" è una lunga poesia di quattrocento versi di Hope Mirrlees, pubblicata da Virginia e Leonard Woolf nel 1920. È un capolavoro ritrovato della poesia moderna, composto da un’autrice eclettica che è stata, fino a poco tempo fa, pressoché cancellata dal panorama della letteratura inglese ed europea. "Parigi" è una poesia potente, rivoluzionaria, e allo stesso tempo toccante, nella sua rievocazione al vetriolo della Parigi del primo dopoguerra. Un po’ come fa James Joyce con Dublino nel suo "Ulisse", Mirrlees condensa il vissuto di una giornata parigina del 1919 – suoni, voci, vedute, e persino fantasmi. Nonostante venga pubblicata qualche anno prima della nota "Terra desolata" di T. S. Eliot, la sua tiratura limitata e la personalità fuori dagli schemi dell’autrice fa sì che il pubblico inglese di allora non la venga a conoscere: Eliot rimarrà nella storia della letteratura del Novecento europeo; Mirrlees sparirà nel nulla. "Parigi" ci indica perciò un percorso alternativo attraverso il panorama poetico del Novecento, uno in cui riappaiono voci e azioni di donne all’avanguardia, il cui unico svantaggio è stato di essere state troppo avanti rispetto al loro periodo storico




    L'anno ha perso la sua primavera di Edgar Morin (Guanda)

    Un romanzo autobiografico scritto nel 1946 e rimasto inedito fino a oggi, che fa luce sulla formazione psicologica, intellettuale e politica di uno dei più grandi pensatori del nostro tempo.


    Un pomeriggio di giugno del 1931 a Parigi, un ragazzino di dieci anni esce allegramente da scuola. È sorpreso nel vedere che ad attenderlo c'è lo zio ma, lontano dal sospettare qualcosa, passa qualche giorno spensierato a casa sua fino al ritorno del padre, vestito di nero. Inizia così la storia di Albert Mercier, che è in parte anche quella dell'autore. Una storia segnata dal dolore per la perdita della madre e per le bugie degli adulti, che gli hanno impedito di dirle addio. Albert si chiude in se stesso e la sua adolescenza trascorre solitaria, nutrita unicamente da film e romanzi. Finalmente arriva il liceo, Albert si fa nuovi amici, trova una seconda famiglia nei compagni e nei professori, prova le prime attrazioni amorose. Sono gli anni che seguono l'ascesa di Hitler al potere: la politica irrompe nella scuola, gli studenti si schierano e si contrappongono, e Albert comincia a interessarsi agli avvenimenti internazionali. L'anno del diploma è anche quello in cui la Germania invade la Polonia e quando la Francia viene occupata per Albert giunge il momento di decidere davvero da che parte stare. Dopo essersi rifugiato a Tolosa, si unisce alla Resistenza appena ventenne. Edgar Morin racconta gli anni di passaggio all'età adulta di un giovane parigino che lui stesso definisce suo alter ego, in un periodo cruciale per la storia d'Europa





    A Story of Healing, Faith, and Self-Love | Book Trailer #booktrailer #motivation #faith #selflove

    Nuovo Libro Intelligenza Artificiale Umano Futuro di Gian Luca Masciangelo Presentazione

    Gates of Pearl: Awakening | Trailer ufficiale del libro (Serie fantasy mistica)