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    sabato 29 agosto 2026

    Il sacco di Ashley. Storia di tre generazioni di donne nere americane di Tiya Miles (Iperborea)

     


















    Una «storiografia poetica», tanto rigorosa quanto immaginifica, che trova nel «sacco di Ashley» la risposta a una domanda urgente: a quali risorse possiamo attingere quando tutto sembra perduto, ieri nell’orrore dello schiavismo, oggi in un mondo sempre più predatorio e polarizzato?


    Sud degli Stati Uniti. Rose, una donna in schiavitù, scopre che la figlia Ashley, di nove anni, verrà venduta. Dovranno dirsi addio. Come potrà proteggerla da un mondo che la vede solo come uno strumento, o peggio? Come potrà starle vicino quando all’orizzonte non c’è altro che abbandono? Prende un sacco di cotone e lo riempie con un vestito sbrindellato, qualche noce pecan, una ciocca dei suoi capelli. Infine, come esprimendo un desiderio, o compiendo un rituale magico, vi sussurra dentro tutto il suo amore. Il kit di sopravvivenza è pronto e madre e figlia si separano per sempre. Ma il sacco rimane: Ashley lo porta con sé negli anni dello schiavismo e della Guerra civile americana e alla fine lo lascia alla nipote, Ruth, che nel 1921, a Philadelphia, vi ricama la storia della famiglia. Dopo un lungo periodo in mostra allo Smithsonian, oggi è tornato in South Carolina: da lì, a Charleston, città di sfarzose ville e prigioni, è iniziata la sua vicenda rimasta a lungo sconosciuta. Miles l’ha svelata facendo anni di ricerche tra i documenti dello schiavismo, sterminati e disumani elenchi di persone e cose, ma anche ben oltre: nella storia materiale, tra le testimonianze di chi c’era, nella letteratura contemporanea. E così la vita di tre donne, lacerata dal lutto e ricucita da un gesto visionario di «speranza radicale», diventa il racconto di secoli di storia americana e centinaia di migliaia di persone schiavizzate

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