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    sabato 13 giugno 2026

    Il “Notturno” dannunziano esaminato da Manzoni e Sbrana: inabissarsi per trovare la luce di Francesco Pullia

    In “Soffrente scriba” (Algra editore), Franco Manzoni e Marco Sbrana ricorrono al gravissimo incidente aereo costato il 16 gennaio 1916 a D’Annunzio la perdita dell’occhio destro e una degenza in pressoché totale immobilità per addentrarsi in quella terra priva di confine da cui, tra veglia, memoria e presagio della fine, scaturisce la scrittura.

    Il poeta, in condizioni particolarmente critiche, è costretto a stare supino, bendato, statico in un letto di quella Casetta Rossa sul Canal Grande che aveva scelto come propria dimora a Venezia.

    Non è solo. Gli è accanto, ad accudirlo con dedizione, la figlia, poco più che ventenne, Renata, la Sirenetta, avuta nel 1893 da un rapporto adulterino con la contessa Maria Gravina Cruyllas (Anguissola). In questa situazione, nel giro di alcuni mesi, grazie proprio all’aiuto della giovane, che ricorre all‘uso di circa diecimila cartigli su cui si poteva vergare, mediante lapis scorrevole, una sola riga, D’Annunzio riesce a redigere “Notturno”, opera in prosa poetica che si discosta dalla produzione precedente rivelandosi straordinariamente innovatrice.

    Il superomismo cede il posto a una meditazione serrata tra vita e morte esplicitata, al di là della provvisoria cecità, in modo visionario.

    Ricordi, apparizioni, fuoriescono dall’interiorità per assumere sembianze in un affastellamento allucinatorio in cui prevalgono figure di amici scomparsi e soprattutto l’archetipo materno. L’autore, come se fosse abitato dalla madre (“È mia madre! È mia madre”, scrive, “che s’appiglia alle mie ossa, si rivoltola nel mio buio, si rifà carne della mia carne, peso del mio calvario”), oltrepassa la propria soggettività per inoltrarsi nella fragilità della finitudine, in un trascendimento che paradossalmente trae forza proprio dall’abissale disagio della provvisorietà.

    In una sorta di malinconico possedimento, e con singolare maestria, si compie una trasfigurazione originata dalla fusione di lacrime e parola. Ed è qui che la disamina di Manzoni e Sbrana travalica l’occasione del contesto dannunziano per avventurarsi nelle dinamiche stesse del sorgere e divenire della poesia, in quella vocazione che si configura tra saturnini vapori e abbaglianti folgorazioni, detto e tacitato. Non a caso aleggiano, qua e là, Novalis, Dostoevskij, Marguerite Duras, Sarraute, Sartre, Samuel Beckett.

    Manzoni, che in primo luogo è poeta, è, per così dire, parte in causa e sa perfettamente in quale processo di dilacerante spoliazione e insieme di esaltazione può esprimersi la scrittura. Si tratta di un misterioso accoglimento tra struggimento e spossessamento che trova il culmine nella constatazione che “in ogni malinconia sotto il cielo opaco” si è “preceduti” e “parlati” da una voce primigenia e nulla restano “se non le parole dell’Altro”.

    La tanta paventata cecità fa sì che D’Annunzio venga destinato alla vertigine della visione, e cioè “a guardarsi in faccia davvero”, a tratteggiare le proprie sembianze a partire dalle debolezze. E non si può non concordare con Manzoni e Sbrana quando affermano che “anche dal dolore più grande può nascere bellezza” e “dinanzi alle difficoltà, pure quando tutto si fa buio, è possibile trovare la luce”.

    pp.72 / euro 10,00




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