In “Soffrente scriba” (Algra
editore), Franco Manzoni e Marco Sbrana ricorrono al gravissimo incidente aereo
costato il 16 gennaio 1916 a D’Annunzio la perdita dell’occhio destro e una
degenza in pressoché totale immobilità per addentrarsi in quella terra priva di
confine da cui, tra veglia, memoria e presagio della fine, scaturisce la
scrittura.
Il poeta, in condizioni particolarmente
critiche, è costretto a stare supino, bendato, statico in un letto di quella
Casetta Rossa sul Canal Grande che aveva scelto come propria dimora a Venezia.
Non è solo. Gli è accanto, ad
accudirlo con dedizione, la figlia, poco più che ventenne, Renata, la Sirenetta,
avuta nel 1893 da un rapporto adulterino con la contessa Maria Gravina Cruyllas
(Anguissola). In questa situazione, nel giro di alcuni mesi, grazie proprio all’aiuto
della giovane, che ricorre all‘uso di circa diecimila cartigli su cui si poteva vergare, mediante lapis scorrevole, una sola
riga, D’Annunzio riesce a redigere “Notturno”, opera in prosa poetica che si
discosta dalla produzione precedente rivelandosi straordinariamente innovatrice.
Il superomismo cede il posto a una
meditazione serrata tra vita e morte esplicitata, al di là della provvisoria
cecità, in modo visionario.
Ricordi, apparizioni, fuoriescono
dall’interiorità per assumere sembianze in un affastellamento allucinatorio in
cui prevalgono figure di amici scomparsi e soprattutto l’archetipo materno.
L’autore, come se fosse abitato dalla madre (“È mia madre! È mia madre”,
scrive, “che s’appiglia alle mie ossa, si rivoltola nel mio buio, si rifà carne
della mia carne, peso del mio calvario”), oltrepassa la propria soggettività
per inoltrarsi nella fragilità della finitudine, in un trascendimento che
paradossalmente trae forza proprio dall’abissale disagio della provvisorietà.
In una sorta di malinconico
possedimento, e con singolare maestria, si compie una trasfigurazione originata
dalla fusione di lacrime e parola. Ed è qui che la disamina di Manzoni e Sbrana
travalica l’occasione del contesto dannunziano per avventurarsi nelle dinamiche
stesse del sorgere e divenire della poesia, in quella vocazione che si
configura tra saturnini vapori e abbaglianti folgorazioni, detto e tacitato.
Non a caso aleggiano, qua e là, Novalis, Dostoevskij, Marguerite Duras,
Sarraute, Sartre, Samuel Beckett.
Manzoni, che in primo luogo è
poeta, è, per così dire, parte in causa e sa perfettamente in quale processo di
dilacerante spoliazione e insieme di esaltazione può esprimersi la scrittura.
Si tratta di un misterioso accoglimento tra struggimento e spossessamento che
trova il culmine nella constatazione che “in ogni malinconia sotto il cielo
opaco” si è “preceduti” e “parlati” da una voce primigenia e nulla restano “se
non le parole dell’Altro”.
La tanta paventata cecità fa sì che
D’Annunzio venga destinato alla vertigine della visione, e cioè “a guardarsi in
faccia davvero”, a tratteggiare le proprie sembianze a partire dalle debolezze.
E non si può non concordare con Manzoni e Sbrana quando affermano che “anche
dal dolore più grande può nascere bellezza” e “dinanzi alle difficoltà, pure
quando tutto si fa buio, è possibile trovare la luce”.
pp.72 / euro 10,00
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