Le città del mondo è un libro che appassiona sin dalle prime righe, un labirinto magico nel quale si è felici di perdersi.
«Queste sono le città che ho conosciuto e nelle quali, come scrisse il poeta, mi sono rimescolato. Perché ho avuto bisogno di vederle coi miei occhi, toccarle con le mani, essere presente sul luogo delle operazioni, prima di scriverne?»
«Ho sempre pensato che Affinati scriva e legga in movimento. I suoi libri sono sempre quelli di un pellegrino che nel toccare e guardare i luoghi ne percepisce la densità morale.» - Giulio Ferroni
«La fede di Affinati nei confronti della letteratura non ha oscillazioni.» - Giorgio Ficara
Quante sono le città della nostra vita, e che cosa rappresentano? Questo libro è un viaggio nel tempo e nello spazio: dagli angeli sulle rovine di Bruxelles al sole elettrico di Battipaglia, dalla stanza dei bottoni di Washington alla madre dell’Italia infeconda di Veio, dai tizzoni bruciati di Volgograd alle sapienze perdute di Atene.
Eraldo Affinati è un maestro della toponomastica lirica. Ha raccolto trecento città del mondo: conosciute, sognate, inventate, tutte descritte ed evocate in brevi ritratti di grande concisione fantastica e affettuosa adesione sentimentale, nei quali i lettori potranno riconoscere le proprie stesse preferenze e idiosincrasie, in un gioco di riflessi capace di favorire e moltiplicare le connessioni interiori.
Ogni descrizione di città è un romanzo in miniatura. Ogni sezione è introdotta da un corsivo che racconta una città-guida: Charkiv, sconvolta dal recente conflitto russo-ucraino, nel fantasma della Seconda guerra mondiale; Venezia, segnata dal dolore della bellezza; Roma, caput mundi. Ci si può perdere nella polvere mesopotamica di Babilonia, tra le galline senza cresta di Acchiappa-citrulli, sulle tracce di Anguilla a Yuma, nei promontori di Rosberg a Fulgor. Il prologo è a New York, matrice urbana della modernità sfregiata e ricostruita, città simbolo con una costante vocazione alla decadenza; l’epilogo invece è a Gerusalemme, in grado di riassumere, nella sua storia splendida e drammatica, tutti i grovigli irrisolti del mondo.
Per sempre vivi, senz’altro la migliore opera poetica di Alessandro Moscè, è suddivisa in cinque, affilati capitoli che ripercorrono in tono perentoriamente alto le tematiche fondamentali della sua biografia: la comunicazione tra i vivi e i morti (gli affetti famigliari e il dialogo trascendentale con il padre), l’eros e il sogno incentrati nel dolcissimo ricordo dell’adolescenza, il locus amoenus dei giardini pubblici di Fabriano, luogo esistenziale, piuttosto che contemplativo, la malattia infantile con la finitudine e il sibilo misterioso, radente della morte, il riscatto, infine, con il simbolo della forza identificato nel mito dell’infanzia: il calciatore Giorgio Chinaglia, autentico trascinatore per lunghi anni della squadra della Lazio. Un percorso di vita e di poesia costellato da profonde rarefazioni in cui si sovrappongono il fiato corto della possibile resa e la consapevolezza, poi, di una conquistata, fortemente voluta trasfigurazione. (Tiziano Broggiato)
Nella vita ci sono cose che non vogliamo raccontare. Sono i nostri segreti, li custodiamo con cura e ne siamo gelosi. Sono quelli che la gente non immagina eppure esistono e spesso, proprio nei segreti, si annida la parte più vera di noi stessi. I protagonisti di queste storie, i loro segreti, hanno voluto affidarli alle pagine bianche, svelandoli a poco a poco senza vergogna, pudore o paura. Ai lettori spetterà scoprire se nel segreto di queste parole ci sia anche qualcosa di loro stessi, perché i libri sono navi che si fermano in ogni porto e accolgono tutti coloro che vogliono salire a bordo. Anna Spissu, nata a Chiavari, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato il romanzo storico “Il pirata e il condottiero” e il fantasy “Lowelly il mago”. Per la poesia ha pubblicato “Cataloghi marini”; “Diario di una donna risorta”; “Lettere da Atlantide”; “Milonghe del Nord”; “Parole per un addio”; “La vita trasparente”; “L'Amore imperfettibile”; “Il rumore del tuono”. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti sia per la poesia che per la narrativa. Fa parte del Direttivo della Casa della Poesia al Trotter, Associazione culturale attiva a Milano e cura la rubrica “La lingua misteriosa della Poesia”su “Lit-blog de L'irregolare”.
Margherita Porete: autrice de Lo specchio delle anime semplici – il più antico testo mistico francese – è messa al rogo dall’inquisizione (1310) avendo avuto il coraggio di scrivere, tra le varie sue audaci affermazioni eterodosse, che ogni attaccamento è deleterio; perfino quello nei confronti di Dio, ovvero di quell’idolo rassicurante a cui l’umanità si rivolge solo per ottenere qualcosa in cambio. Ma il desiderio dell’Assoluto − ci ammonisce lo Specchio − non si scosta molto dalle altre egoiche brame mondane. «Prego Dio che mi liberi da Dio» predicherà quindi, in perfetta sintonia con la nostra beghina, Meister Eckhart, dicendosi pronto ad accettare qualsiasi cosa gli accada, in un sì pieno alla vita fatto proprio anche dalla coeva Margherita. Soltanto così, svuotandosi da ogni mira e pretesa, l’essere umano può divenire − per dirla con l’Ipponense e l’Aquinate − capax dei: atto a ricevere dio. Questo farsi nulla dell’anima è dunque l’unica condizione per poter divenire colma di tutto – come ribadirà poi Giovanni della Croce – e lieta in sommo grado d’una gioia pacificatrice. Presentazione di Marco Vannini.
Per la prima volta in un unico volume tutto l'universo cinematografico nato attorno alla saga di Conan il barbaro di Robert E. Howard. Dalle grandi produzioni hollywoodiane con Arnold Schwarzenegger alle divertenti e bizzarre imitazioni nostrane di Gunan e i suoi fratelli. Un'opera completa e originale, arricchita con testimonianze inedite.
C'è un modo per guardare se stessi e gli altri? Andrea Magno sperimenta questa ricerca con l'osservazione attenta del mondo che lo circonda, che si trovi in riva al mare, immerso nel silenzio, puntando lo sguardo all'orizzonte, o nel caos di una metropoli. L'introspezione scaturisce da momenti particolari, in cui l'occhio metaforico è rivolto alla propria anima, all'esistenza che palpita in ogni angolo dell'universo. Le mani del poeta scavano nelle onde e nell'aria in cerca di legittima felicità e di necessaria bellezza. Vengono a galla l'attaccamento viscerale alla propria terra, una Sicilia ingiusta ma mai rinnegata, e l'amore per la donna, per il suo corpo, per la sensualità con cui lo nutre. I ricordi, gli istanti presenti, i desideri futuri s'intrecciano armoniosamente, solleticando la mente, svelando i sentimenti. La parola detta le regole del gioco lirico: i versi si rincorrono come i pensieri, conoscono le astuzie metriche, imitano i suoni dell'anima, confezionano immagini pulsanti. Il tragitto è tortuoso, lo spirito non è materia facile da apprendere, ma l'arte, se invocata con il cuore, si prodiga per indicare la via.
Una raccolta eterogenea di documenti rari o inediti, molti dei quali provenienti dagli archivi della Fondazione J. Evola, che integrano ciò che si sa della sua “biografia spirituale”: numerosi carteggi con personalità del Novecento, interviste dimenticate, saggi, lettere dedicate all’arte, bozzetti pubblicati per la prima volta, voci “magiche” bocciate dall’Enciclopedia Treccani, il “manifesto ideale” della rubrica Diorama Filosofico, due capitoli di Rivolta contro il mondo moderno espunti dall’autore nel corso degli anni, un racconto erotico, forse destinato a Playmen, e molto altro. Saggio introduttivo di Joscelyn Godwin.
Questa ricerca che si basa su un paziente spoglio dello sconfinato patrimonio proverbiale italiano, linguistico e dialettale, è uno studio, con un repertorio esemplificativo di un settore dei proverbi che non ha avuto molta attenzione, classificato come tipologia generica di utilità pratica. Il blasone proverbiale invece è una ben individuata e radicata forma paremiologica con la sua qualità, le sue regole e le sue dinamiche, con applicazioni diverse da quelle enunciate dal suo stesso nome. Serve infatti più a marcare le differenze, le distanze, le particolarità, usando preferibilmente i difetti altrui che con le qualità proprie, tra comunità grandi e piccole, più spesso vicine, ma anche lontane, dell’intero Stivale e altrove. Il fenomeno è molto più antico del periodo dell’unità italiana e può dirsi un fenomeno costante del modo di stare insieme delle comunità italiane. È cosa singolare che questo particolarismo ringhiosa non abbia risentito per nulla dello spirito unitario del Risorgimento, se addirittura non si è acuito e consolidato, ignorando l’invito uniamoci, amiamoci di quello che oggi è l’inno nazionale ufficiale. I riflessi antropologici segnalati da questo studio sono notevoli, profondi e anche divertenti, dal momento che scoprono un lato singolare del carattere tipico d’una popolazione che ha più elementi in comune di quanti non vorrebbe avere, tenendo a distanziarsi, smarcarsi, definirsi, mantenendo il proprio stigma, fino all’ultimo paesello della montagna più sperduta. Gl’inni nazionali, chiamati in causa, ci dicono che anche altrove non sono tutte rose e fiori, pur riconoscendo che il periodo più lungo d’unità e convivenza, ha permesso a certi stati una coesione e una concordia maggiore, laddove in Italia si giunge talvolta al parossismo del bisogno di distinguersi. Certi spunti di riflessione sarebbero stati utili anche a figure che si batterono per l’unione senza conoscere neppure la lingua italiana e magari a Cavour, artefice dell’unità senza essere mai stato nel Meridione. Una scorribanda nella storia e nella geografia di questo mondo sorprendente, indefinibile, contraddittorio, la cui vita sociale potrebbe essere individuata da una frase proverbiale che ben ci definisce (l’Italia nonostante tutto è ancora unita) e si dice ironizzando su se stessi: Si deve andar d’accordo a costo di litigare!
Protagonista indiscusso di un gran numero di racconti che provengono dal mondo classico, il mare fa da sfondo a narrazioni che sono diventate essenziali alla costruzione del nostro immaginario. Molteplici e variegati sono gli sguardi che gli antichi hanno posato sulle distese marine, considerandole ora una minaccia, ora una fonte di vita, ora uno spazio della morte, ora un simbolo potente dell'amore. Sempre, comunque, il mare è stato e rimane un'immagine dell'altro, dell'ignoto e dell'inconoscibile. Da lui viene la vita, da lui può venire la morte. Attraverso la lettura di passi estremamente suggestivi, il volume ci accompagna a cogliere le sfumature infinite che il tema del mare presenta, oggi come ieri, guidandoci a una riflessione non solo letteraria ma anche drammaticamente contemporanea, e quindi culturale nel senso più pieno.
C’è un’età della vita in cui si può trovare una voce pura: una voce tra il silenzio e il tuono. Non c’è un altro modo per parlare di sé, forse, quando guardarsi indietro, e dentro, è lo stesso movimento. E tutto, proprio tutto – le gioie, i dolori, la scoperta dell’amore come quella della morte – è in noi con la stessa forza. Attraverso le lettere di un ragazzo che cresce e di un misterioso nonno, Roberto Vecchioni ha scritto il suo romanzo più intimo e struggente.
Questo è un romanzo fatto di lettere, ma non è un romanzo epistolare come gli altri. Si alternano due voci: da una parte c’è lui, Roberto Vecchioni, che racconta a un fantomatico nonno alcuni degli episodi più significativi della sua vita. Li riporta in presa diretta, proprio mentre gli accadono, a dieci, quindici, trenta, ottant’anni. Infanzia, amicizie, studi, canzoni, dolori, amori. Sconfitte e vittorie. Il nonno, dal canto suo, non gli risponde mai: forse non ce n’è bisogno, forse conosce Roberto fin troppo bene. Le sue lettere sono indirizzate ad altri personaggi, veri o immaginari, e affrontano gli argomenti più disparati. Che si tratti di Schubert, di bizzarre teorie sugli ingorghi stradali o di scrittori russi che conosce soltanto lui, ne scrive sempre con la medesima, grandissima passione. E anche se le lettere di Roberto raccontano la storia di una vita – e insieme la storia di un corpo, che sente, ama, si ferisce, si ammala – e quelle del nonno sono puro pensiero, capita di rimanere spiazzati, perché ogni tanto parlano di qualcosa che sembra essere accaduto a entrambi. Di un palco illuminato, ad esempio, e di un uomo che chiede di essere chiamato amore. Ma, soprattutto, della morte di un figlio, e del dolore lacerante che non ti abbandona mai. Cinquantatre lettere, cinquantatre momenti sfolgoranti per catturare «l’ombra sfuggente della verità». In un tempo in cui il prima e il dopo possono confondersi, e persino, forse, illuminarsi a vicenda.
Ci si preoccupa di dare una definizione di pastorale digitale, ritrovandone le opportunità nel magistero dei pontefici. Nel contesto di un mondo che evolve verso società 5.0 si va ben oltre il comunicare con media digitali: viene, cioè, guardata l’infosfera – sfera informazionale, sempre più alimentata da una Rete che si estende e potenzia –, nella quale siamo immersi e che ci colloca in un sistema in cui la separazione tra fisico e digitale è sempre meno definibile. Quali ricadute – in termini di opportunità e rischi – sulla vita dell’uomo e nella pastorale ordinaria? La parola chiave resta discernimento nel suo ascoltare, interpretare, scegliere. A completamento della riflessione, il promuovere buone prassi si traduce nella presentazione di alcune pratiche (ad ex-perimentum o assimilate), nonché di orientamenti di fondo e di una scheda laboratoriale. Il testo vuol dare un quadro unitario alla frammentarietà delle esperienze di pastorale digitale per aprire a creatività e nuove ministerialità, e al dialogo con il mondo economico, politico e finanziario; per evitare sbilanciamenti in termini di tendenze.
“Omosessualità e spiritualità: dagli albori ai nostri giorni” di Rosalba Trabalzini è il nuovo saggio di una psicologa e psicoterapeuta che da anni studia il comportamento umano, cercando di comprenderne il complesso funzionamento. Nella sua precedente opera, “La rabbia. Analisi di cinque casi di violenza” (Meltemi editore, 2022), si addentrava nei meandri di un impulso che, se non educato, può portare a gravi conseguenze, mentre nel suo ultimo saggio si focalizza sulle tematiche dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, prendendo soprattutto in esame l’omosessualità e presentando un discorso che è sia storico che culturale che scientifico. L’autrice utilizza ancora una volta un linguaggio semplice e scorrevole che mette a proprio agio il lettore meno esperto, avvalendosi anche di esempi pratici presi dalla sua professione, e riflettendo quindi su alcuni casi clinici da lei trattati. Molto interessante è l’approfondimento compiuto a livello etologico, e che dimostra come anche nel regno animale l’accoppiamento tra elementi dello stesso sesso sia la normalità – «L’omosessualità è abbastanza comune nel regno animale. Gli studi esistenti riguardano circa millecinquecento specie animali. Sempre più ricercatori nel campo dell’etologia confermano l’omosessualità come pratica permanente in specie che formano coppie stabili […] I giovani leoni maschi spesso si uniscono tra loro prima di lasciare il branco. Gli etologi sostengono che l’attività omosessuale sia un modo per rafforzare l’autostima così necessaria al re della foresta, ma sembra sia anche un modo per garantirsi la lealtà del gruppo […] Gli uccelli, alcuni di loro si accoppiano con un partner per tutta la vita, come i pinguini, le oche e le anatre. Il 4 – 5% delle coppie di questi volatili è omosessuale. Le femmine single depongono le uova nel nido di una coppia omosessuale e sono i maschi a covarle e crescere i piccoli». Un altro punto di forza di questa dissertazione è l’analisi storica relativa a come i vari credi religiosi e le culture antiche abbiano vissuto l’omosessualità fin dagli albori della civiltà: si parte dagli egizi, passando, tanto per citarne alcuni, per i greci e i romani, spostandosi poi verso i nativi americani e approdando infine nella nostra contemporaneità. Completa il saggio una panoramica sulle ricerche biomolecolari e neurobiologiche in materia di disforia di genere, aprendo a domande importanti che ancora non hanno trovato risposte esaurienti, e si conclude il discorso con una serie di riflessioni personali dell’autrice, che auspica che si possa vedere un giorno la nascita di una società equa, che permetta una piena realizzazione dell’individuo a prescindere dal sesso o dall’identità di genere.
Nel 2008, durante la performance artistica “Brides on Tour – Spose in viaggio”, un’artista giovane e forte dei suoi ideali venne assassinata in Turchia. Il suo nome era Giuseppina Pasqualino di Marineo, ma era conosciuta da tutti come Pippa Bacca. Nipote di Piero Manzoni, cresciuta in una famiglia nobile ma tutt’altro che conformista, Pippa viaggiava in autostop, vestiva solo di verde e aveva già all’attivo diverse mostre quando la sua vita fu stroncata. Questo libro, frutto della passione e di un lungo lavoro di ricerca, non si limita a rievocare il caso di cronaca: grazie anche al profondo dialogo con Rosalia, sorella maggiore dell’artista, ricostruisce la vicenda umana e artistica di una donna che ha fatto della fiducia nel prossimo, del suo istinto alla gioia e dell’amore per la libertà il cuore della sua arte – ispirazione, forma e significato di un’espressione di bellezza e di una creatività sempre diretta al coinvolgimento dell’Altro. Giulia Morello ci offre un racconto prezioso come un atto d’amore, che suscita domande e parla alle coscienze.
Nei primi anni Novanta il rock italiano scopre di avere alle spalle un lungo percorso e intravede dinanzi a sé nuovi orizzonti. Ne sono consapevoli i musicisti del Consorzio Suonatori Indipendenti: CSI, in perfetta continuità con l’incarnazione precedente, CCCP Fedeli alla Linea. Lo formano due emiliani, Ferretti e Zamboni, che un tempo erano il suono, le parole, la filosofia dei CCCP. Più due fiorentini, con tre fidi musicisti del loro laboratorio di musiche, che un tempo erano la linfa elettrizzante dei Litfiba. In un paio di mesi dell’estate del 1993, tra la brughiera bretone, le scogliere atlantiche e un casolare pieno di suono, pongono le basi per uno dei dischi più rappresentativi della fine del millennio. Uscirà il 19 gennaio 1994. Titolo emblematico: Ko de mondo. Seguiranno nel 1996 Linea Gotica e l’anno dopo Tabula rasa elettrificata. "CSI" racconta la genesi di questa band dalla vita breve e straordinaria. Sotto l’attenta regia di Donato Zoppo, parlano i protagonisti: Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli, Giorgio Canali, Pino Gulli, Alessandro Gerbi, Ginevra Di Marco, il discografico Stefano Senardi e tanti altri. Il nuovo rock italiano che avrebbe segnato la nostra musica più recente, il nostro costume, la nostra cultura popolare, nasce proprio qui.
I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, sono lieti di annunciare la pubblicazione di una delle voci poetiche contemporanee americane più autorevoli, Alfred Corn con la raccolta di versiTutto ciò che è – Poesie scelte da I ritorni e altre raccolte poetiche con la prefazione di Edmund White e la traduzione di Alfred Corn e Angela D’Ambra. Revisione: Andrea Sirotti
“Alfred Corn è il più europeo fra i poeti americani. Ha tradotto dal tedesco le Elegie duinesi di Rilke, parla francese così bene che i francesi captano un lieve accento e pensano che sia belga, il suo italiano è colloquiale e letterario, conosce tutto di storia dell’arte e di musica, di narrativa e poesia. Una volta, feci con lui un lungo viaggio in auto da Roma a Parigi, e lui non voleva sciupare il tempo, così pensò di insegnarmi a cantare i madrigali, con risultati dubbi. L’ho incontrato a New York, a una festa, negli anni ’60 e parlava francese con Ann Jones, al tempo sua moglie; erano appena tornati da Parigi. Il mio primo, elusivo romanzo, Forgetting Elena, è dedicato a loro. Erano studenti laureati; Alfred faceva ricerca sull’influenza di Melville su Camus. Ann divenne docente di letteratura comparata dedicandosi in particolare all’italiano, e al Rinascimento italiano, francese presso una delle nostre migliori università, la Smith. Divorziarono dopo che Alfred dichiarò di essere gay. Per molti anni ha vissuto con J.D. McClatchy, poeta prolifico e autore di libretti di molte opere americane ben prodotte.
Al è fra i miei più vecchi amici; lo conosco da oltre sessant’anni. Ha scritto undici volumi di poesie, saggi letterari, un libro sulla prosodia, due romanzi, e fatto molte traduzioni di testi poetici. Ed è stato tradotto in una moltitudine di lingue. È stato un accademico, docente di poesia alla Columbia University e in molti altri luoghi. Ha ricevuto lodi da Henry Louis Gates, dal poeta Anthony Hecht e dal nostro più eminente critico di poesia, Harold Bloom che ha dichiarato Corn uno dei principali poeti della sua generazione. Non voglio implicare che Corn sia pedante o “pesante” in senso teutonico. Infatti, come il lettore si renderà subito conto, egli indossa la sua erudizione con leggerezza e il suo tono è colloquiale. Può fare un’affermazione, e poi la sfida con una domanda. Rimarcherà che i cipressi del Lago di Como sono immoti benché battuti dai venti. O interromperà all’improvviso la sua asserzione con un nuovo pensiero. O inizierà a snocciolare imperativi (“O gela! O brucia! O gela!”). Benché la sua dizione sia in genere elevata, può a un tratto farsi demotica in un modo molto inglese. Presumo che molto del nostro “umorismo” linguistico stia in questo salto dall’alto al basso. Ricordo che una volta dissi alla mia insegnante di italiano: “Sono un fanatico di Beethoven”, cosa che la fece ridere, anche se in inglese si può dire “Sono un fanatico della musica di Beethoven” senza che nessuno si accorga del cambio di registro. Come Cole Porter, Alfred Corn è capace di far rimare Spinoza con sub rosa. Può interrompere i suoi versi raffinati, classici con un improvviso urlo: “Cavolo, qualcuno per favore può gettare / Un telo sulla sua gabbia”. È anche un maestro di rime per consonanza che conferiscono alla poesia sia libertà di invenzione sia coerenza di suono. Quando dico che è colloquiale, non voglio suggerire che si dedichi alle banalità delle ciance. Con le sue pregevoli competenze tecniche, può trasportare il lettore in una Grotta Azzurra di bellezza mozzafiato, stranezza (come nella defamiliarizzazione), di luce delicata e trasfigurante. Può esplorare tutte le nostre associazioni col nome Santa Maddalena, tutte, dalla chiesa neoclassica a Parigi alle madeleine di Proust fino all’espressione “Piangeva come una Maddalena.” O in un’altra poesia da virtuoso, Corn giustappone Kafka a Bach. In un’altra lunga poesia ricorda tutte le volte e i luoghi in cui ha visto i dipinti di Vermeer e a che punto era nella sua vita. Corn non è un poeta confessionale. Le sue poesie suggeriscono che i momenti più dolorosi della sua vita giunsero quando le sue relazioni coniugali o di coppia ebbero fine, ma le tracce di quelle ferite profonde sono poche e indirette, senza mai smarrirsi in teatrini confessionali. Nella poesia “Il mantello dell’invisibilità”, il poeta si lamenta di aver dedicato la propria vita allo studio, così generico da lisciviare il suo colore lasciandolo soltanto con “l’albinismo diurno della pagina”. Il momento in cui si avvicina maggiormente all’auto-rivelazione, un’ammissione, è nella grande poesia “E poi vidi”. Vede il proprio cadavere e il modo in cui gli amici lo smembrano, abbandonando solo il cuore. Questa è una poesia che avrebbe potuto scrivere George Herbert. Le sue poesie sovente parlano di eventi storici: per esempio, i turbamenti causati dall’11 settembre in America. Alfred Corn è un poeta infinitamente attento al mondo naturale: è lo Chardin della poesia. Come il cesto di pesche o la ciotola di fragole di Chardin, ci meravigliamo per la verosimiglianza, ma riconosciamo all’istante chi ha visto queste cose in questo modo. (Edmund White)
In copertina: «L’Astronomo» (particolare), dipinto a olio su tela (50×45 cm) di Jan Vermeer
datato 1668 e conservato nel Museo del Louvre di Parigi
In una calda notte di settembre il destino della studentessa ventiduenne Christine Usvaldi incrocerà quello di Giulio Ferrero, affermato neurochirurgo, che soccorrerà la giovane donna giunta in ospedale in seguito a un gravissimo incidente. Il forte trauma le causerà una grave forma di amnesia dissociativa che le farà scordare persino il suo nome. Giulio dovrà fare i conti con l’ormai sopito sentimento paterno, che lo porterà a oltrepassare il ruolo di medico, conducendolo, giorno dopo giorno, a scoprire i misteri che avvolgono la vita di Christine.
Il 5 ottobre 1962 uscivano in contemporanea il primo 45 giri dei Beatles (Love Me Do) e il primo film di James Bond (Dr. No - Licenza di uccidere). Da quel giorno, la cultura pop mondiale non è stata più la stessa: nascevano di fatto i “favolosi anni Sessanta”, il decennio più creativo e stimolante del Novecento. Prendendo spunto da quella coincidenza, il libro (impreziosito da una grafica nello stile dell’epoca e da immagini storiche) ripercorre l’epopea di una stagione che ha visto il mondo della musica, del cinema, delle arti, della moda e del costume subire una scossa di dimensioni gigantesche. Non a caso, in quei giorni il Time definiva Londra “Swinging” mentre Diana Vreeland, direttrice di Vogue, celebrava la capitale inglese come “la città più alla moda del mondo”. Dal brodo primordiale degli anni ’50 sino alla “fine del sogno” nel 1970, l’opera si concentra su quel percorso che ha visto la musica come elemento catalizzatore e catalizzante che ha ispirato e si è fatta ispirare dalle altre forme di espressione artistica, creando così un movimento rivoluzionario e controculturale capace di travolgere il mondo. La musica di Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd, Animals, Kinks, Cream e di tante altre rock band leggendarie è stata la colonna sonora perfetta di quegli anni ed esprime ancora oggi un fascino formidabile di grande attualità.
Fra tuffi in laghi ghiacciati e disastrose ascese sotto la pioggia, paesaggi da romanticismo inglese e playlist improbabili, Marnie e Michael scopriranno di vivere la più inaspettata delle avventure, sull’orlo di una nuova amicizia, o forse qualcosa di più.
«Bellissimo, malinconico, pieno di speranza. Tu sei qui è Nicholls allo stato puro». - Dolly Alderton
«Splendido. Nicholls sa misurare alla perfezione humor e pathos». - Tracy Chevalier
«Tu sei qui racchiude tutte le sfumature tipiche di Nicholls, emozione, ironia, intuizione. Ma pone anche interrogativi fondamentali sull’amore, la vita e la solitudine con una delicatezza ed eleganza senza pari». - Elizabeth Day
«Dalla mente geniale che ci ha regalato Un giorno, una nuova, irresistibile storia d’amore». - Matt Haig
Marnie ha trentotto anni e l’impressione che la vita le stia scivolando tra le dita. Piano piano, amici e amiche hanno preso le loro strade – matrimoni, figli – e ora vivono a Hastings o Stevenage, Cardiff o York, mentre lei è rimasta a Londra, con l’unica compagnia dei suoi libri, litri di tè e un telecomando che non deve condividere con nessuno. Ogni tanto finisce addirittura a dialogare con le uova nel frigo o a interrogare la macchia d’umidità in bagno: «Oh no, ancora tu?» Non che il suo lavoro la immerga nella folla: correggere bozze, per quanto appassionante, la relega spesso al ruolo di consigliera discreta che avvisa l’autore quando ha un pezzo di insalata tra i denti. Michael ha quarantadue anni e non sa bene come rimettere assieme i cocci della sua vita, andata in frantumi quando la moglie lo ha lasciato. Nonostante il mestiere lo porti a trovarsi sempre circondato di persone, perlopiù liceali nelle cui testoline tenta di inculcare la geografia, il suo unico conforto sono lunghe camminate solitarie nella brughiera. Un sedativo naturale di cui ha un bisogno disperato che tuttavia non è compreso da tutti, meno che mai dalla collega e amica Cleo, che si offre continuamente di accompagnarlo. Fino a quando le generose offerte diventano un obbligo senza scampo e Michael si ritrova membro riluttante di una comitiva impegnata in un trekking che attraversa l’Inghilterra da costa a costa, dal Lake District a Robin Hood’s Bay, passando per le verdeggianti Dales e le atmosfere cupe delle Moors spazzate dai venti. Una comitiva di cui fa parte anche Marnie.
L’amicizia è il filo conduttore nelle vite di Siria e Paolo. Il grande affetto che li lega permette loro di affrontare difficoltà e superare ostacoli. Tutto sembra funzionare, fino a quando Siria, invece della fatidica domanda: «Mi vuoi sposare?» si sente dire: «Non ti amo più, ma voglio rimanere tuo amico.» Questo scossone improvviso la porterà ad iniziare una vita diversa. L’entrata in scena di altre persone modifica il rapporto con Paolo e insinua tra loro strane ambiguità, li confonde. L’amicizia per la prima volta vacilla. La vita li mette di fronte a crude realtà. Un turbine di avvenimenti cambia il corso dei destini. Questa è una storia di amicizia e amore, di riscatto (tutti i protagonisti hanno un passato difficile alle spalle, e tutti durante il racconto evolvono e affrontano i propri traumi), di forza di volontà, in cui seguire il cuore è l'unica strada giusta per raggiungere la felicità desiderata. L’affetto che li lega riuscirà ancora a tenerli uniti?
Passato e presente si mescolano, tingendo di sangue le vie di Bologna.
«C’è una tradizione, dentro Il morso del varano, che partendo da Augusto De Angelis passa attraverso Scerbanenco e Loriano Macchiavelli (e mi ci metto anch’io), e arriva qui fino a William Bavone. Il primo aggettivo che mi viene in mente è caldo, perché è così questa storia, avvolgente. Il secondo è inquietante. Il terzo è sorprendente, perché – giuro – che finisse così, questa storia, non me lo immaginavo proprio. E mi è piaciuto.» - Carlo Lucarelli
Filippo Stefanini, giudice di Bologna, viene ucciso da un misterioso assassino. L'indagine si preannuncia delicata e difficile, sia per il ruolo ricoperto dalla vittima sia perché non sono state lasciate tracce sulla scena del delitto. Il PM decide di mettere subito al lavoro sul caso l'ispettore Nico De Luca, conosciuto come il “Salentino Albino”, un pugliese arrivato in Emilia per seguire le proprie ambizioni professionali, ma anche per allontanarsi dal suo passato. De Luca ha con sé Giulia, una nipote universitaria che gli causa non pochi problemi. E mentre il loro rapporto diventa sempre più teso, l'indagine si complica ulteriormente: un nuovo omicidio terrorizza la città. Questa volta il corpo senza vita è quello di un ex poliziotto, Giorgio Spiga. Inizialmente i due omicidi non sembrano collegati, ma un insospettabile fil rouge li unisce. Riuscirà De Luca a sciogliere il nodo della matassa in tempo e a fermare la scia di sangue che serpeggia inesorabile per le strade di Bologna?
Libro presentato da Serena Dandini nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2024.
Un giorno ti dirò tutto coniuga sapientemente pagine drammatiche e scene esilaranti, realismo e situazioni surreali. È un romanzo fatto di amore, di dolore, di memoria, di speranza, una meditazione sul fallimento e su come sopravvivergli, con o senza riscatto.
Laura ha sei anni quando i suoi genitori decidono di trasferirsi dal loro quartiere residenziale di Roma Nord al Laurentino 38, esperimento presto fallito di edilizia popolare a sud della capitale, uno dei luoghi più malfamati d’Italia. Perché i loro figli devono stare a contatto con la “vita vera”, non devono “crescere nella bambagia”. E la vita vera è lì ad accoglierli, tra eroinomani che si trascinano sofferenti e ragazzini delle medie pronti a squagliarti la faccia sulla fiamma di una candela. Laura prova a mimetizzarsi, a cantare con gli altri «Un due tre viva Pinochet». Ma, come ogni maschera, anche la sua cade, e dovrà pagare il conto per quel tentativo di fingersi quello che non era. Anni dopo, grazie a un documentario scoprirà che fine hanno fatto i persecutori che tanto l’avevano terrorizzata. Da lì potrà ricostruire la sua storia e quella della sua famiglia, cercare di capire da cosa viene quel senso di inadeguatezza che ancora oggi, che ha un lavoro che le piace e una figlia che ama, non la abbandona. La sensazione che ci sia ancora chi è pronto a smascherarla e fargliela pagare. Con il suo romanzo di esordio Laura Buffoni entra a far parte del gruppo di scrittrici contemporanee che hanno fatto della propria biografia, con i suoi grandi traumi e le sue gioie piccole e fondamentali, letteratura, da Rachel Cusk a Dolly Alderton, da Lena Dunham a Joan Didion.
Proposto da Serena Dandini al Premio Strega 2024 con la seguente motivazione:
«Laura Buffoni, al suo romanzo d’esordio, mostra grande talento e consapevolezza letteraria, nella capacità di utilizzare forme diverse di scrittura e di cambiare repentinamente tonalità. Un giorno ti dirò tutto parte da uno spunto autobiografico drammatico e sa mutarsi in romanzo di formazione, riflessione filosofica, racconto del presente, alternando momenti lirici e lapidarie, incursioni ironiche, divagazioni saggistiche e commedia umana, senza mai perdere freschezza ed energia. È un libro spiazzante e coraggioso, che sa divertire, produrre pensiero ed emozionare. Per tutti questi motivi ho deciso di proporre la sua partecipazione al Premio Strega.»
Dolente e amara è la Cuba di Ariel Fonseca Rivero, trentottenne scrittore di Sancti Spiritus, nato e cresciuto nella periferia cubana dei tristi condomini in stile sovietico e delle basse case unifamiliari di cemento in cui alligna il microcosmo della sua Cuba quotidiana. Solitudini di donne che lottano, soffrono, si disperano. Coppie logorate dal tempo e dalla povertà, fragili eroi dalla vita complicata raccontati con una scrittura diretta e nitida, niente a che vedere con lo stile ridondante e pittoresco degli autori caraibici a cui siamo abituati. Una scrittura di sottrazione, quasi afona, prosciugata sulla scacchiera sporca della vita di una Cuba sempre più con il portafoglio vuoto.
«Un romanzo in cui perdersi completamente.»-Stephen King
Fondato dal misterioso genio noto come il Designer, l’arcipelago di Prospera è nascosto dagli orrori di un mondo esterno ormai in declino. Su quest’isola paradisiaca, i fortunati cittadini godono di vite lunghe e appaganti fino a quando i monitor incastonati nei loro avambracci, destinati a misurare il loro benessere fisico e psicologico, scendono sotto il 10%. A quel punto si ritirano, imbarcandosi su un traghetto per l’isola conosciuta come Nursery, dove la loro memoria viene cancellata e i loro corpi deteriorati vengono rinnovati in modo da ricominciare una nuova vita. Proctor Bennett ha una carriera soddisfacente come traghettatore, accompagnando le persone nel processo di pensionamento. Ma c’è qualcosa che non va in lui. In primo luogo, sogna, cosa che si suppone sia impossibile a Prospera. In secondo luogo, la percentuale sul monitor incastonato nel suo braccio ha iniziato a diminuire in modo allarmante. E nel giorno in cui viene convocato per traghettare il proprio padre, quest’ultimo gli consegna un criptico messaggio dai risvolti inquietanti. Nel frattempo, il personale di supporto, uomini e donne comuni che forniscono la manodopera necessaria al funzionamento di Prospera, ha iniziato a mettere in discussione il proprio posto nell’ordine sociale. Con i disordini aumentano, si diffondono sempre di più voci su un gruppo di ribelli che potrebbe scatenare una rivoluzione. Ben presto, Proctor si ritrova a mettere in discussione tutto ciò in cui credeva, invischiato in una causa molto più grande di lui e in una missione disperata alla ricerca della verità.
Pagine intrise di intimità, il romanzo più personale e autobiografico della pluripremiata e amatissima autrice belga.
Lo psicopompo è una figura centrale in molte mitologie e religioni, è l'entità che accompagna le anime dalla vita alla morte o viceversa. Amélie Nothomb nel suo trentaduesimo romanzo – già selezionato per il Prix Littéraire "Le Monde" 2023 – ci racconta del suo amore per gli uccelli e per il loro volo, della sua infanzia errabonda al seguito del padre diplomatico, della violenza subita appena dodicenne sulla rinomata spiaggia di Cox's Bazar in Bangladesh, della difficoltà di elaborare il trauma, dell'anoressia come occasione di resurrezione, del potere salvifico della scrittura e della severa disciplina con cui vi si dedica
I protagonisti di questa storia appartengono a quella generazione nata un po’ prima, durante o subito dopo la seconda guerra mondiale; una generazione che, sottoponendosi a disagi e sacrifici, non solo ha realizzato se stessa ma è stata artefice delle grandi trasformazioni sociali, culturali ed economiche che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento. “La scuola è stata il nostro ideale. Abbiamo studiato perché i nostri genitori avevano sempre torto, abbiamo studiato perché a guardia delle nostre case c’era seduta la povertà; abbiamo studiato perché portavamo vivo nell’animo il fuoco delle bombe. Ogni giorno abbiamo chiesto ai libri come è composto questo mondo; ogni giorno abbiamo chiesto dov’è la via che conduce alla verità”.
In un mondo post-apocalittico invecchiare significa morire o diventare un senza-sonno, un mostro cannibale simile agli zombie dei B-Movies degli anni ‘80, mentre gli adolescenti si danno appuntamento al Satan’s Grill, un fast food in stile diner Americano, loro rifugio notturno dove socializzano e pianificano il viaggio verso la salvezza. Si incontrano a ogni calar del sole, ma stanotte qualcosa è cambiato.
Da sempre affascinata dal mistero e naturalmente incline alla ricerca della verità, Emma, psicologa specializzata in criminologia, si iscrive a un concorso per entrare in polizia e lo vince. La sua è una carriera brillante che in pochissimo tempo la porta a diventare il commissario capo Emma Antinori. Le viene affidata una sede in Toscana, a Firenze, e si trova ad affrontare numerosi casi di crimine, di omicidi, di delitti atroci che scuotono non solo la città dove lei lavora, ma anche l'intera nazione. Diventa uno dei riferimenti più importanti per le ricerche investigative grazie alla sua capacità intuitiva. Collabora con i maggiori esperti nel campo della criminologia ed è spesso chiamata nelle scene dei delitti più complicati. La sua vita si snoda tra intrighi, atmosfere cupe e personaggi enigmatici, che la fanno immergere sempre di più nei luoghi bui dell'anima.
Roma, 2017. Nelle sale ormai abbandonate dell’ex ospedale Forlanini, la giovane Nadja si imbatte in un cadavere con evidenti segni di tortura: la mano destra mozzata e l’addome svuotato, senza fegato. Un macabro rituale che si ripete nei giorni successivi, quando vengono rinvenute altre vittime di quello che i media battezzano come “l’Epatologo”. Incaricato delle indagini, il commissario Di Vincenzo coinvolge il criminologo ligure Danti per districare la matassa con i mezzi del profiling e dell’antropologia forense. Presto gli investigatori capiranno che per interpretare il modus operandi del serial killer devono scavare in un passato sanguinoso, popolato da oscuri segreti che dalla capitale sembrano condurre verso i boschi dei colli Albani e le acque del lago di Nemi. Una caccia all’uomo in cui le loro strade s’incroceranno ancora una volta con quella di Nadja, ragazza dalla doppia vita, elusiva e impenetrabile come i suoi occhi di due colori differenti.
La Corea del Nord può essere considerata come uno degli ultimi regni proibiti del mondo, ermeticamente chiusa all’interno dei suoi confini e governata dai suoi riti e dalle sue leggi, che spesso sfuggono alla conoscenza dei più. Si tratta tuttora di un Paese avvolto dal mistero, che si fatica a decifrare, e che ha subito il dramma della divisione e del distacco, che risente delle sue tensioni interne e delle sue contraddizioni irrisolte. Nel ripercorrere la storia di quello che può essere a buon diritto considerato come l’ultimo “regno eremita”, questo libro cerca per la prima volta di gettare nuova luce sul governo della dinastia Kim, spiegandone l’evoluzione e le credenze, le consuetudini sociali e i rituali del potere. Si tratta di un viaggio in una cultura distante, gelosamente custodita dai suoi creatori e perennemente sospesa tra la necessità di guardare al futuro e la volontà di riscoprire i secoli remoti del proprio passato. Il regime di Pyongyang non è infatti solo l’ultimo totalitarismo socialista del mondo, ma è molto di più: è il governo dei leader eterni, e dell’idea di juche, dell’auto-sufficienza, e della riscoperta dell’Oriente nell’illusione di poter bastare a sé stessi, in attesa di una nuova era.