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Evidenzia Libri - Libri e dintorni news

Notizie su Libri e Festival Letterari

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    sabato 7 gennaio 2012

    “Ricordi sott’odio” di Indro Montanelli: epitaffi di un’Italia che non c’è più di Roberto Martalò























    A dieci dalla morte, Rizzoli pubblica “Ricordi sott’odio – Ritratti taglienti per cadaveri eccellenti” di Indro Montanelli. Curato da Marcello Staglieno, amico e collaboratore del giornalista, il libro raccoglie diversi epitaffi scritti da Montanelli a partire dagli anni ’50 e “dedicati” a personaggi viventi dell’epoca, molti dei quali hanno segnato profondamente la storia e la cultura italiana.
    Scritti per gioco in diverse occasioni con gli amici storici Longanesi, Prezzolini, Ansaldo, Maccari, Missiroli, Staglieno, gli epitaffi montanelliani costituiscono probabilmente l’unico caso di questo particolare genere letterario in Italia e danno il perfetto quadro dell’Italia del secondo dopoguerra, alle prese non solo con la ricostruzione e il boom economico, ma anche con il dover affrontare la questione della responsabilità morale. Un’Italia divisa in due parti, tra ex fascisti e antifascisti, tra sinistra e destra, che si guardano con sospetto e circospezione.
    Anarchico sui generis per sua definizione, Montanelli racchiude nei suoi epitaffi la propria visione dell’Italia dell’epoca e il suo carattere polemico e sarcastico, da toscanaccio tipico. Spesso dissacranti e beffardi, in qualche caso rispettosi, sono tutti piccoli componimenti che rispecchiano lo stile del celebre giornalista e la sua caratteristica retorica diretta e senza peli sulla lingua. Ne emerge il ritratto di un uomo che, pur frequentando i salotti nobili e borghesi di Milano e di Roma e pur essendo circondato da artisti, ricchi uomini di affari e intellettuali di varia estrazione, resta sempre un solitario. Un uomo che ha affascinato amici e nemici (e da alcuni di questi ne è rimasto affascinato, sebbene il suo carattere gli impedirà candide ammissioni in tal senso) e che, nonostante sia stato criticato da tutti, è sempre rimasto coerente con se stesso. Soprattutto, un uomo che ha saputo parlare al e con il suo pubblico.
    “Ritratti sott’odio” è un libro che merita di essere letto non tanto per la valenza letteraria, comunque apprezzabile, ma soprattutto perché costituisce memoria storica del Paese, riportando alla luce personaggi e, talvolta, fatti dimenticati, se non addirittura sconosciuti, dalle generazioni contemporanee. Un libro certamente singolare, da collezione per chi ama la letteratura montanelliana oppure per chi gradisce avere una biblioteca di testi originali e inconsueti.

    Ricordi sott’odio di Indro Montanelli (a cura di Marcello Staglieno) Rizzoli, 219 pag, 17€

    venerdì 6 gennaio 2012

    MANI BUCATE di Marco Cobianchi (CHIARELETTERE)






















    Un fiume di soldi alle imprese e l’Italia va a picco. Perché? Questo libro entra nell’incredibile mondo delle aziende mantenute dallo Stato. Per la prima volta racconta, facendo nomi e cognomi, decine di storie di società, banche e multinazionali che hanno incassato miliardi di euro pubblici spesso senza produrre né crescita né occupazione. Fiat, Pirelli, la Saras dei Moratti e le industrie sarde (Portovesme,Vinyls,Ila, Alcoa).Ma anche giornali, radio e tv; tutto il mondo del cinema, compresi cinepanettoni e film in 3D; agricoltura e allevamento (8 milioni dei contribuenti sono serviti ai grandi marchi per farsi pubblicità), compagnie aeree, hotel e perfino skilift. Banca d’Italia e Corte dei conti sono netti: gli aiuti sono inutili. Tutti i soldi a favore del Sud hanno generato un aumento del Pil di appena lo 0,25 per cento all’anno. Poche eccellenze, molti miliardi buttati via. Eppure ogni cosa è sussidiata. Tutto quello che compriamo l’abbiamo pagato due volte, alla cassa e già prima con le tasse. Quello che gli italiani versano alle aziende è un contributo invisibile, fatto di migliaia di leggi che concedono agevolazioni fiscali, soldi a fondo perduto, garanzie sui prestiti. Con le tasse si alimentano clientele e basi elettorali. Negli ultimi dieci anni sono state avviate dall’Unione europea quasi 40.000 pratiche per aiuti italiani potenzialmente illegali. Perfino la mafia è sussidiata dallo Stato. I soldi pubblici vengono usati dalle aziende per pagare i debiti. Altre volte lo Stato paga per nuove assunzioni, ma i posti di lavoro scompaiono appena finiscono i sussidi. La politica tace. Questo sistema è alla base del declino italiano.

    Marco Cobianchi è giornalista di “Panorama” e da sempre si occupa di economia. Per scrivere questo libro ha letto centinaia di pagine di documenti europei, rapporti di spesa, gazzette ufficiali nazionali, regionali, comunitarie e molto altro. Documenti tecnici, per lo più sconosciuti ma che gli hanno permesso di compiere uno straordinario viaggio nel cuore di un sistema economico che non è liberale, non è statalista ma sussidiato. È autore anche di BLUFF. PERCHÉ GLI ECONOMISTI NON HANNO PREVISTO LA CRISI E CONTINUANO A NON CAPIRCI NIENTE (Orme, 2009). http://manibucate.com/

    giovedì 5 gennaio 2012

    Esce oggi in libreria per Newton Compton Amore Zucchero e Cannella di Amy Bratley





















    C’è un solo rimedio per alleviarele pene d’amore: i buoni, vecchi consigli della nonna. Juliet aspetta da unavita questo momento. Finalmente una casa da dividere con Simon, un vero eproprio nido d’amore pieno di piante di cui prendersi cura e invaso da profumidi torte appena sfornate. Ma il sogno è destinato a svanire: la prima notte nelnuovo appartamento, Juliet scopre che Simon l’ha tradita con la sua miglioreamica. Il suo cuore è a pezzi, il dolore insopportabile, quella casa tantodesiderata d’improvviso è ostile. Niente pare esserle d’aiuto. Finché ungiorno, rovistando tra le scatole ancora da aprire, Juliet s’imbatte nei vecchilibri della dolce nonna Violet, con cui è cresciuta dopo che la madre l’haabbandonata. In quelle pagine ingiallite, ricche di preziosi consigli e pienedi appunti, Juliet sembra trovare il conforto di cui è in cerca: forse lì c’èquel che serve per tornare ad amare la sua nuova casa e a curarla come avrebbefatto un tempo sua nonna, ricette segrete per dimenticare ai fornelli chi l’hafatta soffrire, o tanti modelli di carta che attendono solo le sue mani, pertrasformarsi in splendidi foulard, copricuscini, grembiuli pieni di pizzi. Maun giorno, nascosta tra quelle pagine degli anni Sessanta, Juliet trova unalettera. Una lettera che parla di qualcuno di cui lei ignorava l’esistenza… Ilpassato sembra riaffiorare e portare con sé un alone di mistero. E se riviverlo fosse l’unico modo per ritrovare se stessa e lasciarsi andare a un nuovo amore? Che cos’è la felicità? Una casa, con dentro le persone che ami.

    potete leggere le prime 37 pagine del libro Amore, zucchero e cannella su 10 righe dai libri

    mercoledì 4 gennaio 2012

    Il meglio di me di Nicholas Sparks (Frassinelli)
























    Tutti volevano credere che si potesse amare per sempre. Lei ci aveva creduto una volta, aveva diciotto anni... Nella primavera del 1984, quando frequentavano il liceo, Amanda e Dawson si erano innamorati: profondamente, irrevocabilmente. Nonostante appartenessero a due mondi opposti, il loro amore sembrava tanto grande da sfidare le regole della vita di Oriental, la cittadina del North Carolina dove erano cresciuti. Dawson, segnato dalla violenza della sua famiglia, pensava che il sentimento per Amanda lo avrebbe riscattato da un destino di solitudine e infelicità. Per lei, Dawson era uno spirito libero e appassionato, tutto quello che la sua rigida educazione di ragazza perfetta le aveva negato. Ma alla fine di quell'ultima estate, imprevedibile e fulminea come un temporale d'agosto, le loro strade si erano bruscamente divise. Ora, venticinque anni dopo, Amanda e Dawson si ritrovano a Oriental per il funerale di Tuck, il vecchio amico che un tempo aveva dato rifugio alla loro giovane passione. Nessuno dei due ha avuto la vita che sperava... e nessuno dei due ha dimenticato il primo sconvolgente amore che li aveva cambiati per sempre. Mentre eseguono le ultime volontà di Tuck, espresse in due lettere, scoprono in quelle pagine verità impensabili su chi è rimasto, chi se n'è andato e soprattutto sul loro legame. Costretti ad affrontare ricordi dolorosi, Amanda e Dawson verranno a conoscere i veri motivi delle scelte fatte nel passato. Si buttano giù come un bicchiere d’acqua fresca e cristallina, i romanzi di Nicholas Sparks. Forse perché l’autore è un maestro del Romance con all’attivo ben diciotto romanzi tradotti in più di quaranta lingue, forse perché i suoi ambienti e personaggi, più volte trasposti per il cinema e la tv, sono entrati ormai nell’immaginario collettivo. Di certo leggendo la sua prosa sciolta e ammiccante non ci stupisce il suo successo da 80 milioni di copie. Protagonista assoluta, anche in questo caso come in molti suoi romanzi, è una certa periferia americana: piccole città che orbitano intorno ai grandi centri urbani, dove le persone conservano i valori della tradizione anglosassone e i destini delle famiglie si incrociano creando storie e imperi commerciali. La piccola cittadina di Oriental, in North Carolina, non fa eccezione. Da quelle parti tutti conoscono la storia dei Cole, la famiglia di Dawson, una vera e propria dinastia di piccoli delinquenti, a partire dal padre e dagli zii, per finire ai numerosi cugini maschi, cresciuti in un ambiente violento e selvaggio, abbandonati al loro destino di alcolizzati e avanzi di galera. Ma Dawson è diverso. Figlio di una madre sconosciuta, presto decide di sfuggire alle angherie di suo padre e dei suoi cugini maggiori per stabilirsi nel garage di Tuck. Anche lui è un uomo solo e taciturno, vedovo da qualche anno, non ha molto da offrire a quel ragazzino scappato di casa, ma ogni tanto gli lascia riparare qualche vecchia auto e gli allunga un piatto di minestra. I due uomini non hanno mai fatto delle lunghe chiacchierate, ma si sono sempre capiti fino in fondo, forse perché nel loro cuore pesa lo stesso macigno.
    Come abbia fatto Amanda, figlia di ottima famiglia, la più bella ragazza di Oriental, dolce, brillante e con un promettente avvenire, a mescolare la sua vita con quella di Dawson è un mistero che solo un maestro come Nicholas Sparks può spiegare. Tra le pagine di questo trascinante romanzo vediamo come un amore incondizionato riesca a crescere anche nelle situazioni più difficili, vediamo due giovani disposti a rinunciare a tutto pur di stare insieme, ma anche l’inevitabile separazione, la sofferenza e la malinconia che attanaglierà i loro cuori malgrado il passare degli anni.
    Sarà la morte del vecchio Tuck, a distanza di venticinque anni dal loro addio, a riportare i due ragazzi, ormai adulti, nei luoghi della loro unione, dove rivivranno le emozioni e le paure che sembravano ormai seppellite. Decidere di assecondare i propri desideri o far prevalere la razionalità? Sarà una lunga lettera di Tuck a stabilire la rotta, un’eredità che nessuno si sarebbe mai aspettato e che forse cambierà le loro vite per sempre.

    martedì 3 gennaio 2012

    Sprofondo Nord, di Giovanni Giovannetti (Effigie) e Santi padroni padani. Dieci vite di patroni di città padane s'intrecciano con le storie di dieci migranti, di Tiziano Colombi (Effigie). Intervento di Nunzio Festa
























    La coraggiosa e intraprendente casa editrice Effigie inventa la collana “I Fiammiferi del Primo Amore”, che s'assume il compito d'ospitare opere del soggetti attivo, appunto, Il Primo Amore, spazio telematico e quindi luogo di confronto, persino, che a sua volta, anzi ovviamente prima, s'assume il compito di coltivare il seme del dubbio e le ragioni della criticità. Dunque “Sprofondo Nord” è il reportage del fotografo e giornalista Giovanni Giovannetti, firma che sappiamo appunto per gli scatti di grandissima esperienza e indubbio valore. Uno scritto che prende il Settentrione sotto analisi. Ovvero, allora, e reagendo, quando le mosse della magistratura si fanno ancora più recenti e soprattutto più palesi. A Pavia, allora, dopo anni di sotterranee quanto plateali magagne dell'illecito, un giro di manette afferra un giro di personcine: l'imprenditore, l'avvocato, il manager della sanità. Come fossimo in un film. Alla stregua d'una pellicola cinematografica d'un certo e preciso tipo. Tutti accusati d'associazione a delinquere di stampo mafioso. Per giunta. Intrallazzi che però sanno, essenzialmente, di 'ndrangheta. Con, appunto, l'avvocato di turno a tirare i giochetti. Qui il disegno, puntuale, della contiguità, esemplare tra l'altro, tra sistema politico-affaristico illegale e sistema politico criminale della 'ndrangheta a Nord. Un connubio che, se fossimo in un Paese davvero, come dicono certi, 'serio', metterebbe per sempre a tacere le “mire” di superiorità della Lega. Giovannetti ha il merito, diciamo, di descrivere il suo Nord facendosi descrivere, cioè opponendo resistenza a una logica che vige negli imperi del centro-sinistra e in quelli del centro-destra. Del Nord. Altro che Meridione malato. E' l'Italia, sappiamo da tempo, a esser malata. L'altro schiaffo ai leghisti tutti, continuiamo, senza comunque scordarci che la lega non è soltanto la lega nord, l'assesta “Santi padroni padani” di Tiziano Colombi, altra opera dei Fiammiferi, proprio, che in questo caso fa un piccolo elenco narrativo, per così dire, dei santi nordisti che più dei definiti “clandestini” oggi erano migranti. Per dire: “cos'hanno in comune una prostituta tunisina e Santa Giulia di Brescia? Cos'hanno in comune un clandestino egiziano e Sant'Alessandro di Bergamo? E un parcheggiatore abusivo e San Zeno di Verona? E il naufragio di una giovane clandestina egiziana e Santa Fosca di Torcello? E il Battesimo di Sant'Agostino nel Naviglio di Milano? E la vendita all'asta di San Teonisto a Treviso? E la maratona di Santa Giustina a Padova? E Ario al giuramento di Pontida? E un generale egiziano a St. Moritz?”. Una narrazione per “riflettere sulle origini nordafricane della cristianità”. Alla faccia dei razzisti. Perché si deve, ancora, in un certo senso aprire in Nord almeno quant'è aperto il Sud.  

    lunedì 2 gennaio 2012

    “Cento per cento”: la vita si svolge su un grande ring. Intervento di Roberto Martalò























    Incassare e attaccare, poi incassare ancora, aspettando il momento giusto, lo spiraglio per piazzare il colpo del KO e uscire dalla lotta da vincitore, a testa alta. Un incontro di boxe è una splendida metafora della vita; “Cento per cento” di Sacha Naspini è un omaggio a questa visione: la vita spesso ti mette alle corde e sei costretto a tenere alta la guardia e a evitare di prenderle per andare giù. Solo se sei uno vero, un cento per cento, sarai in grado di resistere e di uscire da trionfatore dalle sfide che ti si parano davanti.
    Dino Carrisi a questa filosofia ci crede moltissimo: ex campione del mondo di pugilato, ha sempre concepito la propria esistenza come un lungo interminabile round, durante il quale l’importante è stato difendersi dai colpi brutali che il destino gli riservava per poi andare sempre al contrattacco. Dopo vent’anni trascorsi in galera per l’omicidio della moglie, ritiratosi nel silenzio della sua casa in montagna, il pugile italoamericano decide di raccontare la propria biografia in un’intervista-documentario concessa al giornalista televisivo Dean La Palma. Un racconto che parte dalle origini da pugile negli incontri clandestini, con continui colpi di scena che stenderanno tutti. Soprattutto, un racconto segnato da una sola, grande convinzione: “Sono nato pugile, con la testa da pugile, il modo di camminare da pugile e tutto il resto. Al cento per cento. Non al settanta o al novantanove. Al cento per cento, signori miei”.
    Sacha Naspini scrive un piccolo romanzo veramente appassionante, dal ritmo incalzante. Un libro che ti sorprende fino all’ultimo e che ha il merito di non essere mai banale, pur appartenendo formalmente a un genere già sperimentato tanto nella letteratura quanto nel cinema. Efficace l’idea di utilizzare uno stile da documentario, con l’intervista che ha molto il sapore della verità. Il lettore, infatti, inizialmente aspetta di capire se quella di Carrisi sia una storia vera (ci sono sicuramente dei richiami a figure leggendarie della boxe, Monzon tra gli altri) o pura finzione, rimane sospeso tra l’autenticità e la verosimiglianza. È proprio questo che lo spinge ad andare avanti, a continuare a leggere.
    Un’ultima considerazione sulla narrazione: anche questa rispecchia la catena ritmica dell’incassare e aspettare. Naspini sa quando assestare il colpo vincente e quello finale è veramente da KO.

    Cento per cento di Sacha Naspini
    Perdisapop editore, 107 pag, 9 €

    domenica 1 gennaio 2012

    L’estate alla fine del secolo di Fabio Geda (Dalai)























    Nell'estate del 1999 un nonno e un nipote si incontrano per la prima volta, dopo che una lunga serie di incomprensioni li ha tenuti distanti. Il nonno, ebreo, nato il diciassette novembre 1938, giorno in cui in Italia vengono promulgate le leggi razziali, ha trascorso la propria vita senza sentirsi autorizzato a esistere. Andato in pensione al termine di una brillante carriera come consulente, si ritira nella borgata di montagna dove durante la guerra si era rifugiato con la sua famiglia e dove vuole morire. Il ragazzino, un preadolescente sensibile ed estroverso, appassionato di fumetti, che viene affidato a lui perché il padre, malato, deve sottoporsi a una delicata terapia, entra in quella che potrebbe essere la sua ultima stagione in modo perentorio e imprevisto. Così, mentre sulle rive del lago artificiale in cui si specchia il paesino il giovane verrà in contatto con il proprio passato e con il proprio futuro, il nonno riceverà, tramite lui, quell'iniziazione gioiosa alla vita che la Storia gli aveva negato, riuscendo, forse, al crepuscolo del secolo, a non essere più un fantasma.


    sabato 31 dicembre 2011

    Come fece come non fece a Lecce 1 | 3 gennaio 2012 presso lo ShowRoom Limone





    La casa editrice Kurumuny, il primo gennaio 2012 presenta il libro a cura di Luigi Chiriatti ed Egidio Marullo dal titolo "Come fece come non fece" alle ore 19.00 a Lecce
    presso lo Show room Limone illuminazione in via XXV Luglio per cominciare insieme il nuovo anno con una bella favola  in barba a quanti vogliono far vivere solo brutte storie!
    "Come fece come non fece" è una raccolta di fiabe fatte di immagini, luoghi, atmosfere, suoni di paesi e città, voci di uomini e di animali, odori antichi di case umili o profumi esotici di sfarzosi castelli, di malìe e incantamenti alla controra. Immagini lontane, nel tempo e nello spazio, di principi e principesse che vivono e rivivono tra gli ulivi contorti e tra gli spinosi fichi d'India. Dietro ogni favola c'è il volto rugoso di un vecchio che fu bambino, la sua voce sfiatata e i gesti delle sue mani nod Come fece come non fece è una raccolta di fiabe fatte di immagini, luoghi, atmosfere, suoni di paesi e città, voci di uomini e di animali, odori antichi di case umili o profumi esotici di sfarzosi castelli, di malìe e incantamenti alla controra. Immagini lontane, nel tempo e nello spazio, di principi e principesse che vivono e rivivono tra gli ulivi contorti e tra gli spinosi fichi d'India. Dietro ogni favola c'è il volto rugoso di un vecchio che fu bambino, la sua voce sfiatata e i gesti delle sue mani nodose che raccontano storie vere, camuffate da fiabe. Un libro attraverso cui i bambini possono apprendere gli strumenti per affrontare la vita, perché si narra di grandi difficoltà e pericoli da superare, di magie e incantesimi buoni e cattivi, di viaggi straordinari; ma Come fece come non fece è anche un libro per gli adulti che possono svegliare i ricordi custoditi in un angolo della memoria e ritrovare il tempo in cui furono bambini attraverso la fascinazione di un racconto. Le favole qui pubblicate fanno parte di un lavoro di ricerca e documentazione più ampio e complesso condotto dall'autore sulla cultura orale salentina. Le favole sono state registrate direttamente dalla viva voce dei narratori in dialetto salentino e sono state trascritte mediante una traduzione libera dove si combinano le immagini e i giri di frase più espressivi caratteristici della lingua dialettale con un impianto linguistico italiano, in questo modo la lingua è parte integrante del paesaggio perché contribuisce in modo determinante a identificare i luoghi in cui si svolgono le azioni e i personaggi stessi delle favole. ose che raccontano storie vere, camuffate da fiabe. Un libro attraverso cui i bambini possono apprendere gli strumenti per affrontare la vita, perché si narra di grandi difficoltà e pericoli da superare, di magie e incantesimi buoni e cattivi, di viaggi straordinari; ma Come fece come non fece è anche un libro per gli adulti che possono svegliare i ricordi custoditi in un angolo della memoria e ritrovare il tempo in cui furono bambini attraverso la fascinazione di un racconto. Le favole qui pubblicate fanno parte di un lavoro di ricerca e documentazione più ampio e complesso condotto dall'autore sulla cultura orale salentina. Le favole sono state registrate direttamente dalla viva voce dei narratori in dialetto salentino e sono state trascritte mediante una traduzione libera dove si combinano le immagini e i giri di frase più espressivi caratteristici della lingua dialettale con un impianto linguistico italiano, in questo modo la lingua è parte integrante del paesaggio perché contribuisce in modo determinante a identificare i luoghi in cui si svolgono le azioni e i personaggi stessi delle favole.

    Barthes Roland (AA. VV.) a cura e con introduzione di Filippo La Porta, con scritti di Gianfranco Marrone, Matteo Marchesini, Caterina Selvaggi, Luca Doninelli, Jean-Marc Mandosio, Stefano Gallerani e Giogrio Patrizi (Gaffi Editore). Intervento di Nunzio Festa























    Roland Barthes chi era costui? Riferimento per decine, anzi in certi casi flotte d'intellettuali, il francese Roland Barthes pare non ispiri come una volta. Ma l'opera del critico e semiotico e filosofo, almeno, interessa ancora al "critico militante" Filippo La Porta. Che in "Barhes, Roland" ci mette una densa e articolata introduzione, per dare il via a un'antologia che porta pensieri al pensiero estemporaneo. E per tornare sulle "mitologie del contemporaneo", La Porta ha chiesto parole di giovani penne del valore di Gallerani e Marchesini, d'esperti alla Mandosio e Marrone, e così via. Per fare una raccolta disomogenea ma che parla d'una certa omogeneità. Passeggiando, appunto, nelle preferenze degli studiosi e 'appassionati' (vedi Doninelli - Luca - ): per esempio: autore del breve intervento titolato "Madri": righe che mettono in parallelo il francese a Testori. Quindi se per il filosofo Marrone due Barthes non esistono, è proprio La Porta a spiegare, invece, quale dei due 'preferisce' - che per lui ne estino proprio due, diciamo. Senza entrare nei particolari degli scritti, però, possiamo già dire che questo libro va nella direzione recentemente e nuovamente auspicata da Berardinelli, cioé fa discutere su intellettuali che da decenni parevano essere stati messi fuori dall'interesse generale. E rivediamo, dunque, quel Barthes che diventò proprio il massimo rappresentante dello Strutturalismo. Ma lui, spiega sempre A. Berardinelli in un'interessantissima recensione al piccolo lavoro collettivo "né voleva essere un filosofo, neppure un filosofo esistenzialista. Era più sfuggente, aborriva e temeva i concetti nitidi, scriveva in una prosa dominata da un enigmatico, ossessivo istinto a sottrarsi, a retrocedere dalla chiarezza e distinzione delle idee preferendo gli indefiniti territori prelinguistici, l’esperienza incondizionata, non verbalizzata, allo stato puro, un’esperienza singolare eppure (eccola la novità) senza soggetto e fuori contesto". Il quale, naturalmente, sottolinea l'intuizione di Mandosio che, con questa riproposizione d'un saggio già pubblicato su rivista, spiega quanto il concetto che il semiotico raccontava della "lingua fascista" è un punto d'arrivo d'una lunga elaborazione e non un incidente da ripulire. Un'antologia che può far almeno discutere, per fortuna. Lo si faccia o non lo si faccia più sulle prime pagine.

    venerdì 30 dicembre 2011

    Kamen n.40
























    È  stato pubblicato in questi giorni il quarantunesimo numero (n. 40, Gennaio 2012), della rivista  di poesia e filosofia Kamen’ con le sezioni di Poesia, di Filosofia e di Materiali. Il numero è dedicato alla memoria della grande poetessa svedese Birgitta Trotzig (1929 –  2011), redattrice della rivista, scomparsa il 14 maggio.
    La sezione di Poesia curata da Karen  Mirzoian è dedicata al poeta armeno Parouir Sevak. Oltre ad una selezione di poesie è presente la nota di Amedeo Anelli,  “Piccola nota per Sevak”.
    Paruir Sevak  (in realtà Paruir Rafaelovic Kazarian) nacque il 26 gennaio del 1924 in Armenia nel villaggio di Sovetashen  nella regione dell’Ararat. Si laureò  nel 1945 in Filologia all’università di Erevan. Dal 1951 al 1959 Sevak studiò e lavorò a Mosca presso l’Istituto di Letteratura Maksim Gorkij. Il capolavoro che lo ha reso famoso e premiato è il poema lirico-narrativo scritto nel 1959 Il campanile che non tace mai. È un testo dedicato al genocidio e al compositore Komitas. Debuttò in letteratura negli anni ’40 e scrisse per circa 30 anni scavando nelle radici della poesia armena multisecolare e in quella mondiale. Creò un suo mondo poetico irripetibile conquistandosi un posto di rilievo nella letteratura classica armena. Dopo una vita travagliata, e anche di ricerche sulla letteratura del passato e del presente, morì a soli 47 anni con la moglie, in un incidente stradale, il 17 giugno del 1971. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue fra cui  inglese, russo, ungherese, tedesco,  polacco, estone e georgiano.
    La sezione di Filosofia è la sesta selezione di Scritti sull’Umorismo dal 1860 al 1930. Questo numero è interamente dedicato alla caricatura. Oltre al saggio introduttivo di Daniela Marcheschi contiene scritti di Paul Gaultier, scelta da“Le rire et la caricature (1906)”, di Ettore Allodoli, da “La caricatura inglese (1929)”, di Lucien Refort, Préface da “La caricature littéraire (1932).
    La sezione di Materiali contiene lo scritto di Paolo Rossi del 1944, di cui avevamo già pubblicato il Guicciardini criminalista, dal titolo I Partiti contro la democrazia.
    Paolo Rossi nasce a Bordighera il 15 settembre del 1900, figlio di Iride Bagnara e del noto avvocato penalista Francesco Rossi. Nel 1918 si iscrive a Giurisprudenza a Genova, ma frequenta anche le lezioni di Giuseppe Rensi alla facoltà di Filosofia, rimanendone affascinato. In quel periodo inizia a collaborare con «Il Lavoro» e, non ancora ventenne, è picchiato per la prima volta dai fascisti. Nel 1923, laureato in Giurisprudenza e iscritto d’ufficio all’Ordine degli avvocati, diventa il più giovane avvocato d’Italia. Subito dopo il padre lo manda a far pratica per un anno da un amico avvocato di Liverpool, dove conosce Mario Praz. In Inghilterra prende con il servizio segreto inglese contatti che mantiene per tutta la durata del Fascismo. Tornato in Italia si dichiara apertamente antifascista e alla fine del 1926 squadristi fascisti distruggono lo studio e l’abitazione suoi e di suo padre. Nel 1927 collabora alla rivista «Pietre», con gli amici Francesco Manritti, Giuseppe Rensi e il libraio Mario Bozzi; in quel periodo conosce Carlo Rosselli che all’Università di Genova sostituisce il prof. Arias nel corso di Economia Politica. Rosselli influenza molto i giovani universitari antifascisti di Genova, con la sua visione antitotalitaria, ma non marxista-comunista. Nell’aprile del 1929 Rossi scrive per «Il Foro ligure – Temi genovesi» il suo primo saggio di Diritto Penale dal titolo “Ingiuria e diffamazione nel progetto di codice penale”. Nel 1932 esce il primo libro, La pena di morte e la sua critica, che è sequestrato e dato alle fiamme perché in concomitanza con la reintroduzione della pena capitale. Nel frattempo si sposa con Giuseppina (Giugi) Bagnara. Nel 1937 scrive il suo secondo libro, Scetticismo e dogmatica nel diritto penale, che seguirà la stessa sorte del primo. Nel 1938 esce Il Manifesto della Razza e ne resta profondamente ferito; intanto non può far sentire la sua voce, avere nessuna cattedra a causa dell’obbligo di giuramento di fedeltà al fascismo. Nel 1939 scrive La riforma penale inglese, e poiché Genova è troppo pericolosa con la moglie Giuseppina decide di andarsene in Toscana, a Lucca, dove acquista la villa Burlamacchi di Gattaiola. Qui si trasferisce nel 1940 quando l’Italia entra in guerra. Durante il conflitto, si rifugiano a Gattaiola molti amici e conoscenti, tra cui Giuseppe Rensi, Enrico De Negri ed alcuni amici ebrei. Nel 1943 scrive Guicciardini criminalista. Nel periodo dal 1934 al 1943, ha però scritto tutta una serie di saggi innovativi su questioni di carattere penalistico e criminologico, collaborando a riviste come «Criminalia», diretta all’epoca da Eugenio Florian. Dopo il 1943 i coniugi Rossi aiutano molti giovani a sfuggire ai rastrellamenti; andato a Barga (Lucca), Rossi entra in contatto con la Resistenza e a far parte del gruppo del CLN XI zona. Nel 1945 pubblica I partiti contro la democrazia, e alla fine della guerra è incaricato di Diritto Penale all’Università di Pisa; nel 1946 viene eletto nell’Assemblea Costituente dei 75, nei ranghi del Partito Socialista. Il 15 ottobre del 1947 è chiamato a far parte della Commissione dei 18 redattori per la messa a punto definitiva del testo costituzionale. In quello stesso anno gli è affidata la cattedra di Diritto Penale all’Università di Genova. Nel 1948 è rieletto alla Camera dei Deputati nel collegio di Genova. Nel 1950 per la Mondadori cura una antologia di scritti su Carlo Cattaneo dal titolo La società umana; nel 1951 pubblica L’insurrezione di Milano nel 1848. Dal 1955 al 1957 è Ministro della Pubblica Istruzione nel governo Segni e il 12 giugno 1958 assume la vice-presidenza della Camera dei Deputati (riaccadrà negli anni  avvenire). Il primo settembre del 1961 è nominato dal Ministro degli Interni Scelba Presidente della Commissione di studio sui problemi dell’Alto Adige, detta dei «19»: il rapporto conclusivo sarà pubblicato sulla rivista «Relazioni internazionali» nel 1964. Il 2 maggio 1969 è nominato Giudice Costituzionale; ma trova il tempo di studiare e dal 1970 al 1973 pubblica i quattro volumi della sua Storia d’Italia dal 476 ai giorni nostri, ricca di informazioni e testimonianze importanti. Dal 18 dicembre 1975 al 9 maggio 1978 (con proroga al 2 agosto 1979) è Presidente della Corte Costituzionale. Il 24 maggio 1985 muore a Lucca e viene sepolto nel piccolo cimitero di Gattaiola.

    Kamen' n. 40 - Gennaio 2012
    pp. 128 - € 10,00
    Editrice Vicolo del Pavone


    giovedì 29 dicembre 2011

    “1860 - La Stangata” di Francesco del Vecchio edito da Libellula edizioni






















    I tasselli essenziali del “puzzle” della storia unitaria inseriti correttamente al loro posto, attraverso le testimonianze dei protagonisti, la freddezza della logica, la conoscenza dei fatti e la passionalità del narratore. La creazione di uno stato federale che fu proposta da Cattaneo e dai Borbone, avrebbe costituito l’unica possibilità di realizzare una vera unità della penisola, nel rispetto delle diversità culturali, economiche e territoriali. Non a caso, fu immediatamente scartata dagli indebitatissimi Savoia e Cavour e dai “fondamentalisti” Mazzini e Garibaldi, tutti “pilotati” dalla massoneria inglese. Oggi quella proposta può ancora tornare buona ma solo a condizione di ripristinare la verità storica e riequilibrare la bilancia del dare e dell’avere . Riecheggia nelle pagine di questo vero e proprio “Bignami della contro storia risorgimentale” il vero grido di dolore di un popolo umiliato dalle infamie di chi rese possibile l’invasione coloniale del 1860, quella che solo la storia uffi ciale continua a defi nire: Risorgimento e che anziché unire deluse l’universale aspirazione unitaria delle popolazioni italiche.

    Per info scrivi a: info@libellulaedizioni.com

    mercoledì 28 dicembre 2011

    Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia (Mondadori) di Franco Arminio. Intervento di Nunzio Festa























    Per chi non conoscesse ancora Franco Arminio, ma sono sempre di più le persone che lo conoscono, cominciamo col dire che il poeta e scrittore e meridionale, e quindi paesologo Arminio scrive sempre libri essenziali e fondamentali, libri summa, perché testi, siano loro di poesia o di prosa e dunque che facciano paesologia, che nascono da un viaggio sentimentale e reale attraverso luoghi e comunità. Basterebbe rivedere due volumetti apparentemente giocosi pubblicati nella Contromano di Laterza. Reportage dai margini. Fotografie della marginalità. Con desolazioni. E con piccole salvezze. Fatti di tante morti e possibilità, però, di rinascita. Per chi non conosce ancora il sottoscritto, invece, e sono tantissime le persone che non mi conoscono, posso spiegare innanzitutto che veramente di rado, per esempio non ricordo più quanto tempo fa, mi capita di recensire dei libri pubblicati dalla casa di Segrate (forse dobbiamo risalire alla lettura di “Guerra” di Franco Buffoni). E persino raramente ne leggo. O acquisto (in questo caso dobbiamo sicuramente risalire al primo giorno d'uscita di “Gomorra” di Roberto Saviano, grazie a un consiglio illustre che non possiam qui rivelare). Ma “Terracarne” rappresenta ovviamente un evento eccezionale, e grazie all'attenzione dell'ufficio stampa mondadoriano ho letto in file e poi in cartaceo il libro, prima d'incontrare, tra le altre cose, nella nostra Matera l'autore stesso. Ché, appunto, Franco Arminio ha un debole, bello, per la città dei Sassi. E per lui questo posto dovrebbe diventare la nuova “capitale del mondo contadino”, dopo esser stata davvero 'mondo contadino'. In quanto per Franco Arminio non si potrà che tornare alla terra. Tanto vale, allora, attrezzarsi. La suggestione è fascinosa. Peccato, però, sia sponsorizzata solamente da pochi radical-chic e qualche paesanologo, oltre che dal nostro paesologo. Dunque immergiamoci, a questo punto, nel volume. In un testo vivo e che respira. Affanni delle stanchezze dei suoi protagonisti a parte. La prima parte del testo, l'eponima, con quattro saggi dolenti e sferzanti allo stesso tempo fa da prefazione. Leggendo i nomi strani di certi paesi, tra l'altro alcuni persino non del Sud. Epperò facendoci ripensare a quello che con una sempre più fortuna formula Arminio chiama “autismo corale”. Perché i paesi hanno abitazioni chiuse e bar aperti. Vie evacuate dai suoi abitanti e ritrovi per bevitori affollati di chi è rimasto. Poi la sezione “Viaggio in Lucania”: dalla Basilicata tanto amata dal poeta. Dai pezzettini di lande che sono stati di Scotellaro e Levi. Mentre oggi sono dell'inquinamento della cementificazione e dell'abbandono in carne e ossa. Non sarà un caso, ovvero, se Arminio dirà “terracarne” per farci conoscere il peso dell'appartenenza. In un'epoca, invece, che ci vede praticamente tutti quanti figli d'una crisi d'identità. Postumi della crisi di civiltà. Quando, sappiamo bene, le città si sono presi le campagne e nelle campagne è entrata, a far saccheggio di valori e usanze, la città. Dopo l'intervallo di “Piccolo cinema convalescente” troviamo “Terremoto”: e sentiamo il Franco Arminio di “Viaggio nel cratere”. Dove al superamento di “Paesi invisibili”, tra i quali troviamo la Rocchetta già visitata per ricordare da De Sanctis, troviamo “I carpentieri del nulla” - condito da “Rileggendo Salvemini” - e “Geografie della Controra”. Fino ai “Paesi giganti” ecc. Eppure per entrare nel senso di base, diciamoci, s'ascolti queste frasi di “Il viaggiatore ripetente”: “Mi piacciono i vecchi, gli inattuali, i malcapitati della sorte, mi piace chi non smercia, chi butta un occhio alla vita e uno alla morte”. Sassi coi quali fare inciampare gli antimeridionali e i malpancisti di tutta la società, i lamentosi e gli ottusi. Chi non vuole sporcarsi le mani, come si dice, ma soprattutto chi non vuole rovinarsi le retini. “Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia” è scritto col mestiere del reporter, col fiato del poeta, con la preparazione e le descrizioni e il talento dello scrittore. Terracarne non va letto per queste ragioni, però. Terracarne è da leggere per le decine di proposte di riscatto che Franco Arminio, grazie persino a quest'opera letteraria che s'aggiunge ai documentari e alle invocazioni di “Oratorio Bizantino”, avanza. Siccome so benissimo quello che Franco Arminio sente e dice, visto che anch'io vivo questi luoghi e anch'io ho deciso di restare in questi luoghi sperduti, oltre a spingere a leggere queste pagine in barocco vitale vi chiedo di valutare parola per parola, proposta per proposta. Siamo noi i fili d'erba.  

    martedì 27 dicembre 2011

    Amadou – intervento di Vito Antonio Conte























    Ho iniziato a scrivere questo pezzo dopo averlo concepito mentalmente in almeno tre modi diversi. Intendo (dire) che questo è (ormai) il quinto incipit. Sì, perché il pezzo che avevo cominciato e, poi, quasi chiuso è “saltato”! Per una bizza del PC o, forse, perché sono stato maldestro nell’usarlo (il PC). C’è che c’ho (cècchècciò: a dirlo a viva voce e a ripeterlo è quasi un allegro motivo musicale…) combattuto per diversi minuti e, in fine, ho deciso di cestinarlo, ché il file si apriva, W (cioè il sistema) recuperava i dati, poi mi interrogava se volevo o meno segnalare il problema al dio dei PC, quindi chiudeva quel file, ne apriva un altro vuoto e… HO DETTO BASTA! L’ho preso come un segno: dovevo rifare il pezzo, ché quello perduto (per un qualche cazzo di motivo a me sconosciuto) non andava bene. Ché qualsiasi cosa, in un modo qualunque, non dipende soltanto dalla propria volontà. Ci vuole altro. Perché sia compiuta. Io ci avevo messo del mio. Forse non avevo aggiunto al mio volere di scrivere un pezzo: sarà “se ole diu”! Ovverosia: questo mio pezzo lo diventerà davvero, e circolerà, se dio vuole! “Se Dio Vuole” è il titolo del libro che letto tra sabato e domenica della scorsa settimana. Fresco di stampa per i tipi di “Giovane Africa Edizioni” (pagine 61, € 8,00), è la prima prova autoriale di Papa Ngady Faye (alias Amadou) e Antonella Coletta (compagni di viaggio in questo esordio letterario, come nella vita). Inshallah, mi ha detto Amadou, accompagnando l’invocazione-saluto col suo sorriso e con una gestualità appena cennata, come d i profonda preghiera.
    In šā Allāh (إن شاء الله  ) -in lingua araba- significa (appunto) "se Dio [lo] vuole" e indica la speranza di una persona credente acché un evento possa accadere in avvenire. Io, preferisco l’equivalente "A Dio piacendo" (e mi capita di dirla spesso, anche se non vi dirò del mio rapporto con dio o, se preferite, con Dio). Il significato dell’espressione –in origine squisitamente religioso- ha assunto valenza (pressoché universalmente riconosciuta, in tutte le religioni ma non solo) di buon auspicio. A livello strettamente letterale “Sia fatta la volontà di Dio” (Inshallah) non ha connotati islamici, pur derivando del Corano; infatti, la sura Al-Kahf ("La caverna") recita: « Non dire mai di nessuna cosa: "Sicuramente domani farò questo", senza dire: "se Allah vuole". Ricordati del tuo Signore quando avrai dimenticato di dirlo e dì: "Spero che il mio Signore mi guidi su una direzione ancora migliore". » (sura XVIII, 23-24[1]); « E non dire di nessuna cosa: "La farò domani", senza aggiungere: "se Dio vuole". E se lo dimentichi, invoca il nome del Signore e dì: "Può darsi che il Signore mio mi guidi a far cose di questa più rette". » (sura XVIII, 23-24[2]). Trattasi di espressione tipicamente islamica, ché racchiude quasi un compendio della fede musulmana, esprimendo la totale sottomissione dell'uomo a Dio.
    Perché questo excursus, vi chiederete. Non tanto per fornire un minimo di approfondimento sul significato di un’espressione usata di frequente a ogni latitudine (e spesso ripetuta come un “detto”…), ma per entrare nella maniera migliore (per quel che intendo io, all’evidenza) nello spirito di questo libro, oserei dire nell’anima del libro stesso. Avrei potuto dire che si tratta di una pubblicazione che contiene la leggerezza di una narrazione tra il diaristico e il romanzo (meglio, data la brevità testuale, di un racconto) di formazione, e la profondità della riflessione stimolata dalla fiaba, ché Pap’ Ngady Faye è uomo di stirpe “Griot” e si nota. Avrei potuto dire che i libri di Amadou non sono più nella mia libre ria. Avrei potuto dire che tutti i libri che Amadou mi ha venduto in tutte le strade in cui ci siamo incontrati continuano a girare. Tutti quei libri che erano suoi perché narravano di miti e leggende africane. Di favole. Di fiabe. Che non sono la stessa cosa (lo sai, vero?). E d’altro. Di quella Terra da dove anche lui è giunto. Di quella Terra madre di tutti. Anche se qualcuno non lo sa. O fa finta d’ignorarlo. Avrei potuto dire che tutti quei libri continuano a viaggiare (insieme a qualche altro migliaio e a altre parti di me…) da quando ho alleggerito il mio fardello di vita per rendere più agevole il mio cammino… Questo e ancora avrei potuto dire. E, siccome è un pezzo, scriverlo. Ma preferisco notare l’aspetto spirituale di questo racconto e l’unico vero modo possibile per farlo è avvicinarsi alla spiritualità di chi l’ha scritto. Partendo da qui, la lettura diventerà altro e, quel c he più importa, lascerà altro. Io, adesso, non ho più nulla di cui disfarmi. Tutto l’inutile e il superfluo ormai è fuori di me. Non dirò più BASTA! E, parlo con te ora Amadou, tu sai quanto può far male un BASTAAA! (pag. 44). Io il tuo libro (questo libro, ch’è tuo, proprio tuo perché lo hai scritto tu, non me lo hai soltanto venduto) lo conserverò, forse lo rileggerò, ché era destino incontrarti una volta ancora. Come il tuo destino, “Il destino di un venditore di libri”, nato in un altro Sud e giunto in questo Sud dal Nord. Lo custodirò il tuo libro Amadou (lo custodirò Antonella), ché un libro è (anche) dono e come dono va accolto. Con questo approccio ho letto “Se Dio Vuole”. Chi vuole conoscere il resto apra questo libro, ma prima abbia cura di aprire il suo cuore.



    lunedì 26 dicembre 2011

    “Il silenzio dell’onda” di Gianrico Carofiglio (Rizzoli Editore). Intervento di Vito Antonio Conte
























    Non so se saprò dire quel che sento contando le battute. Ché tra le novità della rinnovata veste editoriale di questo quotidiano (refusi a parte, lunga vita!) c’è anche questa: i pezzi devono essere contenuti in tot battute. Io non so neppure contarle. Le battute. E, comunque, ho dimenticato il tot. La notizia è di quelle informali o, se preferite, ufficiose. Cercherò di non essere prolisso. Dovrei farcela: la prolissità non m’è mai piaciuta. Tot battute… Vabbé, facciamo una cartella. Allincirca. TuttoUnitoESenzaInterpunzioneCosìRisparmioBat. Vabbé… Mi affido alla mia incapacità (fosse una sola!), che, comunque, deve scorrere libera… Mi attraversano un’infinità di flash durante il giorno e volano via. Non riesco a fermarli. Mi accade specialmente la mattina. In auto, in particolare. Mentre vado a lavorare. Qualcuno, di quei flash, meriterebbe di essere fermato. Ripetuto. A voce alta. A me stesso. Vedere se regge alla parola detta. Annotato. Eventualmente, approfondito. E, invece, il più delle volte va perduto. Storia vecchia… Perché questa solfa? Vi chiederete! R/ c’è che mi giravano dentro le parole per dire della mia ultima lettura, ché ne volevo fare un pezzo. E fluivano bene. Pertinenti. Una accanto all’altra. Armoniche. E, nell’insieme, pensavo, ho reso bene quel che quella lettura mi ha lasciato. Poi, accade di tutto. Come sempre. E non sempre è quel che avrei voluto. C’è che siamo complessi. Nella testa, intendo. Tanto è noto. Della testa. Di quello che c’è dentro. Dei meccanismi che ci fanno agire. O non agire. L’ignoto è certo di più. Ma purtroppo (quasi sempre) ci fottono entrambi, noto e non. Un amico musicista mi ha detto che siamo complicati. Dissentivo, replicando che siamo complessi, non complicati. Siamo così complessi che complichiamo le cose della vita. La differenza non è solo terminologica. Ne ho già scritto. E, è noto, non amo ripetermi. Cosa c’entra tutto questo con la mia ultima lettura? R/ abbastanza! Ché l’ultimo libro che ho letto (meglio: che ho finito di leggere intanto che leggo anche altro) è “Il silenzio dell’onda” di Gianrico Carofiglio (Rizzoli Editore). Sì, Carofiglio. Ancora lui. Li ho letti tutti i suoi libri. Credo di aver speso qualche parola per ognuno. E, ogni volta, specialmente per gli ultimi titoli, prima d’iniziare a leggere, anche per aver letto alcune recensioni “sospettose”, mi sono chiesto: sarà ch’è diventato uno sc rittore che… (in una parola) vende? Il suo editore starà cavalcando l’onda? No! L’onda è silente, parafrasando il titolo del libro. È silente l’onda se ti c’immergi dentro. Il mondo dell’onda è silenzioso se ti rapisce. Il silenzio dell’onda è quello che trovi nell’esatto luogo di confine tra il caos più assordante –dove tutti fanno rumore e nessuno dice niente- e il fluire naturale dell’acqua –dove il suono dà significato e senso a ogni movimento come a qualunque stare-, tra omologazione e riflessione, tra l’ingranaggio della macchina della vita imposta e il tempo del conoscersi e del conoscere l’altro. Quel luogo è nella mente e nel cuore di ognuno. Quel confine è poco conosciuto. Non riconoscerlo può portare alla pazzia. A perdere per sempre il proprio sé. A non comprendere l’altro da sé. A navigare trascinati dai flutti, in continue derive. È quel che è accaduto a Roberto, carabiniere che ha operato per una vita sotto copertura, infiltrato nel mondo del crimine, sino a farne parte e a amare quel ruolo e quel mondo… No, tranquilli, lo sapete, non parlo mai della trama della storia, né svelo alcunché! Aggiungo soltanto, se non fosse ancora chiaro, che ho amato il personaggio di Roberto. Non meno di Emma e del loro comune psichiatra (è la prima volta che “mi piace” uno strizzacervelli…). E, poi, Giacomo e Ginevra… E Estela… E tutti gli intrecci, le storie nella storia, una narrazione densa di atmosfere e (anche) di citazioni (mai staccate dal contesto) che (come e più di sempre) intriga e scorre come un film Francis Ford Coppola, con la colonna sonora di Ennio Morricone (che incontra i grandi del rock, tra tutti i Led Zeppelin…), che spiegare oltre non voglio ché “se una cosa importante hai biso gno che ti venga spiegata, probabilmente non la capirai mai”. Mi ha sorpreso, una volta ancora, Carofiglio. Ovviamente, mentre va “Stairway to heaven”.

    venerdì 23 dicembre 2011

    I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca (Feltrinelli). Intervento di Vito Antonio Conte
























    E qualcuno ha scritto che dei suoi libri può utilmente scrivere soltanto un poeta. È opinabile. Come (quasi) tutto ormai. Ma (chiunque l’abbia partorito) è un concetto meritevole di rispetto. Qualcun altro ha (anche) scritto che sono un poeta. Opinabile anche questo. Di più… Se così fosse potrei, per quel primo qualcuno, scrivere della scrittura di cui potrebbe occuparsi soltanto un poeta. La scrittura in parola è quella di Erri De Luca e, in particolare, quella de “I pesci non chiudono gli occhi” (Feltrinelli Editore, Collana: I Narratori, pagine 115, € 12,00). C’è che (poeta o grafomane o altro…) di De Luca molto ho letto e dei suoi libri in più occasioni ho scritto. Ché, prima di ogni altra cosa, mi nutro di letture. Poi viene la scrittura. Eventuale. Esclusivamente quando necessaria. Come in questo caso. Ché “Te lo dico una volta e già è troppo: sciacqua le mani a mare prima che metti il morso all’esca. Il pesce sente odore, scansa il boccone che viene da terra. E fai tale e quale a come vedi fare, senza aspettare uno che te lo dice. Sul mare non è come a scuola, non ci stanno professori. Ci sta il mare e ci stai tu. E il mare non insegna, il mare fa, con la maniera sua.”. Scrivo in italiano le sue frasi e tutte insieme. Quando le diceva erano scogli staccati e molte onde in mezzo. Le scrivo in italiano, senza l a sua voce a dirle nel dialetto sono spente. Iniziava spesso con la – e - . A scuola insegnano che non si comincia un periodo con una congiunzione. Per lui la frase era la continuazione di un’altra detta un’ora, un giorno prima. Parlava poco,  spazi larghi di silenzio mentre sbrigava le faccende di una barca a pesca. Per lui si trattava di un solo discorso, che ogni tanto si staccava di bocca con la – e - , lettera che a scriverla disegna un nodo. Ho imparato dalla sua voce a iniziare frasi con la congiunzione”. E anche per me è stato così. Per i miei versi (e non solo) che si aprono con la – e - . Anche se non l’ho mai detto. Ché certe cose non mi va di spiegarle. Specialmente se me lo chiedono. Come quella volta, dopo la mia prima pubblicazione, che un magistrato onorario mi disse: “…sì, però quelle – e -  all’inizio”. Era stato amico di Ercole Ugo D’Andrea, lui. Di versi e di poeti se ne intendeva! E ancora peggio mi va di ripeterle. Poi, come adesso, capita… e ne parlo. Ché ci vuole attenzione quando si ascolta. Ammesso che si abbia la capacità di ascoltare. E (anche) leggere un libro è ascoltare. È come ascoltare l’Autore che parla… Ci vuole attenzione. Quel che arriva a noi dipende dalla nostra attenzione. Sì, anche da altro. Sensibilità, per esempio. E ancora… Poi, ognuno ne fa quel che vuole… Ho avuto molti maestri. Sul mare. Come sulla terra. Nessuno era professore! Ché la vita e le cose della vita non s’insegnano. E non s’imparano mandando a memoria qualche nozione. Nessuna nozione contiene vita. Siccome la vita non contiene nozioni. La scuola, anche e soprattutto fuor d’ogni nozionismo, è altro. E può insegnare altro. E può essere utile a apprendere altro. Non vita. Un po’ a vivere, sì. Ma non vita! Le cose della vita s’imparano… traversando l’esistenza con tutti i sensi allerta e una tasca sempre vuota. E, semmai, si possono trasmettere. Mai insegnare. È tutta qui la differenza tra dire e fare. Erri De Luca conosce bene quella differenza. Come la diversità. Ché l’ha scelta. E praticata. Anche con le parole. Usate sempre con assoluta attenzione. De Luca le adopera dopo averle tenute nelle mani. Dopo essersele girate e rigirate tra i palmi. Dopo averne sentita l’esatta consistenza. Dopo averne soppesato lo specifico significato. Dopo averle annusate. Dopo averle trattenu te sulla lingua. Nella bocca. E delle parole usate conosce il corpo e l’anima. Quand’era decenne, nell’estate del ’60 sull’isola d’Ischia, la seconda stava molto stretta nel primo. Finché non è stato colpito dalla sorpresa del verbo “mantenere”, cioè fino a quando non ha incontrato qualcosa di talmente grande e sconosciuto da non riuscire a abbracciarla, a contenerla, a comprenderla. Finché non ha imparato che “mantenere è tenere per mano” e, dunque, quella novità, quella meravigliosa novità, non poteva tenerla col suo piccolo corpo, con le sue sole mani, ma era necessario che la sua mano ne stringesse un’altra. Lui, bambino che affrontava per la prima volta l’esistenza a doppia cifra (“a dieci anni l’età si scrive per la prima volta con due cifre”), scopre anche il contenuto del verbo “amare” tenendo (nella sua) la mano di una ragazzina del Nord (come lui in vacanza a Ischia). Assaporandone l’alterità. E la diversità. E il sangue. E il medicamento del suo sorriso sulle sue ferite dopo le mazzate volute cercate e trovate dei tre bulletti antagonisti... E quel suo corpo che si spacca e cresce. A contenere tutta quella vita nuova. Immagine –per altro verso- già vista in “Montedidio” nel corpo di don Rafaniello, il calzolaio ebreo che in fine mette le ali… E se in “Montedidio” si attraversa il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, ne “I pesci non chiudono gli occhi” l’adolescenza comincia. E finisce con un bacio. Il romanzo s’apre con l’incipit sopra virgolettato e termina così: “Adesso e qui sta bene la parola fine, sorella minore di confine e di finestra chiusa”. In mezzo una gran bella narrazione. Parola dopo parola. Immagine dopo immagine. E, se volete, verso dopo verso.